Marco Togni siede a un tavolo su una terrazza a Roppongi, circondato da ciliegi in fiore con un grattacielo sullo sfondo.

Chiamare il cameriere in Giappone

Chiamare il cameriere al ristorante è una delle prime cose che spiazza chi arriva in Giappone. Ti siedi, aspetti che qualcuno venga a prendere l’ordine, e non arriva nessuno. Non è maleducazione del personale, è proprio un altro modo di funzionare: qui il cliente chiama, e finché non chiama lo lasciano in pace.

Una volta capito il meccanismo diventa comodissimo, e ti liberi anche di quell’ansia da tavolo in cui cerchi lo sguardo del cameriere sperando che passi. Vi spiego come si fa davvero, con le parole giuste e le varie situazioni che vi capiteranno.


Sumimasen e la mano alzata

Il metodo base è uno solo: alzi leggermente la mano e dici sumimasen. Vuol dire scusi, ed è la parola che userete di più in tutto il viaggio, non solo al ristorante. Non serve urlare, ma nemmeno sussurrare: una voce chiara che arriva dall’altra parte della sala e basta.

La cosa che manda in tilt chi arriva la prima volta è proprio questa. In molti paesi alzare la voce per chiamare chi serve ai tavoli è considerato sgarbato, qui è la norma. Nessuno si volta a guardarvi male, il cameriere anzi risponde subito con un hai in arrivo e vi raggiunge. Se la parola non vi viene, sappiate che va bene anche suimasen, più veloce da dire, quella che usano un po’ tutti nel parlato di ogni giorno.

Il gesto della mano conta quanto la parola, perché in un locale pieno serve a farvi individuare al volo. Braccio su, palmo aperto, giusto il tempo che qualcuno incroci il vostro sguardo, poi lo abbassate.

Il pulsante al tavolo

In tantissimi izakaya e catene c’è un campanello sul tavolo, e quando c’è è la prima cosa da cercare. Lo trovate incassato nel bordo del bancone, attaccato al muro accanto al sedile, oppure come tastino fisico di lato allo schermo per ordinare. Di solito ha su scritto 呼び出し, che si legge yobidashi e vuol dire proprio chiamata.

Lo premi, da qualche parte suona un campanello o si accende una lucina con il numero del tavolo, e il personale arriva. Ve lo dico subito: se il pulsante c’è, usate quello e lasciate perdere la voce. È il modo che il locale stesso ha scelto, nessuno si aspetta che urliate sumimasen se avete un bottone a venti centimetri dalla mano.

A me piace proprio perché toglie ogni imbarazzo a chi non parla giapponese: schiacci e basta, non devi dire niente. L’unico errore è pigiarlo dieci volte per l’ansia che non abbiano sentito: una premuta sola, poi aspettate. Il segnale è già partito e qualcuno sta arrivando.

Il tablet e i menù touch

In parecchie catene, soprattutto di sushi, ramen e izakaya, il cameriere per ordinare quasi non esiste più. Al tavolo trovate un tablet o uno schermo fissato, spesso con la lingua che potete cambiare in inglese, e ordinate tutto da lì. Scegli i piatti dalle foto, confermi, e il cibo arriva senza parlare con nessuno.

In questi posti il tasto per chiamare una persona in carne e ossa è comunque quasi sempre lì, dentro lo schermo o accanto: serve quando hai un problema, vuoi qualcosa che non trovi nel menù, o devi chiedere il conto.

Come funziona nel concreto:

  • Scegliete la lingua all’inizio: di solito c’è una bandierina o la scritta English in un angolo dello schermo.
  • Ordinate a piccoli giri invece di riempire tutto subito, così i piatti arrivano caldi e mangiate con calma.
  • Cercate il tasto call staff: o quello con l’icona della campanella per parlare con una persona.
  • Se il tablet si blocca: alzate la mano e dite sumimasen come sempre, il vecchio metodo funziona ovunque.
Una mano utilizza il tablet per ordinare a Sushiro, poggiato su un tavolo di legno in un locale luminoso.
Nei kaiten sushi l'ordinazione passa dai tablet al tavolo, azzerando le interazioni col personale. L'interfaccia touch offre quasi sempre l'opzione per la lingua inglese.
Un tablet per ordinare a Uogashi Nihonichi mostra il menù digitale con foto di sushi sopra il bancone del ristorante.
Anche seduti al bancone lo schermo luminoso diventa l'unico intermediario per chiedere i piatti. Controllate sempre l'icona del carrello per monitorare la spesa in tempo reale.

Le macchine dei biglietti

Nei ramen, nei gyudon e in tante tavole calde economiche non chiami nessuno, perché ordini e paghi prima di sederti. All’ingresso c’è una macchinetta, il shokkenki, dove scegli il piatto, infili i soldi o paghi col contactless, e ti esce un biglietto. Quel tagliando lo consegni al banco e aspetti che ti servano.

Le macchine più nuove hanno lo schermo a colori con le foto grandi e a volte l’inglese, quelle vecchie sono file di tasti con solo scritte in giapponese. Se vi trovate davanti a un muro di bottoni senza capire niente, il trucco è semplice: i piatti principali stanno quasi sempre in alto a sinistra, che è la posizione del più venduto. In caso di dubbio indicate quello e andate tranquilli.

Qui chiamare il personale ha senso solo se la macchina si mangia i soldi o non capite come pagare. In quel caso vi affacciate al bancone, sumimasen, e qualcuno esce ad aiutarvi.

Un totem automatico per l'ordinazione di cibi affiancato da un menu fotografico con venti ciotole di pesce e riso.
I totem automatici all'ingresso permettono di pagare prima ancora di sedersi. Scegliete la ciotola dal pannello retroilluminato e ritirate il ticket dalla macchinetta bianca.
Distributore automatico di biglietti per cibo con menù illustrato in una stazione di servizio in autostrada in Giappone.
Nelle aree di servizio le pulsantiere mostrano la foto esatta di ogni pietanza. Una volta ritirato il bigliettino cartaceo ricordatevi di consegnarlo al bancone della cucina.

Quando serve il conto

Il conto quasi mai arriva da solo, e questo è un altro punto che confonde. Devi chiederlo tu, con la stessa logica di prima: pulsante, tablet o voce. La frase è okaikei onegaishimasu, cioè il conto per favore. Ne esiste una versione con okanjo al posto di okaikei, la sentirete anche quella, ma con okaikei siete a posto ovunque.

C’è pure un gesto che capiscono tutti, utile quando siete lontani e non volete gridare: incrociate gli indici a formare una X in aria, guardando verso il cameriere. Vuol dire chiudiamo, porto il conto.

Poi però attenzione a dove si paga, perché cambia rispetto a tanti altri posti: nella grande maggioranza dei ristoranti non si salda al tavolo, si paga alla cassa vicino all’uscita. Il personale vi porta il conto stampato o un piccolo raccoglitore, voi lo prendete, andate alla cassa e pagate lì mentre uscite.

Dito di una persona che tocca lo schermo di una cassa automatica per confermare un pagamento in Giappone.
In uscita l'automazione prende il posto dei cassieri. Sul display touch basta confermare l'importo sfiorando il pulsante blu per saldare il conto e stampare lo scontrino.
Una mano tiene un conto cartaceo scritto a penna con indicazioni di prezzo nel ristorante Chaka.
I conti nei locali rustici sono foglietti compilati a penna. Evitate di chiamare il cameriere per pagare al tavolo, prendete il documento e andate a saldare dritti in cassa.

Niente mancia, mai

Legata al modo di chiamare c’è una cosa che vi risparmia figuracce: in Giappone la mancia non esiste e non va lasciata. Non è tirchieria, è proprio che il servizio è già compreso e lasciare soldi in più crea imbarazzo, a volte vi rincorrono per restituirveli pensando che abbiate dimenticato il resto.

Questo cambia anche il rapporto col personale. Non c’è nessuno che punta a spillarvi qualcosa in più, per cui vi lasciano davvero in pace finché non chiamate, e quando chiamate arrivano gentili e veloci. Il servizio è attento a prescindere, e lo trovate identico dal ristorante elegante alla catena di ramen da quattro soldi.

Io onestamente all’inizio mi sentivo in colpa a non lasciare niente, poi ci si abitua e diventa naturale. Un grazie detto bene, arigato gozaimasu, vale più di qualsiasi moneta.

Cartello informativo su una vetrina in Giappone che indica l'uso esclusivo di contanti e pagamenti digitali specifici.
Un avviso in vetrina chiarisce subito che le carte di credito sono rifiutate. Preparate i contanti prima di andare in cassa, evitando lunghe discussioni col personale di sala.
Un foglietto adesivo giallo con scritto "I love Watami" e "Marco, from Italy" su un tavolo di un Izakaya.
A fine pasto il personale lascia spesso un bigliettino colorato tra i piatti vuoti. È un sistema discreto per chiudere il servizio al tavolo senza dover interrompere i clienti.

Le parole che aiutano

Non serve sapere il giapponese per mangiare fuori, ma quattro parole vi rendono tutto più liscio e vi fanno sentire meno turisti spaesati. Le dico così come le usereste, in ordine di quando servono durante un pasto:

  • Sumimasen: per chiamare e per farvi largo, la parola jolly che copre mille situazioni.
  • Onegaishimasu: dopo aver indicato un piatto, vuol dire per favore e vi fa capire al volo.
  • Kore: cioè questo, mentre puntate la foto sul menù quando non sapete pronunciare il nome.
  • Okaikei onegaishimasu: per il conto, la frase da mandare a memoria prima di partire.
  • Gochisosama deshita: alla fine, un modo di ringraziare per il pasto che fa sempre piacere a chi vi ha servito.

Indicare col dito la foto sul menù e dire kore onegaishimasu è probabilmente il metodo più efficace di tutti quando la lingua vi manca. I menù giapponesi hanno foto ovunque proprio per questo, e nessuno si offende se ordinate a gesti.

Locali diversi, regole diverse

Il modo di chiamare cambia parecchio col tipo di posto, e conviene farci l’occhio appena vi sedete. Negli izakaya c’è quasi sempre il campanello e il ritmo è rilassato: ordini a più riprese, un giro di bevute, poi qualche piatto, poi altro, chiamando ogni volta che ti va. Nei sushi con il nastro trasportatore prendi da solo quello che passa e usi il tablet per le ordinazioni al momento.

Nei ristoranti più raffinati e in quelli tradizionali il campanello non c’è, e il personale è più presente: passano a controllarvi con discrezione, e spesso basta alzare appena lo sguardo perché qualcuno si avvicini. Lì la voce alta stona un po’, meglio un cenno leggero.

Secondo me la cosa più utile è questa abitudine: appena vi sedete, date un’occhiata veloce al tavolo. Cercate il pulsante, cercate il tablet, guardate se c’è una macchinetta all’ingresso. In tre secondi capite che tipo di locale è e come dovrete comportarvi, e vi togliete di dosso quel momento di incertezza in cui non sai se aspettare o chiamare.

Il mio consiglio

Diciamocelo, la parte difficile non è la tecnica ma vincere l’imbarazzo di alzare la voce la prima volta. Passato quello, chiamare il cameriere in Giappone è una delle cose più comode che ci siano, e quando tornate a casa vi ritrovate quasi a cercare un pulsante che non c’è. Provate a dire sumimasen con la mano alzata al primo izakaya: vedrete che dopo due volte vi viene naturale, e non tornate più indietro.

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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).