Razzismo in Giappone
Il tema del razzismo in Giappone è uno di quelli che torna sempre, e capisco benissimo perché: è una cosa che tocca la pelle, l’identità, il modo in cui ti senti trattato quando sei lontano da casa.
Ve lo dico subito come la penso, e poi la spiego con calma: nella mia esperienza personale, in tanti anni qui, non ho mai subito razzismo “cattivo”. Anzi, se devo essere onesto, mi è capitato molto più spesso il contrario: un trattamento di favore proprio perché ero straniero. Però questa è la mia storia, non una sentenza su tutto il Paese. E soprattutto non vale allo stesso modo per chi ha origini cinesi, coreane o del Sud-Est asiatico.
Indice
La mia esperienza
Io questa cosa la dico sempre con un po’ di cautela, perché so che suona quasi provocatoria: io in Giappone mi sono sentito trattato bene. Non “bene ogni giorno come in una pubblicità”, ma bene nel senso pratico: gentilezza, curiosità, pazienza, e in certe situazioni un aiutino extra che a un giapponese non sarebbe arrivato.
La parte interessante è che questo “trattamento di favore” spesso non è neanche consapevole o studiato. È più una reazione istintiva: “Oddio, è straniero”, magari non capisce, facciamogli la vita facile. Che può sembrare paternalista, ok, ma nel concreto a me ha semplificato un sacco di cose.
Razzismo al contrario
La parola “razzismo” fa pensare subito a un muro. A me, tante volte, è sembrata più una corsia preferenziale.
Una scena che mi è rimasta impressa è quella dei taxi a Kyoto: coda lunghissima, gente che aspetta, e a un certo punto arriva un addetto che chiama “taxi per turisti”. Non un prezzo diverso, non una fregatura: semplicemente salti la fila. E la selezione non la fanno guardando un documento, la fanno a occhio. Pelle non giapponese? Prego, avanti.
È una discriminazione? Sì, tecnicamente lo è. Solo che è una discriminazione “a vantaggio”. E secondo me racconta bene una cosa: in Giappone l’idea di “ospite” esiste davvero, ma a volte viene applicata in modo un po’ grossolano.
Cartelli fuori dai locali
Qui voglio essere chiarissimo, perché online si vede di tutto e spesso si fa un minestrone unico.
Le famose scritte tipo “Japanese only”, nella normalità quotidiana, io non le ho mai viste fuori da ristoranti, negozi o locali normali. Le uniche volte in cui ho visto cartelli espliciti del tipo “solo giapponesi” erano in posti legati all’intrattenimento per adulti, dove si vendono servizi sessuali o comunque cose che stanno in quell’area lì.
E ve lo dico senza fare moralismi: in quel mondo specifico può capitare che una lavoratrice scelga che tipo di cliente accettare. Non sto dicendo che sia bello o brutto. Sto dicendo che lì la logica è diversa e spesso non è il ristorante di ramen sotto casa.
Questo però è diverso dal racconto da social per cui “in Giappone trovi i cartelli Japanese only ovunque”. Io, nella vita reale, questa cosa non l’ho vista. So anche che in passato ci sono stati casi famosi in altri contesti e si è arrivati in tribunale, quindi non sto dicendo che sia impossibile. Sto dicendo che non è la norma e che spesso le foto che girano vengono da ambienti molto specifici.
Cosa dice la legge
Questa parte la faccio semplice, perché qui si crea sempre confusione.
In Giappone esiste un principio forte di uguaglianza nella Costituzione: l’idea che le persone siano uguali davanti alla legge e che non ci debbano essere discriminazioni per motivi come razza o simili. Il punto è che, per tanto tempo, non c’è stata (e ancora oggi è un tema discusso) una legge “unica” e super operativa che trasformi quella frase in sanzioni automatiche per ogni caso nella vita quotidiana. Anche organizzazioni giuridiche e internazionali hanno sottolineato proprio questo: manca una normativa complessiva con penalità chiare e applicazione semplice.
Quindi com’è che funziona davvero, nella pratica?
- Un locale, essendo proprietà privata, può rifiutare un cliente. Anche senza spiegare il motivo. Questa è una cosa che succede ovunque: “oggi no”, “non abbiamo posto”, “non è adatto”, fine.
- Quello che cambia è quando il rifiuto è esplicito e dichiarato come discriminazione per nazionalità o “razza”, o quando diventa una politica stabile e dimostrabile. Lì si entra nel terreno dell’illecito civile: non tanto “arriva lo Stato e ti fa la multa” (magari fosse così lineare), ma “ti porto in causa e il giudice valuta che hai superato i limiti accettabili”. È successo, per esempio, nel caso famoso dell’onsen di Otaru, dove un tribunale ha riconosciuto l’ingiustizia della discriminazione e ha condannato a risarcimenti.
Se devo sintetizzarla con una frase sola: puoi rifiutare un cliente, ma se scrivi o applichi una regola del tipo “non entri perché sei straniero”, entri in un campo che può diventare molto rischioso, soprattutto se qualcuno decide di andare fino in fondo.
Il punto dei rifiuti
Qui secondo me nasce metà delle incomprensioni.
Molte persone raccontano “mi hanno rifiutato perché ero straniero”, ma spesso la situazione reale è più sfumata. A volte è davvero razzismo. A volte è paura di problemi. A volte è solo stress, mancanza di personale, o il panico di non riuscire a gestire una comunicazione.
Non sto giustificando nessuno. Sto dicendo che, se vuoi capire davvero il Giappone, devi anche accettare che spesso non ti diranno mai la motivazione vera. Ti dicono “pieno” anche quando non è pieno, perché è la via più rapida per chiudere la scena senza discussioni. Ed è anche per quello che i cartelli espliciti sono rari: mettere nero su bianco una discriminazione è la forma più stupida e più facile da contestare.
Con le ragazze
Una delle forme più “strane” di discriminazione al contrario, per me, è stata proprio con le ragazze. In generale qui c’è sempre stata una certa curiosità verso lo straniero: a volte è simpatia vera, a volte è proprio il gusto del “diverso”, dell’esperienza fuori norma. E quella curiosità, soprattutto quando sei giovane, può diventare una specie di permesso implicito: con te si osa di più, ci si lascia andare di più, ci si prende libertà che con un giapponese non ci si prenderebbe. Non è necessariamente cattiveria, però il meccanismo è quello: non ti vedo come “uno qualunque”, ti vedo come eccezione. Ve ne potrei raccontare davvero tante a riguardo, ma ve ne racconto una “tranquilla” per non scandalizzarvi troppo. Una delle prime volte che ho “subito” questo razzismo in Giappone è stata a Kyoto, avevo 20 anni. Mi stavo allacciando le scarpe e alzo gli occhi: una tipa mi fissa dritto, proprio senza vergogna. Ve lo giuro, contatto visivo totale. Io la saluto, scatta quell’energia da “ok, sta succedendo qualcosa”, e la invito a bere un caffè e mangiare un dolce. Poi le propongo di fare un purikura, quelle cabine dove fai le foto ricordo, e lì succede la cosa che mi è rimasta stampata: mentre facevamo le foto, si gira e ci baciamoin modo super diretto, con la lingua, senza tutto quel giro di prudenza che normalmente qui vedi tantissimo. E io lì ho capito proprio la logica: con un giapponese non l’avrebbe fatto. Non perché io fossi speciale, ma perché ero straniero e quindi “fuori regole”.
Polizia per strada
A me è capitato due volte di essere fermato dalla polizia mentre camminavo. Situazione tranquilla: saluti, richiesta del permesso di soggiorno, controllino, buona giornata.
È razzismo? Io non l’ho mai vissuto così. In Giappone i controlli a campione esistono e li vedi anche sui giapponesi, soprattutto nelle zone di stazioni grandi o in periodi particolari. Se poi parliamo del fatto che certe “facce straniere” attirano più attenzione, può essere vero. Ma tra “attenzione” e “trattamento ostile” c’è un oceano.
E nel mio caso, ripeto, non c’è mai stata aggressività o umiliazione. Era più una procedura che altro.
Banca e burocrazia
Questa è una delle cose più paradossali che ho notato col tempo.
Quando vai in banca o in un ufficio e sei straniero, spesso parte un automatismo: “Ok, non possiamo fargli fare mille moduli”, facciamo noi. Che a volte sembra quasi un modo per toglierti di mezzo in fretta, ma il risultato è che ti risolvono tutto in pochi minuti.
Io l’ho vissuta proprio come una scorciatoia: invece di incastrarmi in due ore di passaggi, mi chiedono le due cose essenziali e chiudono. È un altro esempio di quella discriminazione “positiva” che, nella vita reale, ti alleggerisce.
Poi ovviamente questo non significa che la burocrazia giapponese sia facile. Significa solo che, quando vedono uno straniero, spesso cambiano modalità.
400 per una cena!
In altre parti del mondo ai turisti capita la classica fregatura: ti fanno pagare molto di più del previsto perché “tanto non capisci”, o perché sei lì una volta sola. A me in Giappone è successo quasi l’opposto, e quando ancora non ero particolarmente conosciuto. Mi scrisse un ristorante a Tokyo proponendomi un lavoro: inaugurazione, cena, e se possibile un post su Instagram. Io chiedo quanto avrebbero pagato: circa 250 Euro, più ovviamente una cena gratis. Poi aggiungono: se inviti due amici, ti diamo 160 Euro in più a te e 100 Euro a testa a loro. Totale: io arrivavo a circa 400 Euro per una cena di un paio d’ore, e pure i miei amici ci guadagnavano. Fin qui uno dice: dov’è la discriminazione? Arriva quando io chiedo: posso invitare amici giapponesi? Risposta secca: no, devono essere stranieri. E lì è proprio discriminazione, anche se “in positivo”: trattare persone in modo diverso solo per il gruppo di appartenenza. E il punto è che non è un episodio isolato. Esistono tanti lavori, eventi e promozioni in cui cercano stranieri pagandoli bene, proprio perché “fa scena”, “sembra internazionale”, “attira”. E la cosa buffa è che invece di chiuderti una porta… ti mettono un cachet in mano.
Hatsumode e mandarini
Vi faccio un esempio piccolo, ma secondo me molto “Giappone”.
Hatsumode è la prima visita dell’anno al santuario: tanta gente, atmosfera da inizio nuovo capitolo, file ordinate, facce ancora un po’ assonnate e insieme festose. In una situazione del genere, in un santuario, distribuivano mandarini: a tutti ne davano due. A me, perché ero straniero, ne hanno dati sei. E non con l’aria “poverino”, ma proprio felici, come se la mia presenza lì fosse una cosa bella.
È una sciocchezza? Sì. Però è una di quelle sciocchezze che ti fanno capire come spesso la diversità venga letta come qualcosa da celebrare, non da respingere.
Festa di paese
Un’altra scena che mi piace raccontare è quella di una festa locale, con gli anziani che preparano una zuppa per tutti.
Io ero l’unico straniero e mi sentivo un po’ fuori posto, quindi stavo da parte. A un certo punto sento chiamare “gaijin-san”. E qui apro parentesi: “gaijin” può suonare male a chi la sente fuori contesto, perché è una forma abbreviata che a qualcuno sembra tagliente. Ma nella vita reale, spesso, è solo una parola usata in modo pratico o perfino affettuoso, dipende totalmente dal tono.
In quel caso era chiarissimo: mi stavano invitando. Mi hanno fatto cenno, mi hanno offerto la zuppa come a tutti gli altri. Nessun teatro, nessuna distanza. Solo: “Dai, vieni anche tu”.
Turisti e pazienza
Qui bisogna essere onesti: negli ultimi anni il turismo è cambiato, e in alcune zone molto battute può capitare di trovare persone meno pazienti.
Non parlo della “cattiveria”, parlo di stanchezza. Se lavori in un posto dove ogni giorno hai una valanga di gente, e una parte di quella gente non ascolta, non rispetta file o regole di base, è normale che ti salga la pressione.
Io la vedo così: la gentilezza giapponese esiste, ma non è un dovere cosmico. È un equilibrio sociale. Se dall’altra parte arriva chi rompe quell’equilibrio, ogni tanto qualcuno reagisce male. Raro, ma può succedere.
Il razzismo vero
La parte che mi interessa davvero, quando si parla di razzismo in Giappone, non è “mi hanno guardato strano”. Quella è vita. Il punto più serio è quando la discriminazione colpisce gruppi specifici in modo ripetuto.
E qui, senza girarci intorno, il tema riguarda soprattutto altre etnie asiatiche: cinesi, coreane, persone del Sud-Est asiatico. Ci sono motivi storici, culturali, tensioni che ogni tanto riemergono. E poi c’è la discriminazione più subdola, quella che non vedi in un cartello, ma che può pesare in cose come l’affitto di una casa, certe assunzioni, o il bullismo tra ragazzini.
Io non posso raccontarvi quella esperienza in prima persona, perché non è la mia pelle. Posso solo dirvi che esiste, e che chi la vive spesso la sente molto più addosso di quanto la percepisca chi sta “in una categoria più accettata”.
Come la gestisco io
Io onestamente ho scelto una strada semplice: non trasformo ogni episodio in una teoria sul Paese.
E poi c’è un altro punto: spesso il Giappone è un posto dove si evita lo scontro diretto. Quindi, se vuoi ridurre al minimo le situazioni spiacevoli, funziona bene anche un approccio molto pratico:
- entrare con un saluto semplice e un sorriso
- far capire in due parole cosa ti serve
- se vedi confusione o stress, cambiare posto senza farla diventare una battaglia
- imparare quelle dieci frasi base che ti fanno passare da “problema” a “persona”
Non è “doversi piegare”. È essere furbi.
Il mio pensiero
Diciamocelo: il razzismo esiste ovunque ci siano esseri umani. Non è giusto, ma non è neanche una sorpresa cosmica.
La mia fortuna, qui, è stata che la mia diversità mi ha quasi sempre aiutato invece di danneggiarmi. E quando mi capita di vedere che per altri non è così, mi ricordo una cosa semplice: la stessa società può essere accogliente con qualcuno e dura con qualcun altro.
Se state per venire in Giappone e avete questo dubbio in testa, io vi direi di non farvi bloccare. Venite, guardate, ascoltate. E se una volta trovate una porta chiusa, non fatela diventare la fotografia di tutto il Paese. Magari la sera dopo vi ritrovate a guardare le luci di una città enorme, con una busta calda del conbini in mano, e vi passa pure la voglia di farvi domande astratte.
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Autore
Marco Togni
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).
