Perché i giapponesi attaccarono Pearl Harbor?

Sono passati più di ottant’anni, ma per gli studenti e gli appassionati di storia resta ancora qualche dubbio: perché i giapponesi attaccarono Pearl Harbor? Come forse saprete quel tragico evento del 7 dicembre 1941, che ha ispirato anche Hollywood, cambiò la storia e incise sull’esito della Seconda Guerra Mondiale, “costringendo” gli Stati Uniti ad entrare nel conflitto, poi conclusosi con lo scoppio delle bombe di Hiroshima e Nagasaki.

Nell’attacco i giapponesi colpirono la flotta americana di stanza a Pearl Harbor e composta da circa 20 navi da guerra e numerosi aeroplani: il risultato più disastroso di quel giorno furono però le 2.000 vittime tra i soldati americani. Ma facendo un passo indietro, qual è il motivo per cui i giapponesi attaccarono Pearl Harbor? Come spesso capita si tratta principalmente di ragioni economiche.

I motivi dietro l’attacco di Pearl Harbor

L’astio tra USA e Giappone durava già da tempo tanto che si ritiene fosse inevitabile che ad un certo punto sfociasse in un conflitto tra i due paesi.  Il Giappone già da tanti anni aveva mire espansionistiche verso la vicina Cina e i paesi del sud-est asiatico per risolvere problemi interni di natura economica: il paese del Sol Levante, infatti, importava praticamente tutte le risorse dall’estero, come petrolio, metalli e minerali utili per rifornire le industrie e sopravvivere. Già sul finire del 1800 il Giappone sconfisse la Cina in una breve guerra combattuta per il controllo della Corea, ottenendo con la vittoria l’isola di Formosa (l’attuale Taiwan), un territorio importante per gli approvvigionamenti di risorse minerarie e naturali. Solo qualche anno dopo il Giappone ottenne una seconda vittoria nella guerra contro la Russia, prendendo il controllo di parte della Corea e della Manciuria.

Nel 1937 il Giappone dichiarò nuovamente guerra alla Cina: l’obiettivo non era naturalmente conquistare la Cina, ma sottrarre alcune zone portuali e minerarie strategiche. Questo nuovo attacco, assieme ad un’invasione delle colonie francesi in Indocina mentre la Francia era impegnata a difendersi dagli attacchi tedeschi, portò ad una reazione degli USA: il paese americano rispose con pesanti sanzioni economiche ed un embargo sull’approvvigionamento di benzina, un duro colpo per il Giappone che ne importava il 90% della domanda nazionale. Il Congresso americano firmò anche l’Export Control Act, che proibiva ai principali fornitori del Giappone di esportare nel paese minerali, sostanze chimiche e componenti belliche. Questo naturalmente ebbe delle pesanti ripercussioni sul piano militare per il Giappone, in quanto la macchina bellica nipponica non avrebbe potuto funzionare. Seguirono mesi e mesi di negoziazioni tra Tokyo e Washington senza però arrivare ad una conclusione e così il Giappone decise di attaccare per primo gli USA, sperando in una vittoria decisiva che avrebbe permesso loro di ritrattare l’embargo e conquistare potere economico sul versante orientale.  
A rendere impossibile l’accordo fu soprattutto la richiesta americana del novembre 1941: ritiro completo dalla Cina e dall’Indocina in cambio della fine dell’embargo. Per i militari giapponesi accettare significava buttare via quattro anni di guerra e ammettere una sconfitta politica davanti a tutta l’Asia, per questo la risposta fu il rifiuto. Quando quel documento arrivò a Tokyo, tra l’altro, la flotta d’attacco era già salpata verso le Hawaii in gran segreto.

Perché proprio Pearl Harbor?

Come risposta alle mire espansionistiche nel Pacifico dei giapponesi, nel 1940 il presidente americano Roosevelt decise di spostare la flotta americana dalla California alle Hawaii, nel porto di Pearl Harbor, nel tentativo di impedire l’avanzata verso la Malesia e le Filippine. Una mossa che il Giappone vide come una minaccia e che fu quindi all’origine dell’attacco: il progetto dei nipponici era quello di ottenere un vantaggio in termini di tempo, conquistando Malesia e Filippine immediatamente dopo l’abbattimento della flotta navale, approfittando così del momento di debolezza degli USA e del tempo necessario alla nazione americana per riorganizzarsi. D’altra parte l’America non aveva preso in considerazione il fatto che la flotta nelle Hawaii potesse diventare un bersaglio facile per i giapponesi, ma su questo punto ci sono varie teorie secondo cui in realtà gli americani non attendevano altro che una provocazione per poter entrare in guerra. Su questo però conviene essere chiari: nessuna delle inchieste aperte dopo la guerra ha mai trovato una prova che Roosevelt conoscesse data e obiettivo dell’attacco. Che a Washington si aspettassero una mossa giapponese è vero, parte dei messaggi diplomatici era già stata decifrata, ma tutti guardavano alle Filippine o alla Malesia, non alle Hawaii. La teoria del complotto resta suggestiva, la gran parte degli storici la considera però una lettura fatta col senno di poi.

Chi ideò l’attacco a Pearl Harbor

Il piano porta la firma dell’ammiraglio Isoroku Yamamoto, comandante della flotta combinata e, paradossalmente, uno dei militari più contrari alla guerra con gli Stati Uniti. Aveva studiato ad Harvard ed era stato addetto navale a Washington: sapeva bene quanto fosse enorme la capacità industriale americana e quanto poco il Giappone potesse reggere un conflitto lungo.
Proprio per questo la sua idea era colpire subito e forte, mettendo fuori gioco la flotta del Pacifico e sperando che gli americani, davanti a una perdita del genere, preferissero trattare invece di combattere. A chi gli chiedeva quante possibilità ci fossero rispose che avrebbe potuto scatenarsi per sei mesi, forse un anno, ma che sul secondo e sul terzo anno non aveva nessuna fiducia.

L’attacco raggiunse davvero il suo obiettivo?

Sulla carta fu un successo clamoroso, nei fatti molto meno. Le portaerei americane, che erano il vero bersaglio da eliminare, quel giorno non erano a Pearl Harbor perché si trovavano in mare: proprio quelle navi avrebbero ribaltato la guerra nel Pacifico pochi mesi dopo, a Midway.
I giapponesi rinunciarono poi alla terza ondata e lasciarono intatti depositi di carburante, cantieri e officine di riparazione: senza quelle strutture la flotta americana sarebbe dovuta tornare in California, mentre così buona parte delle corazzate colpite fu recuperata e riparata. Il colpo che doveva togliere agli Stati Uniti la voglia di combattere ottenne l’effetto opposto e compattò l’opinione pubblica americana come niente prima.

La dichiarazione di guerra arrivata in ritardo

Nei piani di Tokyo l’attacco non doveva essere un colpo a tradimento: l’ambasciata giapponese a Washington avrebbe dovuto consegnare la rottura delle trattative poco prima delle bombe. Tra i tempi di decifrazione e la battitura del documento, però, il messaggio arrivò sul tavolo americano quando le navi stavano già bruciando.
È un dettaglio che pesa più di quanto sembri: fu proprio quel ritardo a trasformare Pearl Harbor nel giorno dell’infamia del discorso di Roosevelt e a togliere ai giapponesi ogni appiglio diplomatico. Da quel momento, per gli americani, non ci fu più spazio per una guerra negoziata: l’unico esito accettabile diventò la resa incondizionata del Giappone.

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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).