Calo demografico in Giappone

Il tema del calo demografico in Giappone viene spesso raccontato come una catastrofe inevitabile. Io onestamente parto da un’altra domanda: ma siamo sicuri che il problema sia il calo, e non il fatto che finora abbiamo pensato alla popolazione come a qualcosa che deve crescere all’infinito? Il Giappone oggi ha circa il doppio degli abitanti dell’Italia, in un territorio che, se guardiamo solo le parti davvero vivibili, è di fatto più piccolo. Eppure da fuori sembra quasi che il Paese stia “sparendo”. A me viene da dire il contrario: prima di preoccuparci del Giappone che scende, proviamo a immaginare un’Italia che sale fino a 120 milioni di abitanti e oltre. Siamo proprio sicuri che sarebbe sostenibile, vivibile, desiderabile?

Bisogna fermarsi

Il punto, secondo me, è che prima o poi la popolazione mondiale dovrà fermarsi. Non possiamo pensare che tutto si regga per sempre su più nascite, più consumi, più crescita, come se la Terra fosse infinita. Per pagare pensioni e servizi bisognerà trovare altri equilibri: tecnologia, organizzazione diversa del lavoro, nuovi modelli sociali. Il Giappone, con tutti i suoi problemi, è un laboratorio interessante proprio per questo. In questo articolo vi racconto come vedo io il calo demografico giapponese, cosa sta cambiando davvero nella vita quotidiana e perché, secondo me, non ha senso parlarne solo in toni apocalittici.

Quanti abitanti

Partiamo dai numeri, perché aiutano a mettere le cose a fuoco. Il Giappone oggi ha circa 123 milioni di abitanti, mentre l’Italia si aggira intorno ai 59 milioni. Vuol dire che, grosso modo, in Giappone vive il doppio della popolazione italiana. Quando sento dire “il Giappone si sta svuotando” mi viene spontaneo pensare che, prima di puntare il dito, bisognerebbe chiedersi se noi saremmo davvero pronti a gestire numeri del genere.

Negli ultimi anni la popolazione giapponese ha iniziato a scendere in modo costante, dopo aver raggiunto il picco attorno al 2010. Oggi il ritmo di calo è di qualche centinaio di migliaia di persone all’anno, e le proiezioni parlano di un Giappone che potrebbe scendere sotto i 90 milioni entro il 2070. Ve lo dico sinceramente: non è che da un giorno all’altro le città si svuotano e i treni restano deserti. La percezione quotidiana è più sottile: più anziani in giro, più negozi gestiti da persone di una certa età, più scuole che accorpano classi.

In parallelo anche l’Italia sta vivendo un calo, con nascite ai minimi storici e una popolazione che lentamente diminuisce e invecchia. Ma il Giappone è più avanti nella curva: è come se vedessimo una versione “del futuro” di quello che potrebbe succedere altrove. Per questo io vi consiglio di guardare a questi numeri non solo con ansia, ma anche con curiosità: cosa succede davvero in un Paese che smette di crescere e inizia a ridursi?

Spazio e territorio

Sulla carta il Giappone è un po’ più grande dell’Italia: circa 378.000 chilometri quadrati contro 301.000. Ma questo dato, da solo, inganna parecchio. Gran parte del territorio giapponese è montuoso, boscoso, difficile da edificare, mentre in Italia le zone pianeggianti e collinari abitabili sono molto più ampie e continue.

Qui sta uno dei nodi che mi stanno più a cuore: se guardiamo solo alle aree davvero vivibili – pianure, coste urbanizzate, valli accessibili – il Giappone diventa di fatto molto più stretto, con enormi concentrazioni di persone nelle grandi metropoli. Le città come Tokyo, Osaka, Nagoya raccolgono una fetta enorme della popolazione e il risultato è che in certe zone si vive ancora oggi con una densità impressionante.

Per questo, quando sento parlare di “Giappone che si svuota”, faccio sempre una distinzione: alcune aree rurali, soprattutto nel nord e nelle montagne, si stanno effettivamente spopolando, mentre le grandi città restano piene e vivissime. L’idea di “Paese che si spegne” non corrisponde alla sensazione che si prova scendendo in una stazione di Tokyo nell’ora di punta, ve lo assicuro.

Un Paese anziano

Il dato che colpisce di più non è tanto il numero totale di abitanti, ma l’età media. Il Giappone è oggi uno dei Paesi più anziani del mondo: quasi il 30% della popolazione ha più di 65 anni, e l’età mediana sfiora i 50 anni. Significa che la struttura della società è cambiata in profondità in pochissimo tempo.

Nella vita di tutti i giorni questo si vede ovunque. Ci sono quartieri dove gli anziani sono nettamente la maggioranza, centri commerciali pieni di bastoni, deambulatori, carrozzine, ma anche di persone molto attive che vanno in palestra, viaggiano, frequentano corsi. Io mi trovo spesso a osservare questa scena: un autobus con un autista di mezza età, quasi tutti passeggeri pensionati, e magari un solo studente con la divisa scolastica seduto in fondo.

Il rovescio della medaglia è chiaro: pochi giovani devono sostenere un sistema di pensioni e sanità sempre più pesante. Qui nasce l’ansia sul futuro statale, sulla “bomba pensionistica”, sul rischio di non riuscire a garantire le stesse prestazioni a tutti. Ma secondo me il punto è un altro: non possiamo più immaginare il welfare come un meccanismo che funziona solo se ci sono sempre più lavoratori giovani. Bisogna ripensare il sistema in un mondo dove gli anziani saranno tanti, dappertutto, non solo in Giappone.

Nascite in calo

Nel 2024 in Giappone sono nati circa 720.000 bambini, il numero più basso da quando esistono le statistiche moderne. Il tasso di fecondità è sceso intorno a 1,2 figli per donna, ben sotto quel 2,1 che serve per mantenere stabile la popolazione senza immigrazione. In alcune zone, come Tokyo, il dato è ancora più basso.

In pratica, ogni generazione nuova è molto più piccola della precedente. Le scuole elementari chiudono o vengono accorpate, gli asili fanno meno fatica a trovare posti, e le aziende iniziano a preoccuparsi sul serio della mancanza di giovani da assumere. Non è una discesa improvvisa, è una lenta erosione che anno dopo anno cambia gli equilibri.

Se guardiamo all’Europa, anche lì i numeri non sono rassicuranti. L’Italia, per esempio, è scesa a circa 1,18 figli per donna, con poco più di 370.000 nascite all’anno, dati che raccontano un calo strutturale, non un momentaneo incidente di percorso. Io vi direi che Giappone e Italia, da questo punto di vista, sono due facce della stessa medaglia: società ricche, longeve, ma con pochi bambini.

Perché pochi figli

Quando si chiede ai giapponesi perché fanno pochi figli, le risposte si assomigliano molto a quelle che sento quando parlo con persone in altri Paesi. Costo della vita, precarietà del lavoro, mancanza di tempo, fatica di conciliare carriera e famiglia. In più, in Giappone c’è ancora una forte aspettativa che il carico domestico e la cura dei bambini ricadano soprattutto sulle donne.

Se provo a riassumere, vedo almeno quattro grandi blocchi di motivazioni:

  • lavoro a orari lunghi e poco flessibili
  • stipendi non sempre all’altezza del costo delle grandi città
  • case piccole e costose, soprattutto nelle aree urbane principali
  • una cultura che spesso lega ancora matrimonio e figli in modo molto rigido

Diciamocelo: se un giovane lavora fino a tardi, rischia il treno dell’ultimo rientro, vive in un appartamento minuscolo e non ha quasi mai sere libere, immaginare due o tre figli diventa complicato. Molti rimandano, aspettano “il momento giusto”, e quel momento spesso non arriva.

Io onestamente non vedo una grande differenza rispetto a quello che raccontano tanti trentenni in altre parti del mondo. La particolarità del Giappone è che tutte queste tendenze si sommano a una cultura del lavoro molto intensa e a un sistema di supporto familiare che non sempre intercetta chi si sposta nelle metropoli lontano dai nonni.

Lavoro e tempi

Il lavoro in Giappone è cambiato rispetto al passato, ma resta spesso totalizzante. In molte aziende i contratti stabili convivono con una galassia di lavori part-time, precari, contratti a termine. Chi ha un posto fisso tende a proteggere quella posizione a tutti i costi, accettando straordinari, trasferte, orari lunghi. Chi è precario fa fatica a sentirsi nella condizione di “potersi permettere” un figlio.

Secondo me qui c’è un nodo enorme: finché il tempo libero resta scarso, la famiglia viene percepita come un carico ulteriore, non come qualcosa che si integra naturalmente nella vita di tutti i giorni. Non basta dare un bonus economico alla nascita se poi i genitori non riescono a tornare a casa in orari umani, se non possono chiedere part-time senza paura di bruciarsi la carriera, se i turni cambiano continuamente.

Mi capita spesso di vedere coppie giovani che escono a cena tardi, dopo il lavoro, con l’aria stanca di chi ha ancora mille cose da fare. In quella situazione anche solo pensare a un bambino cambia completamente il quadro. E dal mio punto di vista, finché non si interviene davvero su orari, flessibilità e sicurezza del lavoro, è difficile aspettarsi miracoli solo con qualche sussidio.

Donne e famiglia

Un altro aspetto centrale è il ruolo delle donne. Negli ultimi decenni tantissime giapponesi hanno studiato, viaggiato, costruito carriere solide. L’idea di lasciare tutto per dedicarsi solo alla casa non è più scontata come una volta, anzi. Molte ragazze con cui parlo mi dicono apertamente che, se avere figli significa sacrificare la propria indipendenza economica, preferiscono rinunciare.

In Giappone, però, l’organizzazione familiare è ancora spesso molto tradizionale: casa lontana dai nonni, il marito che lavora fino a tardi, la moglie che si occupa quasi da sola di bambini, casa, burocrazia scolastica. Alcune aziende stanno introducendo congedi più lunghi per i padri e orari più flessibili, ma il cambiamento culturale è lento.

Ve lo dico subito: non è colpa “dei giovani che non vogliono più impegnarsi”, come si sente dire ogni tanto. È un sistema costruito per un’epoca in cui c’era un uomo che lavorava e una donna che gestiva tutto il resto. Quando questa struttura salta, o la si sostituisce con qualcosa di più equilibrato, oppure inevitabilmente il numero di figli scende.

Campagna che si svuota

Se nelle grandi città il problema principale è l’equilibrio tra lavoro e famiglia, nelle campagne giapponesi il tema è proprio la sopravvivenza delle comunità. Ci sono paesi dove la scuola ha chiuso, l’ambulatorio non ha più medici stabili, l’autobus passa pochissime volte al giorno. I giovani se ne vanno verso le metropoli e restano soprattutto persone anziane.

In questi luoghi il calo demografico è fisicamente visibile: case vuote, negozi chiusi, risaie abbandonate, interi quartieri con pochi abitanti. Le amministrazioni locali provano a offrire incentivi per attirare famiglie, con affitti bassi, contributi per la ristrutturazione delle case, aiuti per chi apre un’attività. Qualcuno risponde, ma non basta a invertire la tendenza.

Io vi giuro che alcuni di questi paesi sono di una bellezza incredibile, con montagne, fiumi, onsen, ciliegi. Ma bellezza e qualità della vita, da sole, non compensano la mancanza di servizi, trasporti, opportunità di lavoro, soprattutto per chi ha figli. È un paradosso: c’è spazio, c’è silenzio, c’è natura, eppure è proprio lì che il calo demografico morde di più.

Previdenza e servizi

Arriviamo al nodo delle pensioni e dei servizi sociali. Spesso il discorso si ferma qui: “servono più giovani per pagare le pensioni”. È vero che con meno lavoratori attivi e più pensionati il sistema va sotto pressione, ma secondo me questa frase, da sola, è pericolosa. Lascia intendere che l’unica soluzione sia fare più figli, come se la popolazione potesse crescere all’infinito.

In Giappone il dibattito è molto acceso. Si discute di aumento dell’età pensionabile, di riforme del sistema sanitario, di maggiore efficienza nell’assistenza agli anziani. Alcuni propongono di spostare più risorse sulla prevenzione e sulla medicina territoriale, per ridurre i costi ospedalieri in futuro. Altri insistono sulla necessità di aumentare la produttività, non solo il numero di lavoratori.

Io onestamente credo che la vera sfida sia imparare a vivere in una società stazionaria o in lieve calo, dove non si può più dare per scontato che “tanto i giovani pagheranno per tutti”. Bisogna costruire modelli nuovi: più tecnologia nella cura, più prevenzione, più attenzione a come si usano le risorse. Il calo demografico, da questo punto di vista, è un campanello d’allarme che ci obbliga a ripensare tutto, non solo a chiedere alle persone di fare più bambini.

Immigrazione e apertura

Un’altra grande differenza tra Giappone e molti Paesi europei è il rapporto con l’immigrazione. Il Giappone storicamente è stato molto chiuso, con percentuali di residenti stranieri bassissime rispetto alla popolazione totale. Negli ultimi anni qualcosa si sta muovendo: ci sono programmi per lavoratori stranieri in settori come l’assistenza, l’edilizia, la ristorazione.

Non si può però dire che il Giappone stia puntando davvero sull’immigrazione come soluzione principale al calo demografico. Le regole restano rigide, l’accesso alla cittadinanza è complesso, la lingua è una barriera importante. Alcune aziende e università attraggono persone da tutto il mondo, ma non basta a compensare la mancanza di nascite.

Secondo me, qui c’è un dibattito che riguarda tutti: fino a che punto vogliamo affidare l’equilibrio demografico all’arrivo di nuove persone dall’estero? E come lo si fa in modo rispettoso, sostenibile, senza trasformare l’immigrazione in un semplice “tappo” numerico per coprire i buchi del sistema? Il Giappone, con la sua prudenza, ci ricorda che non basta aprire le porte: servono integrazione vera, diritti, percorsi chiari.

Tecnologia e robot

Ogni volta che si parla di Giappone anziano e in calo, spunta fuori l’immagine dei robot che assistono gli anziani. Al di là delle caricature, è vero che qui si punta molto sulla tecnologia per cercare di alleggerire il peso del cambiamento demografico: automazione nelle fabbriche, casse automatiche, sistemi di monitoraggio a distanza per chi vive da solo, ausili tecnologici nelle strutture di cura.

Io vi consiglio di non idealizzare questa parte: la tecnologia aiuta, ma non sostituisce le relazioni umane. Può però fare una cosa importante: liberare tempo. Se alcune mansioni ripetitive vengono automatizzate, se la burocrazia diventa più semplice, se i servizi digitali funzionano davvero, magari chi lavora può permettersi orari più umani. E questo, indirettamente, potrebbe rendere meno “pesante” la scelta di avere figli.

In un mondo che va verso popolazioni stabilizzate o in calo, l’aumento di produttività diventa fondamentale. Non possiamo contare sul fatto che ci saranno sempre più braccia; dobbiamo fare in modo che quelle che ci sono possano lavorare meglio, non solo di più. Il Giappone, anche qui, è un’anticipazione di quello che probabilmente succederà altrove.

Italia e Giappone

Torno al confronto che sento più vicino. In Italia spesso si parla del Giappone come di un monito: “se non facciamo figli finiremo come loro”. A me viene da ribaltare la prospettiva: prima di criticare il calo giapponese, proviamo a immaginare seriamente cosa vorrebbe dire portare l’Italia a oltre 120 milioni di abitanti, con l’attuale organizzazione delle città, del traffico, dei servizi.

Siamo abituati a pensare che “più persone = più crescita = più benessere”, ma su un pianeta con risorse finite questa equazione ha dei limiti evidenti. Il Giappone ci mostra cosa succede quando il ciclo di crescita si ferma: emergono le fragilità del sistema pensionistico, le rigidità del mercato del lavoro, le disuguaglianze territoriali. Lo stesso sta già accadendo in Italia, solo con qualche anno di ritardo.

Ve lo dico sinceramente: non possiamo illuderci che basterà “tornare a fare più figli” per sistemare tutto. Serve un ripensamento profondo di come organizziamo le città, il lavoro, la cura, sia in Giappone che in Italia. E forse il fatto che alcuni Paesi si stiano già confrontando con il calo demografico è un’occasione per imparare qualcosa prima che la situazione diventi ingestibile.

Verso un nuovo equilibrio

Alla fine, il calo demografico in Giappone non è un film apocalittico dove tutti spariscono. È un lento spostamento di pesi: più anziani, meno bambini, città che restano piene e campagne che si svuotano, sistemi di welfare che vanno aggiornati. Fa paura perché rompe un’abitudine mentale: la crescita infinita.

Io onestamente penso che il nodo vero sia questo: accettare che l’umanità, a un certo punto, dovrà stabilizzarsi, e che forse in alcune zone del mondo la stabilizzazione significa diventare un po’ di meno. Non è per forza una tragedia, può anche essere una possibilità per vivere meglio, consumare meno, ridisegnare tempi e spazi.

Se c’è una lezione che mi porto dal Giappone è proprio questa: non si può continuare a ragionare solo in termini di “più, più, più”. Prima o poi arriva il momento in cui bisogna chiedersi come vivere bene con le persone che ci sono, non quante altre possiamo aggiungere. E forse, invece di guardare il calo demografico solo con ansia, potremmo iniziare a usarlo come occasione per immaginare un futuro diverso.

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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).