Esposizione bonsai giappone in Giappone con piccoli alberi in fiore bianchi e gialli disposti su ripiani.

Bonsai

Ci sono alberi alti quanto una mano che portano addosso l’aria di un secolo: corteccia screpolata, rami piegati come quelli di un pino cresciuto su una scogliera, una lentezza che ti costringe a rallentare pure te. Se i bonsai vi hanno già preso anche solo un po’, il Giappone è il posto dove quella passione trova casa, e vale la pena andarci con un minimo di metodo invece che a caso.
Perché dal vivo cambia tutto: capisci che non è giardinaggio, è una forma d’arte lenta, fatta di anni e di mani pazienti. Il paese è pieno di luoghi dove questa cultura si tocca con mano: il quartiere di Omiya vicino Tokyo, il museo privato Shunkaen in città, la mostra Kokufu a Ueno e, più a sud, il regno dei pini di Takamatsu.
In questo giro vi porto dove si vedono i bonsai più belli del paese, come si guardano senza sentirsi persi, quanto si spende e perché portarne uno a casa è più complicato di quanto sembri.

Cosa è un bonsai

Bonsai vuol dire più o meno albero nel vaso, e già questo dice quasi tutto. Non è una specie particolare di pianta nana: è un albero normale, tenuto piccolo e modellato per anni finché non prende la forma di un esemplare adulto in miniatura.
L’idea non nasce nemmeno in Giappone. Arriva dalla Cina, dove esisteva l’arte di coltivare paesaggi in miniatura dentro i vasi, e viene portata qui intorno al periodo Kamakura, secoli fa, insieme a tanta altra cultura cinese che i giapponesi hanno poi rielaborato a modo loro.

Col tempo qui hanno tolto il superfluo e sono andati verso una cosa più pulita e controllata: un solo albero, una forma studiata, niente fronzoli. I samurai e le famiglie nobili tenevano bonsai come segno di gusto e di posizione sociale, e da lì è diventato pian piano un pezzo di cultura di casa. Una cosa che mi piace ripetere a chi lo scopre adesso: un bonsai non è mai finito. Finché è vivo cresce, cambia, e chi lo cura continua a intervenire stagione dopo stagione.

Un bonsai di pino con tronco rugoso in un vaso rettangolare presso il Takamatsu Bonsai Village Center a Takamatsu.
La corteccia spessa di questo pino dimostra decenni di cure costanti. Nei vivai i supporti in metallo garantiscono il corretto drenaggio dell'acqua dal vaso rettangolare.
Piccoli alberi bonsai e kokedama esposti su un tavolo bianco al Takamatsu Bonsai Village Center a Takamatsu.
I kokedama presentano radici avvolte in sfere di muschio compatto. Questa tecnica richiede vaporizzazioni costanti per mantenere in salute il fogliame verde.

Omiya, il paese dei bonsai

Se dovessi mandare una persona in un posto solo per capire i bonsai, la mando a Omiya, appena a nord di Tokyo, dentro Saitama. Qui c’è un intero quartiere nato apposta per coltivarli.
La storia è concreta e vale la pena saperla. Dopo il grande terremoto del Kanto, all’inizio del secolo scorso, molti coltivatori di bonsai che stavano in centro a Tokyo persero tutto e cercarono un posto nuovo dove ricominciare. Scelsero questa zona perché c’erano acqua pulita, terra buona e spazio, e fondarono un villaggio dedicato solo a questo.

Nel periodo d’oro qui c’erano quasi trenta vivai. Oggi ne restano una manciata, sei o giù di lì, ognuno con il suo carattere e le sue specie preferite, e la bella notizia è che nella maggior parte dei casi si entra gratis. Camminate per le stradine tranquille e vi accorgete che anche le case private tengono file di bonsai in giardino, come da noi si tengono i gerani sul balcone.
Un consiglio pratico prima di partire: molti vivai e il museo chiudono di giovedì, quindi evitate quel giorno o rischiate di trovare tutto sbarrato.

Nel cuore del quartiere c’è l’Omiya Bonsai Art Museum, il primo museo pubblico al mondo dedicato solo a quest’arte. Dentro trovate un centinaio di esemplari da collezione più vasi, pietre da contemplazione e vecchie stampe, con una parte esposta a rotazione secondo la stagione, così che quello che vedete d’autunno non sia identico a quello che trovate in primavera.
Il biglietto costa pochissimo per quello che mostra, siamo intorno ai 300 yen, e c’è una cosa da tenere a mente: nelle sale interne di solito non si possono fare foto, mentre nel giardino esterno sì. Ci si arriva facilmente in treno, scendendo alla stazione di Toro sulla linea JR oppure a quella di Omiya-koen. Io vi direi di iniziare dal museo e poi girare i vivai: la prima sala vi spiega le basi e dopo guardate tutto con un altro occhio.

Come si guarda

La prima volta davanti a un bonsai la reazione è quasi sempre la stessa: carino, e poi via. Il punto è che non lo stai guardando come va guardato, e bastano due o tre cose per cambiare completamente la visita.
Ogni bonsai ha un davanti. Non è un oggetto da girare intorno a caso: è pensato per essere visto da un lato preciso, quello da cui la forma dell’albero racconta meglio la sua storia. Mettetevi lì davanti, all’altezza giusta, e non dall’alto come si guarda un vaso di fiori.

Le cose su cui vi consiglio di fermare gli occhi sono poche ma cambiano tutto:

  • La base del tronco e le radici che affiorano dalla terra: quando si allargano bene e sembrano aggrappate al vaso, l’albero pare vecchio da sempre.
  • Il tronco che sale e si assottiglia verso la cima, con le sue curve: è la spina dorsale di tutto, e più il movimento è naturale più il lavoro è riuscito.
  • Il legno secco, cioè quei rami o quelle strisce di tronco scortecciato e sbiancato: imitano i fulmini e le stagioni dure passate da un albero di montagna, e in molte specie sono la parte più drammatica.
  • L’equilibrio tra pieni e vuoti: gli spazi vuoti tra i rami contano quanto le foglie, perché è lì che passa la luce.

Quando un bonsai è messo in mostra per bene lo trovate in una nicchia, spesso con un rotolo dipinto appeso dietro e una piccola pianta di accompagnamento accanto. Non è solo scenografia: quell’insieme serve a suggerire una stagione e un paesaggio, e l’alberello diventa la finestra su un posto molto più grande di lui.

Gli stili principali

Dietro l’aria spontanea c’è una griglia di stili ben precisa, e conoscerli aiuta a leggere quello che avete davanti. Non serve impararli a memoria, però riconoscerne tre o quattro rende la visita molto più divertente.
I più comuni sono questi:

  • Chokkan: il tronco dritto e verticale che sale pulito verso l’alto, quello che in natura fa un albero cresciuto isolato, senza vento forte né ostacoli.
  • Moyogi: il tronco che sale facendo curve morbide a esse ma con la cima sempre sopra la base, il più naturale da vedere e anche il più indulgente per chi comincia.
  • Shakan: l’albero inclinato tutto da un lato, come piegato da anni di vento che soffia sempre nella stessa direzione.
  • Kengai, la cascata: il tronco scende sotto il bordo del vaso, come un pino cresciuto aggrappato a una parete di roccia. La versione più delicata, dove scende ma non troppo, si chiama han-kengai.

C’è poi tutta la famiglia degli stili con più tronchi, i boschetti in miniatura dentro un vaso solo, le radici abbracciate a una pietra e via dicendo. Ma se in un pomeriggio a Omiya riuscite a dire ad alta voce cascata, inclinato, dritto guardando gli alberi giusti, secondo me avete già vinto la giornata.

Un bonsai pesco giappone posato su un tavolino in legno accanto a un poster promozionale con un treno in Giappone.
Un piccolo pesco in miniatura mostra come le varietà da frutto scandiscano le stagioni. Il vaso verde chiaro bilancia i toni scuri del legno secondo regole estetiche precise.
Persona maschile e persona femminile lavorano insieme alla creazione di un bonsai al Takamatsu Bonsai Village Center.
I laboratori mostrano il rigore dietro questa disciplina. Con guanti e forbici di precisione si impara a compattare il terreno e a posizionare il muschio sulle radici scoperte.

Kokufu-ten

C’è un appuntamento che per chi ama i bonsai è quello vero, ed è la mostra Kokufu, che si tiene a Ueno, dentro il museo d’arte metropolitano di Tokyo, da moltissimi anni. È la più antica e prestigiosa del paese: qui arrivano gli esemplari migliori, quelli selezionati uno per uno, spesso di proprietà di collezionisti privati che non li mostrano mai al pubblico.
Si svolge in pieno inverno, e non è un caso. Con i rami spogli si vede la struttura nuda dell’albero, l’intreccio dei rami e le curve del tronco senza il velo delle foglie, ed è proprio lì che si giudica il lavoro fatto negli anni.

Ve lo dico sinceramente: se capitate a Tokyo nel periodo giusto e i bonsai vi hanno preso anche solo un po’, è una di quelle cose che vale la sveglia presto per evitare la coda. Le sale sono affollate di appassionati serissimi, spesso con la macchina fotografica al collo, ed è bello starci in mezzo anche solo per sentire l’aria. Conviene controllare le date esatte prima di partire, perché cambiano ogni anno e la mostra dura pochi giorni.

Shunkaen a Tokyo

Se non avete voglia di uscire dalla città ma volete comunque vedere bonsai di altissimo livello, dentro Tokyo c’è lo Shunkaen, nella zona di Edogawa, verso est. È il museo privato di uno dei maestri più conosciuti al mondo, uno che ha vinto i premi più importanti del settore, compreso quello del primo ministro.
Qui il clima è diverso da un museo pubblico. Si cammina tra alberi che valgono cifre da capogiro, molti curati personalmente dal maestro, e in certi casi si può anche vedere qualche allievo al lavoro.

Rispetto a Omiya è tutto più raccolto e privato, quindi vi consiglio di controllare prima come funzionano ingresso e giorni di apertura, perché di solito è chiuso un giorno a settimana e non è il tipo di posto in cui si entra e basta. Chi è già appassionato lo mette volentieri in programma; chi parte da zero secondo me fa prima a cominciare da Omiya e tenere Shunkaen come secondo passo.

Takamatsu, il regno dei pini

Se siete disposti a uscire dai giri classici, c’è un posto che mi porto dentro da quando ci sono stato: Takamatsu, sull’isola di Shikoku, nella prefettura di Kagawa. Qui, nelle zone di Kinashi e Kokubunji, si coltiva la stragrande maggioranza dei pini da bonsai di tutto il Giappone, tanto che questa fetta di paese viene chiamata la culla del bonsai e gli appassionati di mezzo mondo la conoscono benissimo, mentre il turista medio non ci mette quasi mai piede.
Il segreto è nella terra: sono zone di campi sabbiosi e ben drenati, ideali per il pino nero, il pino bianco e il nishiki-matsu, perché in quel terreno le radici marciscono meno e l’albero cresce più robusto e longevo.

Io ci sono passato al Takamatsu Bonsai Village Center, un po’ fuori mano rispetto agli itinerari più turistici, ma proprio per questo affascinante: si cammina tra vivai e distese di pini allineati come in un frutteto, si vedono i coltivatori al lavoro e, se si capita nei giorni giusti, ci sono pure i mercati di scambio dove gli alberi passano di mano. Rispetto a Omiya è tutto più agricolo e verace, meno museo e più mestiere, e per chi la passione ce l’ha già è il tipo di deviazione che ripaga la fatica del viaggio.

Quanto si spende

Guardare i bonsai costa pochissimo, ed è una delle esperienze più economiche che si possano fare intorno a Tokyo. I vivai di Omiya spesso non fanno pagare l’ingresso, il museo chiede una cifra simbolica, e con una giornata e i biglietti del treno ve la cavate con una spesa da poco.
Comprarne uno è un altro discorso. Nei vivai e in qualche negozio si trovano piantine giovani a prezzi abbordabili, il souvenir da poche migliaia di yen che chiunque può togliersi.

Poi c’è l’altra scala, quella degli esemplari da collezione: alberi con decine o centinaia di anni sulle spalle, in certi casi vicini al millennio, che valgono come una macchina o come una casa. Non sono in vendita nei musei, ma passeggiando tra i vivai capita di vedere il cartellino su qualche pezzo importante e lì si capisce di che mondo si parla. Se pensate di comprare per davvero, mettete in conto anche il vaso giusto e gli attrezzi, che da soli non sono regalati.

Portarne uno a casa

Qui devo fermarvi, perché è l’errore che vedo fare più spesso. Il bonsai sembra il ricordo perfetto da mettere in valigia, ma portarlo fuori dal Giappone non è affatto semplice e nella maggior parte dei casi non si può fare così su due piedi.
Il problema è la terra e le radici. Quasi tutti i paesi hanno regole severe sull’ingresso di piante vive con il pane di terra, per evitare parassiti e malattie, e per esportare un bonsai servono controlli, certificati e permessi che richiedono tempo e vanno preparati prima.

Se ci tenete davvero, la strada è appoggiarsi a vivai attrezzati per la spedizione all’estero, che sanno gestire la parte burocratica e vi consegnano l’albero con le carte in regola. Da turista, col bonsai comprato al volo e infilato nel bagaglio, rischiate solo di vederlo sequestrato in aeroporto.
Il mio consiglio è più semplice: se volete un ricordo, portatevi a casa un vaso da bonsai, una pietra da contemplazione o un buon paio di forbici da potatura. Occupano poco, non danno problemi alla dogana, e ogni volta che li usate vi ricordate del posto dove li avete presi.

Un diffusore di aromi a forma di bonsai su un espositore nero con un flacone di olio essenziale all'interno di Hands.
Il design contemporaneo rielabora le forme vegetali. Questo diffusore da interni funge da elemento d'arredo minimale e rilascia gocce di olio essenziale di legno di cipresso.
Un bonsai su una base di marmo nell'ingresso a The St. Regis Osaka, davanti a tende marroni drappeggiate.
Nelle hall l'estetica è rigorosa. Il contrasto cromatico tra il tronco spoglio e la base in marmo bianco è sufficiente a rendere il vaso il fulcro visivo dell'intero ambiente.

Il mio consiglio

Se dei bonsai non vi è mai importato niente, provate lo stesso a passare mezza giornata a Omiya prima di decidere. A me piace proprio perché ti costringe a rallentare: davanti a un albero di trecento anni alto quanto una mano, di corsa non ci stai.
Poi magari uscite di lì e comprate solo una cartolina, va benissimo. Ma qualcosa di quel modo di guardare le cose piccole con calma, di solito, ve lo portate a casa lo stesso.

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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).