Scrivere il curriculum giapponese
Il curriculum giapponese si scrive in un modo tutto suo, e non basta tradurre quello che avete usato in Italia.
Qui il documento ha una struttura fissa, delle caselle da riempire in un certo ordine e un sacco di piccole regole che un datore di lavoro nota subito.
Se le sbagliate, spesso il vostro foglio finisce in fondo alla pila senza che nessuno lo legga davvero.
Vi spiego come funziona, casella per casella, e cosa serve sapere per non partire col piede sbagliato quando cercate lavoro qui.
Indice
Due documenti diversi
La prima cosa da capire è che in Giappone il curriculum non è uno solo, ma due, e servono a cose diverse. Il primo si chiama rirekisho ed è quello standard, con le caselle prestampate: dati personali, foto, studi, lavoro, qualifiche, motivo della candidatura. Il secondo è lo shokumukeirekisho, che racconta nel dettaglio l’esperienza, i progetti seguiti, il ruolo che avevate.
Il rirekisho ha un formato rigido e cambia pochissimo da un settore all’altro. Lo shokumukeirekisho invece lo costruite voi da zero, in genere al computer, ed è la parte più simile al curriculum occidentale.
Molte aziende vi chiedono entrambi già al primo invio, quindi conviene prepararli insieme e non ridursi all’ultimo con uno solo dei due.
Dove si compra
Il rirekisho non lo inventate voi: esiste un modello standard e vi conviene partire da quello. I moduli vuoti si possono comprare al konbini, per circa 100 yen. Li trovate anche nelle cartolerie e nei negozi da 100 yen, di solito in confezioni che includono già la busta giusta per spedirlo.
Se preferite lavorare al computer, in rete girano tanti modelli gratuiti da scaricare e stampare, sia in Word che in PDF.
Il formato più diffuso segue lo standard giapponese chiamato JIS, ed è quello che vi consiglio se non sapete quale scegliere, perché è il più neutro e va bene quasi ovunque.
Per la carta, il rirekisho di solito si usa in formato A4 oppure B5, e senza indicazioni particolari dell’azienda vanno bene entrambe le misure.
Esistono varianti del modulo pensate per situazioni diverse, e sceglierle bene fa la differenza:
- Se avete poca esperienza di lavoro: prendete un modulo con lo spazio grande per il motivo della candidatura e la presentazione personale.
- Se avete cambiato molti lavori: meglio un modulo con la casella della storia lavorativa più ampia.
- Se il vostro punto forte sono titoli e certificazioni: cercate il modulo con la sezione qualifiche più generosa.
- Se fate domanda online e non serve la foto: esistono anche moduli senza fototessera.
A mano o al computer
Una delle domande che mi fanno più spesso è se il rirekisho vada scritto a mano. La risposta è che oggi vanno bene tutti e due i modi, ma dipende molto dall’azienda. Il PDF al computer è accettato dalla maggior parte dei datori di lavoro moderni, mentre la scrittura a mano è ancora preferita in alcune piccole realtà tradizionali, per esempio nella ristorazione, nell’assistenza e nelle strutture ricettive.
Se scrivete a mano, usate una penna nera e scrivete pulito, perché la leggibilità qui conta parecchio. Niente correttore bianco: se sbagliate una casella, si rifà il foglio da capo, non si corregge sopra. Ve lo dico subito perché è uno degli errori che pesa di più.
Se invece andate di computer, occhio ai caratteri: i font standard in Giappone sono il Gothic e il Mincho, e conviene usarne uno solo per tutto il documento, cambiando semmai dimensione o grassetto solo per le parti che volete far risaltare.
I dati personali
La parte in alto sembra la più semplice, e invece è dove molti scivolano. Il nome va scritto per intero, cognome prima e nome dopo, con lo spazio in mezzo. Se avete un nome che si scrive in kanji lo mettete in kanji, altrimenti il nome va in caratteri latini o in katakana. Sopra il nome c’è la casella della furigana, cioè la lettura in kana, che serve a far capire come si pronuncia.
L’indirizzo si scrive completo, senza abbreviare nulla: prefettura, città, numero civico, nome del palazzo e interno.
La data in alto a destra non è la data di nascita, ma quella legata alla consegna. Se portate il curriculum di persona, mettete la data del colloquio; se lo spedite, la data in cui lo imbucate; se lo mandate per email, la data dell’invio.
Per gli anni potete scegliere il calendario occidentale oppure quello giapponese con le ere, l’importante è restare coerenti: se iniziate con uno, tenete quello per tutto il foglio.
La foto
La fototessera non è un dettaglio, è la prima cosa che l’esaminatore guarda, e in Giappone se ne accorgono se è fatta male. La misura standard è 4 per 3 centimetri, quella che entra esatta nella casella dei modelli. Serve una foto recente, scattata entro sei mesi, sfondo tinta unita chiara, senza fantasie, con abito formale ed espressione neutra.
Per farla avete diverse strade, e il prezzo cambia parecchio:
- Le cabine automatiche in stazione, al konbini o nei centri commerciali: costano poco e vanno bene per una candidatura normale.
- Uno studio fotografico: costa di più, ma vi sistemano luce, posa e ritocchi, e per un colloquio importante secondo me vale la spesa.
- Alcuni studi vi danno anche il file digitale, comodo se poi dovete inviare il curriculum online.
Un accorgimento che quasi nessuno vi dice a voce: prima di incollarla, scrivete il nome sul retro della foto, così se si stacca durante il viaggio nella busta si capisce di chi è. Poi la incollate, non la graffate.
Studi e lavoro
La casella di studi e lavoro ha un ordine preciso e non è un campo libero. Si scrive la parola “studi” al centro della prima riga, e dalla seconda riga in poi si elencano i titoli a partire dalle superiori, con i nomi degli istituti scritti per intero, senza abbreviazioni, comprese facoltà e corso di laurea. Se state ancora studiando, si indica che il titolo è in arrivo con la dicitura “conseguimento previsto”.
Finiti gli studi, si lascia una riga e si passa al lavoro con la stessa logica: azienda per azienda, l’anno di ingresso e quello di uscita, dal più vecchio al più recente.
Alla fine dell’elenco si chiude con una parola sola, “ijo”, allineata a destra, che vuol dire più o meno “fine della lista”: è una convenzione, ma la sua assenza si nota.
Per chi arriva da un percorso fatto all’estero, il consiglio è di scrivere i nomi in modo che un giapponese li capisca, aggiungendo dove serve una piccola spiegazione tra parentesi.
Qualifiche e patenti
Qui vanno le certificazioni, le patenti e i titoli che avete, a partire dalla patente di guida se ce l’avete. Si scrivono con il nome ufficiale completo, non con la sigla che usate tra amici. Per chi non è giapponese, la voce più importante è quasi sempre la certificazione di lingua giapponese, il JLPT: metteteci il livello che avete davvero superato, perché è la prima cosa che l’azienda cerca.
Se avete certificazioni di inglese o altre lingue, vanno bene anche quelle. Vi consiglio di inserire solo i titoli conseguiti sul serio e che c’entrano con il lavoro: riempire la casella con cose a caso non aiuta, anzi dà l’idea di uno che allunga il brodo.
Perché volete quel lavoro
La casella del motivo della candidatura, lo shibodoki, è quella che pesa di più insieme alla foto, e non va copiata uguale da un’azienda all’altra. Chi valuta il curriculum guarda proprio questa casella per capire quanto siete motivati, e un motivo generico viene letto come poca voglia di entrare proprio lì.
Il modo giusto è collegare l’esperienza a qualcosa di concreto di quell’azienda: cosa fa, cosa vi attira, cosa potete portarci voi.
Io onestamente vi direi di scrivere questa parte per ultima e di rifarla ogni volta, azienda per azienda, anche se è la più noiosa. È il punto dove si vede chi ha davvero studiato l’azienda e chi ha mandato lo stesso foglio a venti posti diversi.
Hobby e richieste personali
Verso il fondo trovate due caselle che molti sottovalutano. Una è quella di hobby e cose in cui siete bravi: serve a dare un’idea di chi siete, e in un colloquio può diventare un aggancio per rompere il ghiaccio. Scriveteci qualcosa di vero e raccontabile, non solo una parola secca.
L’altra è la casella delle richieste personali, ed è una trappola. Verrebbe voglia di scriverci stipendio e orari, ma qui funziona al contrario. La regola generale è scrivere “mi attengo alle disposizioni della vostra azienda”, perché mettere pretese rischia di abbassare la valutazione. Ci sono casi in cui conviene scrivere qualcosa, per esempio il tipo di mansione che cercate o una condizione irrinunciabile, ma solo quando serve davvero.
Il timbro personale
Alcuni modelli di rirekisho hanno una piccola casella per il timbro personale, l’hanko, di solito accanto al nome o alla data. Se c’è, va usata; se il modulo non ce l’ha, non serve aggiungerlo. Il timbro qui fa un po’ la parte della firma, ed è una di quelle cose che chi arriva dall’estero non si aspetta.
Se lavorate al computer e usate un modulo digitale, esistono versioni del timbro in formato immagine da inserire nel file. Non è la parte più importante del curriculum, ma se la casella c’è e la lasciate vuota si nota, quindi meglio non dimenticarla.
Gli errori più comuni
Il rirekisho si gioca tanto sui dettagli, e gli scivoloni che vedo ripetersi sono quasi sempre gli stessi. Chi seleziona controlla che non ci siano errori di battitura, che non ci siano caselle vuote, che la foto sia incollata e che la data sia giusta, e da queste piccole cose si fa un’idea di come lavorate. Sembrano quisquilie, ma qui contano davvero.
Le cose a cui fare più attenzione, secondo me, sono queste:
- Non lasciate caselle vuote: se un campo non vi riguarda, esiste sempre una formula per dirlo.
- Niente correzioni sopra: se scrivete a mano e sbagliate, si rifà il foglio.
- Mai mischiare i calendari, occidentale ed ere giapponesi, nello stesso documento.
- Non riciclate il motivo della candidatura per aziende diverse.
- Controllate la data: deve corrispondere al giorno di consegna, non a quando l’avete scritto.
Come consegnarlo
Se lo portate a mano al colloquio, il rirekisho non va piegato e stropicciato in tasca: si tiene dentro una cartellina pulita e si consegna in ordine.
Se lo spedite, va nella busta apposita, quella grande che spesso trovate già insieme al modulo al konbini, senza piegarlo in quattro.
Sul davanti della busta si scrive l’indirizzo dell’azienda in verticale e con cura, e c’è l’abitudine di segnare in rosso che dentro ci sono documenti di candidatura.
Anche qui vale la stessa logica di tutto il resto: la forma conta, e la persona che riceve la busta si fa un’idea di voi ancora prima di aprirla. A me questa attenzione ai dettagli all’inizio sembrava esagerata, poi ho capito che fa parte del gioco e che seguirla vi mette semplicemente alla pari con tutti gli altri candidati.
Il curriculum giapponese all’inizio spaventa proprio perché è tutto codificato, ma è anche il suo lato comodo: una volta capito lo schema, lo rifate quasi a occhi chiusi.
Il mio consiglio è di prepararvi un modello base pulito e poi cambiare ogni volta solo la foto recente e il motivo della candidatura, che sono le due parti su cui vi giudicano davvero. Il resto è precisione e pazienza, e quelle, qui, ripagano sempre.
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Autore
Marco Togni
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).