Sistema di scrittura giapponese

La scrittura giapponese è una delle cose più belle da guardare quando siete qui: sembra un codice segreto, ma in realtà ha una logica chiara. Non diventa “leggibile” per magia, però se siete curiosi potete imparare due basi e iniziare a riconoscere pezzi di Giappone ovunque, dai menù ai cartelli.

Io la vedo così: in viaggio la maggior parte delle scritte vi sembrerà comunque illeggibile, ed è normale. Se però vi portate a casa un minimo di strumenti (soprattutto per katakana), vi divertite di più e vi sentite un filo più autonomi nei momenti pratici.

Quattro scritture

In Giappone si usano quattro metodi di scrittura: hiragana, katakana, kanji e romaji.

  • Hiragana: segni morbidi e rotondi, usati per tante parole giapponesi e per la grammatica.
  • Katakana: segni più spigolosi, usati soprattutto per parole straniere “adattate” al giapponese.
  • Kanji: caratteri complessi che portano un significato, non solo un suono.
  • Romaji: il nostro alfabeto (lettere latine), presente in molti punti turistici ma non dappertutto.

La cosa importante da capire subito è questa: una frase giapponese, in genere, non è scritta “tutta nello stesso alfabeto”. È un mix. E proprio quel mix è il motivo per cui, senza studio, vi sembrerà spesso tutto un muro di simboli.

Cartello blu di avvertimento presso un passaggio a livello ferroviario nei luoghi di Maison Ikkoku in Giappone.
Ai passaggi a livello i cartelli indicano le norme di sicurezza unendo gli hiragana a colori ad alto contrasto per una lettura immediata.
Una mano tiene un oracolo cartaceo con motivi floreali e un ciondolo metallico al santuario Kitaguchi Hongu Fuji Sengen.
I foglietti divinatori dei santuari stampano le profezie in verticale. Anche sugli amuleti in metallo la scrittura è parte integrante del rito.

Colpo d’occhio

Se non studiate giapponese, la prima abilità utile è riconoscere cosa state guardando. Non per tradurre, ma per orientarvi.

  • Hiragana: forme tonde, tratti fluidi. Anche quando non li sapete leggere, “sembrano morbidi”.
  • Katakana: linee dritte e angoli, look più secco e geometrico.
  • Kanji: tanta densità, tanti tratti, sembrano piccoli disegni complessi.
  • Romaji: ovvio, sono le nostre lettere.

Io vi consiglio di farlo così: quando vedete una scritta, chiedetevi solo “è fatta di segni semplici ripetuti” oppure “è fatta di caratteri complessi diversi tra loro”. Nel primo caso siete quasi sempre nel mondo hiragana/katakana. Nel secondo siete nei kanji. Già questo vi cambia la percezione: smette di essere un blob indistinto.

Kana semplici

Hiragana e katakana sono due sillabari: ogni simbolo non corrisponde a una lettera, ma a un suono intero. A volte è una vocale (a, i, u, e, o), a volte è la N, altrimenti è una sillaba tipo ka, shi, mo, yu.

I simboli “base” sono 46. Questo non significa che dopo 46 simboli leggete il Giappone. Significa solo che il sistema non è infinito. Se vi va di fare un gioco prima del viaggio, potete imparare a riconoscere qualche segno e poi divertirvi a beccarlo in giro.

Io onestamente non punterei a “imparare tutto” se non state studiando la lingua. Punerei a questo livello: riconosco se una parola è in kana, la leggo lentamente, e magari mi viene in mente che cosa potrebbe essere.

Hiragana

Gli hiragana sono quelli rotondi. In viaggio, però, servono meno di quanto molti pensino.

Il motivo è semplice: gli hiragana scrivono parole giapponesi e la parte grammaticale. Se voi leggete una parola in hiragana ma non conoscete quella parola, restate comunque senza significato.

Dove diventano interessanti, invece, è come segnale visivo:

  • Capite che quella scritta è giapponese puro, non un prestito straniero.
  • In certi posti (lavagnette, piccoli locali, etichette semplici) trovate anche scritte tutte in hiragana, perché sono immediate per i giapponesi e visivamente più morbide.
  • Se vedete hiragana attaccati ai kanji, di solito sono la parte che lega la frase.

Se siete curiosi, impararne anche solo alcuni vi fa riconoscere pattern. Se non lo siete, non vi state perdendo la chiave del viaggio. Ve lo dico sinceramente: per il viaggiatore medio, l’hiragana è più un divertimento che uno strumento.

Katakana

Il katakana, invece, è quello che può regalarvi qualche soddisfazione pratica anche senza studiare giapponese.

Si usa soprattutto per parole straniere: termini presi dall’inglese, dall’italiano, dal francese, e in generale da fuori dal Giappone. Non sono tradotti, sono trascritti con i suoni giapponesi.

Questo è il punto: se sapete leggere katakana, spesso riuscite a indovinare parole che già conoscete. Magari un po’ deformate, allungate, adattate, ma riconoscibili.

Dove lo vedete spesso:

  • menù di caffetterie, catene, ristoranti con tante cose “internazionali”
  • bevande, snack, prodotti confezionati
  • cosmetici, farmacia, confezioni con nomi di prodotto
  • cartelli moderni, servizi, avvisi legati a brand o termini importati

Io vi consiglio il katakana se volete una cosa concreta: è quello che più facilmente vi fa dire “ah, ok, ho capito” anche senza sapere giapponese.

L'insegna della Shibuya Language School presso il Prem Sakuragaoka Building a Tokyo, in Giappone.
Sulle insegne di molti edifici l'alfabeto latino affianca gli ideogrammi per facilitare la comprensione a chi non conosce il giapponese.
Una grande lanterna rossa sospesa sotto la porta Kaminarimon nel quartiere di Asakusa a Tokyo.
I tratti neri dipinti sulla lanterna gigante di Asakusa mostrano come la calligrafia diventi un solido elemento architettonico e visivo.

Suoni adattati

Le parole in katakana non sono la copia perfetta della parola originale. Vengono adattate ai suoni disponibili in giapponese, e questo crea due effetti molto comuni.

Il primo: le parole si allungano. Il giapponese tende a preferire sillabe consonante+vocale, quindi compaiono vocali “di appoggio”. Una parola corta può diventare più lunga.

Il secondo: alcuni suoni cambiano perché certe consonanti non esistono come le pensiamo noi. La L, per esempio, non c’è come suono separato: tende a diventare una R. Quindi “Italia” suona più vicino a “Itaria”. Non è una “pronuncia sbagliata”, è proprio il filtro dei suoni giapponesi.

Se leggete una parola in katakana e non vi viene nulla, io farei questa prova: leggetela piano, sillaba per sillaba, senza pretendere di azzeccare l’accento. A volte la parola salta fuori solo perché la state “sentendo”.

Segni che cambiano

Nei kana ci sono due piccoli segni che trovate spesso e che cambiano la lettura. Non serve conoscerne i nomi tecnici: basta riconoscerli.

  • Le “virgolette” (due tratti piccoli) rendono il suono più duro: ka diventa ga, sa diventa za e così via.
  • Il “pallino” piccolo su alcune serie trasforma il suono in P.

È un dettaglio, sì. Però è anche il motivo per cui una parola che avete letto una volta e vi sembrava chiara, la seconda volta vi sembra diversa: cambia una sillaba e cambia tutto.

Un’altra cosa che vedete spesso è la lineetta lunga nei katakana, che allunga la vocale. Sulle bevande e sui nomi dei prodotti è comunissima. Se la ignorate, di solito capite lo stesso. Se la considerate, leggete più vicino alla pronuncia.

Piccoli caratteri

C’è un’ulteriore complicazione che in viaggio non vi serve “studiare”, ma è utile sapere che esiste: alcuni segni scritti più piccoli modificano il suono.

  • Un piccolo “tsu” in mezzo alla parola indica una pausa, come una consonante raddoppiata.
  • Piccoli “ya/yu/yo” (scritti più piccoli dopo certe sillabe) cambiano la combinazione del suono.

Se state giocando a decifrare katakana su un menù e una parola non vi torna, spesso è lì: c’è un segno piccolo che avete letto come normale.

Io non la trasformerei in ansia. La terrei come consapevolezza: “ok, esistono anche segni piccoli, quindi se non capisco, forse non sto leggendo la parola giusta”.

Romaji

Il romaji è il nostro alfabeto. Lo vedete moltissimo in aree turistiche, nelle grandi stazioni, sulle mappe, nei nomi di brand. È comodo, e spesso salva.

Il limite è che non è garantito.

  • In tanti ristoranti tradizionali il menù è solo in giapponese.
  • In quartieri meno centrali può capitare che le indicazioni siano quasi tutte in giapponese.
  • A volte ci sono scritte in romaji, ma non sono pensate per “essere capite al volo”: sono una trascrizione, non un inglese.

Secondo me è importante partire con questa aspettativa: il romaji vi aiuta nei punti grossi. Nei dettagli quotidiani, spesso no.

Kanji

I kanji sono i caratteri complessi. Qui entra il mondo “vero” della scrittura giapponese, quello che richiede studio.

Ogni kanji porta un’idea: acqua, montagna, stazione, uscita, mangiare, grande… non sempre in modo così diretto, ma il concetto è quello. Il problema è che non basta sapere “l’idea”: ogni kanji può avere letture diverse, e le combinazioni tra kanji formano parole che voi dovete conoscere.

Esistono decine di migliaia di kanji, ma nella vita reale se ne usa un numero molto più limitato. Spesso si parla di circa 2.000 come base per leggere giornali e testi comuni. È comunque tantissimo. Non è una cosa che fate “per prepararvi al viaggio”.

Quello che potete fare, se siete curiosi, è impararne pochissimi e riconoscerli in giro. Anche solo vedere due o tre caratteri ricorrenti e dire “ah, questo l’ho già visto” è un piccolo piacere, e vi fa sentire meno alieni.

Kanji in viaggio

In pratica, cosa cambia per chi viaggia?

Cambiano due cose. La prima: i kanji dominano nelle informazioni reali. Cartelli, avvisi, insegne tradizionali, documenti, menu classici. Se non studiate, vi resteranno quasi sempre chiusi.

La seconda: proprio perché sono visivamente forti, i kanji diventano punti di riferimento per gli occhi. Anche senza leggere, iniziate a riconoscere che quel posto ha sempre gli stessi due caratteri nel nome, oppure che certi cartelli ripetono sempre un carattere grande in un punto preciso.

Io non la venderei come “vi aiuta a orientarvi facilmente”. Vi aiuta solo a livello di sensazione: vi sembra meno tutto uguale, iniziate a vedere differenze. E già quello è un passo.

Furigana

A volte il Giappone vi viene incontro con i furigana: piccole scritte in hiragana accanto o sopra i kanji che indicano come si leggono.

Li trovate più spesso:

  • in posti turistici e musei
  • su cartelli pensati anche per bambini
  • in alcuni menu curati
  • in materiale informativo “gentile”

Se li trovate, sono utili per una cosa concreta: pronunciare. E pronunciare in Giappone aiuta. Anche se la persona davanti a voi non parla inglese, se dite un nome di piatto o di posto in modo vagamente corretto, spesso vi capisce.

Stazioni e treni

Le stazioni sono un buon esempio di come funziona davvero la scrittura qui.

Nei nodi grandi, di solito avete:

  • nome in kanji
  • lettura in kana
  • romaji

Quindi sì, nei posti principali vi muovete. Il problema arriva quando volete fare la cosa “di precisione”: uscita giusta, fermata giusta, binario giusto, indicazioni secondarie.

Lì la scrittura torna a essere quasi tutta giapponese, e per molti viaggiatori resta un muro. Io lo considero normalissimo. Se vi portate a casa questa aspettativa, vivete meglio anche gli intoppi.

Il modo più sano di gestirla è usare quello che c’è: numeri di uscita, colori delle linee, icone, mappe in stazione, e quando serve il telefono per tradurre o per cercare il nome del posto.

Ristoranti e menù

Il menù è il luogo dove, ogni tanto, il katakana vi regala una piccola vittoria.

Nei menu moderni trovate parole straniere scritte in katakana: bevande, dessert, ingredienti “internazionali”, nomi di preparazioni importate. Se avete imparato i katakana, vi divertite: leggete lentamente e spesso riconoscete.

Nei menu tradizionali, invece, dominano i kanji. Lì non “decifrate”. Lì scegliete con altri strumenti.

  • foto e modelli di plastica fuori dal locale
  • set menu con immagini
  • parole in romaji quando ci sono
  • indicare un piatto visto su un tavolo vicino
  • chiedere la versione più semplice o più comune, se riuscite a comunicare con due parole e un sorriso

Io vi consiglio di non farvi bloccare dall’idea “se non leggo, non posso ordinare”. In Giappone si ordina anche senza leggere, molto più spesso di quanto si pensi.

Supermercati e conbini

Nei supermercati e nei conbini la scrittura è un mix continuo. Qui succede una cosa interessante: anche chi non studia giapponese, dopo qualche giorno, inizia a riconoscere “la forma” di certi prodotti.

Il katakana aiuta su:

  • snack e bevande con nomi stranieri
  • marchi e linee di prodotto
  • gusti “internazionali” scritti come prestiti

I kanji, invece, restano quasi sempre una barriera, a meno di non usare traduzione con fotocamera. E va benissimo così. Io non lo vedo come una sconfitta: è la realtà di un sistema di scrittura diverso.

Perché sembra illeggibile

Se non studiate giapponese, la sensazione di “illeggibile” rimane per un motivo semplice: non è solo scrittura, è lingua.

Leggere hiragana e katakana vi fa pronunciare. Pronunciare non vi fa capire. Capire arriva quando avete un vocabolario, anche piccolo, e un minimo di grammatica. Senza quello, state leggendo suoni.

Per questo io preferisco raccontarla in modo onesto: i kana sono un gioco intelligente, un modo per entrare nel paese con un filo in più. Non sono la chiave per leggere la vita quotidiana in due settimane.

Il katakana è l’unica eccezione parziale, perché molte parole straniere le conoscete già, quindi a volte pronuncia e significato coincidono.

Imparare per gioco

Se vi piace l’idea di imparare qualcosa prima di partire, io farei una scelta molto semplice: non tutto, solo un pezzetto.

  • Imparare a riconoscere i katakana più comuni.
  • Imparare le cinque vocali e qualche sillaba base, giusto per leggere lentamente.
  • Imparare i due segni che cambiano il suono, per non inciampare sempre sugli stessi punti.
  • Se vi va, aggiungere 3–5 kanji ultra frequenti come “entrata/uscita” e “yen”, solo per il gusto di riconoscerli.

La cosa importante è il metodo: riconoscimento visivo, non esercizi infiniti. Guardate scritte reali, etichette, menù, cartelli. Vi basta iniziare a vedere che quei segni non sono tutti uguali.

Traduzione col telefono

La traduzione con fotocamera è utilissima. E sì, in viaggio diventa spesso la soluzione pratica.

Io la vedo come uno strumento da usare senza vergogna, ma con aspettative realistiche:

  • con font strani o scritte artistiche può sbagliare
  • con lavagnette scritte a mano a volte impazzisce
  • con frasi lunghe e formali traduce in modo “legnoso”

Quando funziona, vi fa capire il senso generale. Quando non funziona, tornano utili le basi: riconoscere dove c’è katakana (parole straniere), dove ci sono numeri e prezzi, dove ci sono kanji grandi che indicano il tema.

Non vi trasforma in lettori di giapponese. Vi fa solo superare gli ostacoli pratici.

Conclusione

Prima vedete solo “scritte”. Poi vedete tipi di scrittura. Poi, magari, vedete “questa è una parola straniera” oppure “questo è un carattere che ho già visto”.

A me piace perché è un modo gentile di entrare in un paese senza fingere di capirlo. Restate viaggiatori, non diventate studenti per forza. Però vi portate a casa qualcosa di concreto: un piccolo alfabetismo visivo.

E quando vi capita di riconoscere una parola in katakana sul menù, o un kanji che avete visto dieci volte in stazione, vi viene spontaneo sorridere. Non perché avete “decifrato il Giappone”. Solo perché, per un attimo, vi sembra meno distante. Io lo trovo un bel modo di viaggiare: curiosità, zero ansia, e un po’ di gioco intelligente.

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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).