Luoghi abbandonati in Giappone

I luoghi abbandonati in Giappone sono molto più di uno sfondo suggestivo per le foto. Sono haikyo, rovine dove il tempo si è fermato e dove la fantasia corre subito a fantasmi, tragedie e segreti mai raccontati. Alcuni nascono da incidenti, miniere crollate, progetti costruiti su territori considerati sacri; altri sono semplicemente il risultato di fallimenti economici, cambiamenti nel turismo, città che si spopolano. Il risultato però è sempre lo stesso: posti silenziosi, sospesi, che affascinano e inquietano allo stesso tempo.

Ve lo dico sinceramente: i luoghi abbandonati in Giappone non sono “attrazioni alternative” da mettere in lista alla leggera. Raccontano una parte del paese che di solito non si vede: hotel di lusso divorati dalle piante, parchi giochi fermi agli anni ’80, isole minerarie trasformate in città fantasma, interi quartieri turistici bloccati alla notte in cui l’ultimo cliente ha fatto il check-out.


Cosa sono

La parola giapponese haikyo significa letteralmente “rovina”, e viene usata sia per indicare gli edifici abbandonati, sia per parlare di chi li esplora e li fotografa. Nel mondo degli appassionati, fare haikyo vuol dire andare a vedere ospedali chiusi, scuole di montagna vuote, hotel termali decaduti, parchi giochi arrugginiti, vecchie fabbriche, miniere, interi villaggi lasciati a sé stessi.


Dietro ogni rovina c’è una storia diversa. Alcuni luoghi sono collegati a incidenti sul lavoro, disastri naturali, sfruttamento o episodi talmente pesanti da lasciare una “cattiva reputazione” che dura decenni. Altri invece sono vittime di cause molto più “fredde”: la fine dell’era del carbone, la bolla economica scoppiata, il turismo che si sposta altrove, il calo demografico che svuota le campagne.

Se guardi l’insieme, ti rendi conto che gli haikyo non sono solo scenografie horror, ma una specie di mappa alternativa della storia recente del Giappone: dove si è investito troppo, dove ci si è illusi, dove semplicemente la gente se n’è andata perché la vita era più facile in città.

Paura e fantasmi

In Giappone l’idea che alcuni luoghi siano “sporchi” dal punto di vista spirituale è ancora molto forte. Non parlo solo della famosa foresta di Aokigahara, ma anche di hotel, gallerie stradali, parcheggi e ovviamente rovine. Molti haikyo sono considerati shinrei supotto, posti dove si raccontano avvistamenti, voci nel buio, luci inspiegabili, presenze che si farebbero sentire soprattutto di notte.

A volte questa fama nasce da fatti reali: incidenti gravi in miniera, suicidi, cantieri con troppi morti sul lavoro, edifici tirati su sopra cimiteri o siti sacri non rispettati. In altri casi la storia si è ingigantita nel passaparola, ma il risultato è simile: la gente del posto ti dice semplicemente “non andare lì”, come se non servisse spiegare altro.

Allo stesso tempo, non tutti i luoghi abbandonati sono legati a tragedie. Ci sono hotel chiusi per fallimento, parchi giochi che non reggevano la concorrenza, palazzine uffici rimaste vuote dopo uno spostamento aziendale. Il fatto che oggi facciano paura dipende anche dal contrasto tra vita quotidiana (macchinette del caffè, giocattoli, camere d’albergo in ordine) e silenzio totale. Io onestamente penso che il brivido venga più da questo contrasto che dalle storie di fantasmi: entri, o anche solo guardi dall’esterno, e ti rendi conto che qualcuno ha vissuto lì fino all’altro ieri… poi tutto si è fermato.

Edificio in mattoni abbandonato con graffiti a Shibuya, giappone.
La facciata in mattoni è graffiata dai graffiti e dalle crepe: a Shibuya anche l’abbandono finisce in vetrina, con una finestra tonda rotta come un occhio.
Serra abbandonata invasa dalla vegetazione a Sengawa, Tokyo.
A Sengawa la serra non è più serra: le piante passano dalle finestre e trasformano il dentro in fuori, come succede spesso nelle akiya lasciate marcire.

Isole fantasma

Uno dei simboli più impressionanti dei luoghi abbandonati in Giappone è Hashima, più conosciuta come Gunkanjima, l’“isola corazzata” vicino a Nagasaki. È una minuscola isola artificiale trasformata in città mineraria: palazzi altissimi, corridoi stretti, cortili interni, il tutto circondato dal mare. All’epoca d’oro della miniera di carbone vivevano lì più di cinquemila persone, con una densità abitativa tra le più alte al mondo; quando il carbone non è più servito, la miniera ha chiuso e l’isola è stata abbandonata negli anni ’70. Oggi è parte di un sito riconosciuto a livello internazionale sulla rivoluzione industriale e si può visitare solo con tour in barca organizzati, camminando su passerelle sicure in una zona limitata.

Qui la storia è pesante: oltre al lavoro durissimo, ci sono racconti di lavoratori coatti stranieri costretti a turni disumani durante la guerra. Il contrasto tra l’idea romantica di “isola fantasma” e la realtà di un luogo dove la gente faticava e si ammalava è forte. A me piace proprio perché ti ricorda che dietro l’estetica delle rovine c’è la storia industriale e sociale del Giappone, non solo un set cinematografico per film di spionaggio.

Visitare un posto così con un tour ufficiale è, secondo me, il modo più sano di avvicinarsi al mondo degli haikyo: sei in sicurezza, non violi proprietà privata e allo stesso tempo hai una guida che ti aiuta a collocare quello che vedi dentro un racconto più grande.

Parchi divertimento

Tra tutte le rovine giapponesi, i parchi divertimento abbandonati sono probabilmente quelli che colpiscono di più a livello visivo. Giostre ferme da anni, montagne russe coperte di erbacce, castelli delle fiabe con la vernice che si stacca, autoscontri con le macchinette ancora al loro posto. Basta una foto per farti venire in mente un cartone animato distorto.

Per anni il simbolo di questa categoria è stato Nara Dreamland, un parco aperto negli anni ’60 e chiaramente ispirato al modello di Disneyland in California. Con l’arrivo di parchi molto più grandi e famosi, il flusso di visitatori è crollato, il parco ha chiuso nel 2006 e per un decennio è rimasto lì: biglietterie intatte, carrelli sulle montagne russe, tazze della giostra coperte di muschio. Poi è iniziata la demolizione, conclusa nel 2017, ma le immagini di quel luna park fantasma continuano a girare tra appassionati e fotografi.

Altri parchi più piccoli sono nati accanto a stazioni sciistiche o zone termali: pacchetti weekend “sci + onsen + giostre per i bambini”. Quando il turismo è cambiato e i conti non tornavano più, molti sono stati chiusi. In alcuni casi i giochi sono stati smontati, in altri sono rimasti a marcire per anni, con i colori che sbiadivano e le strutture arrugginite. Diciamocelo: sono luoghi che in foto fanno un effetto incredibile, ma dal vivo restano spazi pericolosi, con ferri scoperti, pavimenti instabili e nessuna manutenzione.

Se vi incuriosisce questo lato del Giappone, io vi direi di godervelo da lontano: vecchi cartelloni visti da una strada pubblica, documentari, reportage fotografici. L’idea di infilarsi davvero tra le montagne russe arrugginite potrà sembrare romantica, ma è un mix di rischio fisico e problemi legali che non vale la pena di cercarsi.

Hotel e resort

Le immagini più “cinematografiche” degli haikyo spesso arrivano dagli hotel e resort abbandonati. Nei decenni del boom economico, lungo le coste, sulle isole vulcaniche, nelle zone termali e in montagna sono stati costruiti alberghi giganteschi: hall decorate, saloni per banchetti, piani e piani di camere, pianoforti, lampadari, scalinate scenografiche. Quando il turismo interno è cambiato, molti di questi colossi si sono rivelati semplicemente troppo grandi e troppo costosi da mantenere.

Uno degli esempi più famosi è l’Hachijo Royal Hotel (oggi noto anche con altri nomi), su un’isola vulcanica a sud di Tokyo. Costruito negli anni ’60 in stile europeo, era considerato uno dei resort più eleganti del paese; ha chiuso definitivamente nel 2006 e da allora è rimasto lì, con facciate di cemento invase dalle piante, scale monumentali, balconi affacciati sul mare e interni che si stanno sgretolando lentamente. L’edificio è off-limits, ma dall’esterno si percepisce ancora la grandezza esagerata di quell’investimento, tipica degli anni della bolla.

A Okinawa c’era invece un enorme hotel costruito accanto alle mura di un castello antico, in una zona piena di luoghi sacri. I monaci locali avevano avvertito che non era il caso di edificare proprio lì, ma i lavori erano partiti lo stesso. Dopo una serie di incidenti e problemi, gli operai hanno rifiutato di continuare e il complesso è rimasto incompiuto, diventando negli anni uno dei “luoghi maledetti” più famosi del Giappone. Alla fine è stato demolito, ma per molto tempo è stato il classico esempio che viene citato quando si parla di “non disturbare gli spiriti”.

Videocassetta per adulti abbandonata tra rami e erba.
Tra erba e rami spunta una vecchia videocassetta per adulti: un dettaglio stonato che racconta più di mille stanze, e fa capire che qui nessuno torna da anni.
Facciata di un love hotel abbandonato a Shibuya con finestre rotte.
Due oblò rotti, un’insegna che non serve più, cavi contro il cielo: l’edificio sembra ancora in posa, ma è solo un guscio che ha perso la sua funzione.

Ci sono poi intere località termali, come Kinugawa Onsen, dove il crollo del turismo dopo gli anni ’90 ha lasciato lungo il fiume una fila di alberghi vuoti: grandi palazzi pieni di camere, sale da pranzo, vasche termali ormai secche. Alcuni reportage recenti raccontano di interni ancora sorprendentemente intatti – con giochi arcade, animali tassidermizzati, perfino bicchieri e bottiglie al loro posto – proprio perché le leggi sulla proprietà sono molto rigide e lo sciacallaggio è raro. Ma quegli stessi articoli ricordano anche quanto questi edifici siano pericolosi: scale crollate, pavimenti mancanti, infiltrazioni ovunque.

A me colpisce soprattutto questo: molti hotel abbandonati sono capsule del tempo del turismo giapponese, ma restano anche un problema pratico. Alcune misure recenti vanno proprio nella direzione di incentivare la demolizione di vecchi ryokan e strutture pericolanti, soprattutto nelle zone dove il turismo sta tornando e non si vuole che il paesaggio sia dominato da scheletri di cemento.

Città minerarie

Un altro volto dei luoghi abbandonati in Giappone sono le città minerarie dismesse. Per decenni il carbone e altri minerali hanno alimentato l’industria del paese. Attorno alle miniere nascevano vere e proprie comunità: case per le famiglie, scuole, negozi, bagni pubblici, sale ricreative, piccoli ospedali. Quando la miniera chiudeva, spesso l’intero villaggio perdeva il motivo per esistere.

In alcune vallate oggi trovi strade coperte di erbacce, case di legno che si stanno piegando sotto la neve, ex uffici amministrativi con cartelli scoloriti e capannoni industriali vuoti. Ci sono ancora documenti sparsi, attrezzi, macchinari arrugginiti. È l’altra faccia delle grandi isole come Hashima: lì il villaggio è verticale e compattissimo, qui è più sparso, ma il senso di vita interrotta di colpo è lo stesso.

Sono luoghi che parlano di turni massacranti, malattie professionali, incidenti e allo stesso tempo di un Giappone che correva verso la modernità spendendo tutto sul carbone e sull’acciaio. Personalmente li trovo tra i haikyo più forti, perché non hanno “effetti speciali”: niente castelli delle fiabe, niente hall di hotel lussuosi, solo la quotidianità di chi lavorava durissimo e poi è scomparso dalle mappe.

Case abbandonate

Poi c’è il capitolo delle case abbandonate, le famose akiya. Qui non parliamo di hotel di lusso o miniere, ma di case normali: villette di campagna, abitazioni di paesi di montagna, piccole costruzioni in periferia. I numeri più recenti parlano di oltre 9 milioni di abitazioni vuote, circa il 13–14% del patrimonio immobiliare del paese, con la prospettiva che questa percentuale cresca ancora se continua il calo della popolazione.

Una parte di queste case è davvero messa male, tetti bucati e pareti marce; altre sono semplicemente state chiuse dopo la morte dei proprietari o il trasferimento dei figli. In diversi casi i comuni o le agenzie immobiliari cercano di proporle a prezzi bassissimi, a volte quasi simbolici, e ci sono opportunità anche per chi viene dall’estero. Ve lo dico subito: non è la “favola della casa gratis in Giappone” che ogni tanto si legge in giro, perché ci sono tasse, ristrutturazioni, burocrazia. Però il tema è reale e molto interessante.

Qui mi fermo, perché sulle akiya ho scritto un articolo a parte sulle case abbandonate in Giappone, dove entro nei dettagli: come funzionano, cosa significa davvero “casa quasi gratis”, che cosa deve aspettarsi chi sogna di comprarne una. Se vi intriga questo lato, vi consiglio di partire da lì.

Regole e rischi

Arriviamo al punto forse meno romantico ma più importante: fare haikyo è quasi sempre illegale. Il fatto che un edificio sia vuoto da vent’anni non vuol dire che non appartenga a nessuno. Può essere di una società fallita, di una banca, di un’eredità mai chiusa, di un privato che semplicemente non se ne occupa. Scavalcare un cancello arrugginito o infilarsi da una finestra rotta significa entrare in proprietà privata.

Le conseguenze sono tutt’altro che teoriche. Molti edifici hanno ancora allarmi funzionanti, ci sono cartelli di divieto, pattuglie di polizia che passano regolarmente. In certe zone i vigili del fuoco intervengono subito se qualcuno segnala movimenti in strutture pericolanti, perché il rischio di crolli è reale. Per chi non è cittadino giapponese, a tutto questo si aggiunge il problema possibile di guai con il visto se la cosa viene presa sul serio.

E qui non abbiamo ancora parlato dei rischi fisici. Pavimenti che cedono, scale che mancano, buchi nei solai, amianto, ferri arrugginiti, animali selvatici (sì, anche serpenti pericolosi in certe zone): un incidente dentro un edificio del genere non è esattamente semplice da gestire. Vi giuro che basta guardare alcuni video per capire che non c’è niente di “romantico” nel rimanere bloccati in un hotel marcio al buio.

Io vi consiglio di tenere sempre a mente due cose:

  • se c’è un divieto di accesso, va rispettato
  • se una struttura è chiaramente pericolante, non ci si avvicina, nemmeno per “solo una foto dentro”

Se vi attira l’idea dei luoghi abbandonati, il modo più sano di avvicinarsi resta quello di partecipare a tour autorizzati nei pochissimi posti aperti, osservare dall’esterno quello che si vede da strade pubbliche, e affidarvi a chi documenta in modo legale queste realtà.

Foto e risorse

La buona notizia è che non serve infilarsi in un corridoio pieno di vetri per godersi il mondo degli haikyo. Esistono siti specializzati, libri fotografici, reportage e documentari dedicati proprio ai luoghi abbandonati in Giappone: dal grande resort di un’isola vulcanica, al parco giochi smantellato, fino al piccolo ambulatorio di campagna congelato agli anni ’70.

Molti fotografi hanno lavorato con estrema attenzione, spesso in periodi in cui l’accesso era meno regolato di oggi, e hanno creato archivi impressionanti: corridoi pieni di luce filtrata, macchinette ancora cariche di snack, libri di scuola sui banchi, stanze d’hotel con la biancheria ripiegata. Guardando queste immagini, secondo me, si capisce molto del rapporto del Giappone con la memoria e l’oblio: da un lato la tendenza a lasciare le cose “in ordine” anche quando non le usa più nessuno, dall’altro la difficoltà concreta di demolire tutto per questioni legali e di costi.

A me piace usare queste risorse per farmi un’idea più completa del paese: non solo i templi restaurati alla perfezione, i grattacieli luccicanti e le vie dei negozi, ma anche ciò che è rimasto indietro. È un modo per ricordarsi che dietro l’immagine del Giappone “perfetto” ci sono progetti sbagliati, sogni finiti male, interi quartieri che non hanno trovato un nuovo ruolo.

Vale la pena?

Arrivati fin qui, forse la domanda è: ha senso interessarsi ai luoghi abbandonati in Giappone se si viene qui in viaggio? Secondo me sì, ma nel modo giusto. Non per aggiungere una tacca alla lista dei posti “estremi”, ma per capire meglio come il paese è cambiato negli ultimi decenni: dove si è costruito troppo, dove il turismo è crollato, dove la gente ha fatto le valigie e non è più tornata.

Io non vi dirò mai “andate a infiltrarvi in un hotel fantasma”. Vi direi piuttosto questo: lasciate che siano i tour autorizzati, i libri, i reportage e gli articoli seri (compreso quello sulle case abbandonate, se vi interessano le akiya) a portarvi dentro questi mondi. Dal vivo, limitatevi a guardare da fuori quello che è visibile senza violare divieti: spesso basta una fila di balconi vuoti o un vecchio scivolo arrugginito oltre il guardrail per farvi immaginare tutto il resto.

Alla fine, il fascino dei haikyo sta proprio lì: sapere che dietro una finestra bruciata dal sole c’era una vita normale, una famiglia, un sogno imprenditoriale, un turno in miniera. E, mentre camminate nel Giappone “ordinato” di oggi, ogni volta che vedrete un edificio chiuso o un borgo semi vuoto vi verrà spontaneo chiedervi che storia ci sia dietro. A me, lo ammetto, succede spesso. E forse è proprio questa curiosità, più che la caccia al brivido, il motivo per cui vale la pena parlarne.

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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).