Gatti in Giappone
I gatti in Giappone sono ovunque: nei templi, nei quartieri vecchi, nei souvenir, e a volte pure nei piani di viaggio.
Io li vedo come un filo rosso che collega cose molto diverse tra loro: la superstizione leggera del “porta fortuna”, l’affetto quotidiano per gli animali, e quel modo giapponese di trasformare anche una cosa semplice in un piccolo rito. Se vi piacciono i gatti, qui vi divertite. Se non vi interessano, ve li ritrovate comunque davanti.
Indice
Numeri veri
Parto da un dato che aiuta a capire la scala del fenomeno: in Giappone i gatti “di casa” sono tantissimi. Secondo le stime diffuse dalla Japan Pet Food Association, si parla di circa 9,16 milioni di gatti tenuti come animali domestici nel 2024.
La cosa interessante è che questo non significa per forza “un Paese pieno di gatti per strada”. Significa soprattutto un Paese dove il gatto è diventato un animale compatibile con la vita moderna: spazi piccoli, ritmi lunghi, appartamenti dove un cane sarebbe più impegnativo. Questa differenza tra “gatto in casa” e “gatto in giro” torna spesso, anche quando si parla di quartieri come Yanaka o delle isole dei gatti.
Fortuna quotidiana
Il bello è che i gatti qui non sono solo animali. Sono simboli. E il simbolo più famoso è proprio quello che avrete visto mille volte: la zampetta alzata che “chiama” la fortuna.
Maneki neko
Il maneki-neko non è un gesto a caso: la zampa alzata è un invito. In Giappone il gesto per “vieni qui” si fa con la mano verso il basso, richiamando con le dita, e la statuetta lo riproduce in modo molto fedele.
Sulla zampa destra e sinistra troverete interpretazioni diverse a seconda dei posti, ma una lettura molto comune è questa: una zampa richiama persone o clienti, l’altra richiama fortuna e prosperità economica.
Se vi interessa portarvi a casa un maneki-neko con un senso preciso, io vi direi di non farla troppo complicata: sceglietene uno che vi piaccia davvero e che vi venga voglia di mettere in vista. La parte “magica” funziona meglio quando la vedete ogni giorno, non quando lo chiudete in un cassetto.
Gesti e colori
Qui si entra nel campo delle sfumature, e secondo me è anche la parte più divertente quando girate tra negozietti e mercatini.
- la zampa sinistra e destra possono essere associate a “richiamare persone” o “richiamare denaro”, a seconda della tradizione locale
- i colori hanno significati popolari abbastanza ricorrenti, con bianco, nero, rosso e oro tra i più comuni
Io onestamente non vi consiglio di farvi ossessionare dalla “tabella perfetta”. Scegliete un significato che vi piace e fine. Il senso vero, per chi viaggia, è che questo oggetto è un linguaggio culturale: vi fa capire quanto qui un simbolo possa diventare parte dell’arredamento, della vita commerciale, perfino dell’umore di un posto.
Gotokuji
Se avete in mente l’immagine del tempio pieno di statuine bianche tutte uguali, molto probabilmente state pensando a Gotokuji, a Tokyo.
Qui il consiglio pratico è semplice: andateci con l’aspettativa giusta. Non è un luna park, non è un museo a tema gatti. È un tempio vero, e la parte “instagrammabile” esiste, ma convive con silenzio, rispetto, gente che prega. Secondo me rende di più se vi prendete tempo e ci arrivate senza fretta, magari incastrandolo in una giornata in cui cercate angoli più tranquilli di Tokyo.
Yanaka
Yanaka è uno dei posti che consiglio più spesso a chi mi dice: “Vorrei vedere una Tokyo più lenta, più vissuta”. È un’area famosa proprio per quell’atmosfera da città di un’altra epoca, con stradine, negozietti e un ritmo più umano.
E poi sì: è anche uno di quei luoghi dove la presenza “felina” è diventata parte dell’identità. A Yanaka Ginza, per esempio, esistono statue di gatti disseminate lungo la via, nate come piccoli portafortuna di quartiere.
La cosa bella è che qui i gatti non sono solo “tema carino”. Sono un modo per raccontare il quartiere: un posto che non ha bisogno di urlare per farsi notare. Funziona bene se vi piace camminare, guardare vetrine piccole, mangiare qualcosa al volo e perdervi un po’.
Gatti di strada
Quando si parla di “gatti in Giappone”, molte persone immaginano subito colonie ovunque. In realtà, soprattutto nelle zone super centrali e iper ordinate, non è così automatico.
Può capitare di vedere gatti in quartieri con vicoli, templi, aree residenziali più vecchie, dove ci sono angoli riparati e gente del posto che lascia da mangiare. Però non aspettatevi la scena “cento gatti in piazza” come regola. Io vi direi di viverla come una caccia gentile: se li incontrate, bene. Se non li incontrate, avete comunque visto un quartiere interessante.
E già che ci siamo: non rincorreteli per la foto. Sembra banale, ma è la differenza tra un incontro carino e una scena fastidiosa.
Isole dei gatti
Le isole dei gatti sono una di quelle cose che, raccontate male, sembrano una meta da parco giochi. Raccontate bene, diventano un pezzo strano e reale del Giappone: spopolamento, comunità piccole, animali lasciati lì, turismo che arriva a ondate.
Non esiste “l’isola dei gatti” singola e definitiva. Esistono isole diventate famose per la presenza di gatti e per un rapporto particolare tra gatti e abitanti. E la regola numero uno è questa: sono posti fragili. Quindi vanno vissuti con leggerezza, ma anche con un minimo di testa.
Aoshima oggi
Aoshima è forse la più famosa a livello “mito da internet”, ma oggi è anche l’esempio più chiaro di come queste storie cambino nel tempo.
Negli ultimi anni si è parlato molto del calo drastico degli abitanti umani e dell’invecchiamento della popolazione felina: il numero di residenti è sceso a pochissime persone anziane, e anche i gatti sono diminuiti e invecchiati.
Io ve lo dico sinceramente: se l’idea che avete in testa è “vado e mi tuffo in mezzo ai gatti”, qui rischiate di rimanere delusi. Se invece la guardate come un luogo estremo, quasi simbolico, allora ha senso. Ma proprio perché è fragile, bisogna andarci con ancora più rispetto.
Tashirojima
Tashirojima ha un’immagine diversa: è famosa anche per un piccolo santuario dedicato ai gatti, e per la tradizione locale che li vede come protettori e portafortuna, legati perfino alla pesca e al meteo.
Quello che mi piace di Tashirojima è che racconta bene una cosa: in Giappone il confine tra “animale” e “spirito protettore” a volte è sottile, soprattutto nei racconti popolari. Non serve crederci in modo letterale. Basta osservare come un posto si comporta: cosa mette al centro, cosa celebra, cosa ringrazia.
Andarci davvero
Le isole non sono un’uscita “tanto per”. Richiedono traghetti, coincidenze, e spesso poche corse al giorno. Su Aoshima, per esempio, si parla di collegamenti limitati e di possibili sospensioni per meteo o lavori: è proprio il tipo di posto dove dovete mettere in conto che un piano può saltare.
Io di solito consiglio questo approccio:
- scegliete l’isola solo se avete già un itinerario sensato nella zona, non come deviazione enorme
- partite presto, perché con poche corse non potete “recuperare” se perdete un treno
- portate acqua e qualcosa da mangiare, perché i servizi possono essere minimi
- non portate cibo per gatti “a caso” pensando di fare del bene: in alcuni posti ci sono regole e volontari che gestiscono la situazione, e improvvisare può creare problemi
Neko cafe
I neko café sono un altro mondo ancora. Possono essere una pausa dolce, soprattutto in città, ma qui serve un minimo di lucidità.
Io vi direi di usarli come opzione, non come tappa obbligatoria. E di scegliere con criterio, senza farvi guidare solo dalle foto.
Sceglierlo bene
Quando valutate un neko café, guardate più l’ambiente che il menu. Alcune cose si notano subito, anche senza essere esperti:
- i gatti hanno zone dove possono stare lontani dalle persone e non vengono forzati all’interazione
- il locale limita il numero di clienti e non è un caos continuo
- le regole sono chiare e vengono fatte rispettare con gentilezza
- l’aria non è pesante, non c’è odore forte, e lo spazio sembra gestito con cura
Se vedete gatti stressati, apatici, o costretti a “fare intrattenimento”, io cambierei idea e basta. Non è una tragedia rinunciare.
Regole di rispetto
Questa è la parte meno romantica, ma è quella che fa la differenza.
Con i gatti, soprattutto in contesti turistici, le regole non scritte sono semplici:
- non inseguite, non prendete in braccio, non bloccate la via di fuga
- niente flash e niente mani in faccia “per farli guardare”
- se dormono, lasciateli dormire
- se c’è un divieto (zone chiuse, case private, aree dei residenti), rispettatelo anche se “il gatto è lì”
Sembra banale, ma chi vive in questi posti se ne accorge subito quando arrivano visitatori che trattano tutto come set fotografico.
Perché funzionano
La domanda che mi fanno spesso è: “ma perché proprio i gatti?”. Secondo me ci sono tre motivi pratici e culturali insieme.
Il primo è che il gatto è un simbolo che sta bene ovunque: in casa, in negozio, in un tempio, su un portachiavi. Il secondo è che la sua indipendenza si sposa con la vita urbana: non dovete portarlo fuori tre volte al giorno, non dovete avere un giardino. Il terzo è che in Giappone c’è una lunga tradizione di oggetti “protettivi” quotidiani, e il gatto si è infilato perfettamente lì dentro. Il maneki-neko è l’esempio più evidente.
Io la vedo così: il gatto qui è dolcezza, ma anche ordine. È compagnia, ma non invadenza. Ed è un animale che, anche quando diventa simbolo, mantiene quel suo carattere un po’ distante che lo rende credibile.
Il mio consiglio
Se volete vivere i gatti in Giappone nel modo migliore, io vi direi di non inseguire “la meta perfetta”. Fate una cosa più semplice: scegliete un paio di esperienze diverse tra loro.
Un tempio come Gotokuji per la parte simbolica. Yanaka per camminare e respirare una Tokyo più calma. E poi, solo se l’itinerario lo permette davvero, un’isola. Ma con la mentalità giusta: non un parco giochi, piuttosto un luogo delicato dove siete ospiti.
E alla fine è questo che mi piace: qui i gatti non sono solo “carini”. Sono un modo per leggere il Paese. Un segnale piccolo, ma pieno di significato. Voi cosa andreste a cercare per primi: la fortuna di una statuina o un pomeriggio lento in un quartiere vecchio, con un gatto che vi guarda da un muretto?
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Autore
Marco Togni
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).
