Bullismo in Giappone
Il bullismo è uno di quei temi che in Giappone non puoi liquidare come “ragazzate”. Qui ha un nome preciso, ijime, e un peso enorme nella vita quotidiana di tanti studenti. Dietro i corridoi ordinatissimi delle scuole e le divise perfette, ci sono storie di pressione di gruppo, isolamento, violenza psicologica e, nei casi peggiori, suicidio giovanile. Ve lo dico sinceramente: se si vuole capire davvero il Giappone di oggi, non si può ignorare questo lato oscuro del mondo scolastico.
Quando si parla di bullismo in Giappone non si tratta solo di ciò che vediamo in anime e drammi tv. Si parla di un sistema molto strutturato, di numeri enormi e di un paese che da anni prova a reagire, con risultati non sempre lineari. Io vi direi di guardare questo tema senza sensazionalismi: capire bene come funziona l’ijime aiuta a leggere meglio anche i dati sui suicidi, che nel complesso non sono infinitamente più alti di molti altri paesi ricchi, ma nella fascia giovane restano un campanello d’allarme fortissimo.
Indice
Parola ijime
L’ijime può essere:
- ignorare sistematicamente un compagno (il famoso *mushi*, fare finta che non esista)
- nascondere o rovinare il materiale scolastico
- deridere aspetto fisico, modo di parlare, origini familiari
- creare chat di classe in cui si parla male sempre della stessa persona
Non serve che ci sia violenza fisica, anzi: molto ijime è fatto di silenzi, esclusione, prese in giro continue. In una cultura dove “non dare fastidio agli altri” è un valore fortissimo, ritrovarsi esclusi dal gruppo è devastante.
Quando parlo con chi vive qui, vedo che spesso si tende a considerare queste cose come “normali dinamiche tra bambini”. Io onestamente non la vedo così: se ogni giorno ti siedi in classe e nessuno ti rivolge la parola, se ogni volta che apri lo smartphone trovi messaggi contro di te, questo scava dentro. E se non ci sono adulti che intervengono, i ragazzi si convincono che sia qualcosa che devono solo “sopportare”.
Come si manifesta
Le forme più comuni che si vedono descritte nei casi e nelle ricerche sono:
- esclusione dal gruppo: non invitare a uscire, non parlare durante le attività, lasciare la persona da sola a pranzo
- umiliazioni pubbliche: ridere ogni volta che il compagno parla, imitare la voce, insultare davanti alla classe
- abusi nelle chat: gruppi LINE o altri social in cui si condividono foto, commenti, soprannomi offensivi
- “scherzi” continui: spostare la sedia, rubare o sporcare la borsa, fare piccoli danni ripetuti
Quello che colpisce è che molta violenza è “normalizzata”: viene presentata come “gioco pesante”, come modo per mettere alla prova la resistenza di chi è più debole o più diverso. Diciamocelo: in un ambiente dove la parola d’ordine è uniformarsi, basta poco per finire nel ruolo di bersaglio.
Mi capita spesso di sentire genitori raccontare che si accorgono tardi del problema. Il figlio o la figlia “non voleva creare problemi”, minimizzava, o scaricava tutto sul “non mi va di andare a scuola”. È uno dei segnali che secondo me vale la pena prendere sul serio, perché dietro al rifiuto scolastico può nascondersi un ijime pesante, non solo pigrizia.
Numeri recenti
Negli ultimi anni il Ministero dell’Istruzione ha registrato centinaia di migliaia di casi di bullismo all’anno. Secondo i dati ufficiali, i casi riconosciuti sono passati da circa 186.000 nel 2013 a più di 730.000 nel 2023, con un’incidenza di quasi 58 casi ogni 1.000 studenti.
Nel 2024 le statistiche preliminari parlano di oltre 760.000 episodi di ijime riconosciuti dalle scuole, quarto record consecutivo, e di un migliaio abbondante di casi classificati come “gravi”, cioè con danni fisici o psicologici seri o assenze prolungate da scuola.
Qui è importante fare una precisazione:
- questi numeri includono anche episodi “minori” (primi segnali, prese in giro isolate, messaggi offensivi),
- negli ultimi anni le scuole sono state spinte a registrare tutto, anche quello che prima veniva ignorato,
- quindi l’aumento riflette anche una maggiore attenzione, non solo un peggioramento assoluto della situazione.
Allo stesso tempo, le indagini internazionali tipo PISA mostrano che la percentuale di studenti giapponesi che dichiara di subire bullismo regolarmente non è tra le più alte dell’OCSE; per esempio, nel 2022 solo una piccola quota diceva di essere spesso bersaglio di pettegolezzi, meno della media degli altri paesi.
Io vi consiglio di leggere questi numeri con equilibrio: da una parte è chiaro che il problema è sistemico, dall’altra il fatto che se ne parli di più e che le scuole registrino ufficialmente i casi è anche il segno di una società che ha smesso (almeno in parte) di far finta di niente.
Casi simbolo
Tra i tanti episodi, uno dei casi che ha segnato un prima e un dopo è quello di Ōtsu, nella prefettura di Shiga. Nel 2011 un ragazzo di seconda media si è tolto la vita dopo essere stato vittima di bullismo pesante da parte dei compagni: percosse, umiliazioni, “finte” prove di suicidio organizzate come gioco.
Quello che ha scioccato il paese non è stato solo il suicidio in sé, ma:
- il fatto che molti compagni avevano segnalato l’ijime
- la sensazione che scuola e consiglio d’istituto avessero minimizzato o cercato di coprire il problema
- un’indagine retrospettiva che ha messo nero su bianco quanto l’ambiente fosse tossico
Dopo anni di battaglie legali, il tribunale ha riconosciuto un chiaro rapporto causale tra il bullismo e la morte del ragazzo, condannando i responsabili al risarcimento.
Questo caso ha spinto il governo a varare nel 2013 la Legge per la promozione delle misure di prevenzione del bullismo, che obbliga scuole, comuni e stato a intervenire in modo strutturato: indagini, comitati terzi, linee guida chiare, prevenzione sistematica.
Negli anni successivi ci sono stati purtroppo altri episodi simili, con studenti delle elementari, medie e superiori che si sono tolti la vita lasciando messaggi o diari in cui parlavano di ijime. Io onestamente non amo entrare nei dettagli di queste storie: si rischia di trasformarle in cronaca morbosa. Ma è importante sapere che non si tratta di casi isolati, e che spesso un’indagine successiva rivela dinamiche di classe note a molti, ma mai affrontate davvero.
Suicidio giovanile
In Giappone il suicidio è la prima causa di morte tra molti giovani, soprattutto tra gli uomini nella fascia 20–44 anni e tra le ragazze adolescenti e giovani adulte.
Guardando solo ai minori, i numeri fanno impressione:
- nel 2020 i suicidi di persone sotto i 20 anni sono stati circa 650, il valore più alto da quando esistono le rilevazioni, con problemi scolastici indicati come uno dei motivi principali in molte schede.
- nel 2023 il numero di suicidi tra alunni di elementari, medie e superiori è stato 513, rimanendo sul livello record dell’anno precedente.
In una parte consistente di questi casi compaiono riferimenti a:
- problemi a scuola
- bullismo o isolamento
- ansia per i risultati scolastici e gli esami
- difficoltà familiari
Questo non vuol dire che il bullismo sia l’unica causa del suicidio giovanile in Giappone. Dietro c’è spesso un intreccio di fattori: salute mentale, stress, relazioni familiari, uso dei social, pandemia, precarietà sul futuro. Però i dati mostrano che l’ijime è una delle scintille più frequenti, soprattutto alle medie e alle superiori.
A me colpisce sempre quanto velocemente, in certe storie, si passi da “stava male ma andava avanti” a un gesto estremo. È uno dei motivi per cui vi giuro che non è mai esagerato prendere sul serio i segnali di sofferenza di un ragazzo, anche quando a noi adulti sembrano “piccole cose”.
Peso culturale
Il bullismo in Giappone non si capisce fino in fondo se non si guarda al peso del gruppo. Fin da piccoli, i bambini imparano che:
- è meglio non distinguersi troppo
- non bisogna creare problemi alla classe
- è importante “leggere l’aria” e adeguarsi
In questo contesto, chi è diverso – perché straniero, timido, bravissimo o scarsissimo, con una famiglia fuori dagli schemi – rischia di diventare il bersaglio perfetto. Il gruppo “si compatta” trovando qualcuno su cui scaricare tensioni e frustrazioni.
C’è poi l’idea di gaman, sopportare in silenzio. Molci ragazzi pensano di dover “resistere”, di non poter parlare a casa o agli insegnanti per non preoccuparli. E anche gli adulti, a volte, faticano a uscire dallo schema “sono cose tra bambini, passerà”. È una combinazione pericolosa: pressione altissima a conformarsi + difficoltà a chiedere aiuto.
Secondo me ha senso sottolineare che non è un problema “tipicamente giapponese” nel senso che altrove non esista. Però qui si intreccia con una cultura scolastica molto competitiva, con orari lunghi, juku (doposcuola privati), esami decisivi. Quando metti insieme tutto questo, il bullismo diventa una delle forme con cui esplodono le tensioni che nessuno vuole affrontare apertamente.
Risposte istituzionali
Dopo il caso di Ōtsu e altri episodi, il Giappone non è rimasto fermo. Con la legge del 2013 e le linee guida successive, le scuole sono obbligate ad avere politiche anti-bullismo, a istituire comitati che indaghino i casi gravi e a collaborare con psicologi, enti locali e ministero.
Alcune misure che si vedono sempre più spesso sono:
- questionari anonimi agli studenti per individuare situazioni di isolamento
- formazione specifica per insegnanti e staff su come riconoscere e gestire l’ijime
- commissioni esterne che intervengono nelle situazioni più pesanti
- sportelli di ascolto e numeri di emergenza gestiti a livello nazionale e locale
Negli ultimi anni, campagne pubbliche e white paper governativi sottolineano l’obiettivo di ridurre ancora il tasso di suicidio, partendo proprio dalla prevenzione in età scolare. Il numero totale annuale di suicidi in Giappone, che nei primi anni 2000 superava i 30.000 casi, è sceso intorno ai 21.000 negli ultimi anni, pur con una nuova leggera risalita dopo il 2020 e con una crescita nella fascia giovanile.
Io vi direi di non immaginare il Giappone come un paese immobile e fatalista. C’è una consapevolezza crescente, anche se le scuole non sono tutte uguali e la distanza tra le belle parole nei documenti ufficiali e la realtà delle classi, a volte, resta grande.
Ruolo dei genitori
Se qualcuno ha figli che frequentano la scuola in Giappone, o pensa a un periodo di studio qui, informarsi bene su come funziona l’ijime è fondamentale. Non per spaventarsi, ma per sapere dove guardare.
Ci sono alcune cose semplici che, secondo me, hanno molto senso:
- ascoltare con attenzione quando un ragazzo dice “non voglio più andare a scuola”
- fare domande concrete sulla classe, sui compagni, su come passano l’intervallo
- non minimizzare frasi tipo “nessuno mi parla”, “mi prendono sempre in giro”
- chiedere un colloquio con gli insegnanti se si ha anche solo il dubbio che qualcosa non vada
Molti genitori, giapponesi e non, mi dicono che si sentono in colpa perché non si sono accorti di nulla. Io onestamente penso che la responsabilità non sia solo della famiglia: la scuola deve essere pronta ad accogliere i segnali, a non chiudersi a riccio quando emerge un caso, a non preoccuparsi solo dell’immagine.
Allo stesso tempo, chi arriva dall’estero deve sapere che qui il conflitto diretto con gli insegnanti non è visto benissimo. A volte funziona meglio un approccio più morbido: chiedere aiuto, fare domande, mostrare collaborazione e allo stesso tempo lasciare chiaro che per voi il benessere di vostro figlio viene prima di tutto. Non è facile, ma è un equilibrio che, secondo me, può fare la differenza.
Guardare i numeri
Quando si legge di bullismo e suicidi in Giappone, è facile avere l’impressione di un paese fuori controllo. La realtà è più sfumata.
Se guardiamo al tasso complessivo di suicidio (numero di suicidi per 100.000 abitanti), il Giappone oggi:
- è sceso molto rispetto al picco dei primi anni 2000, quando superava i 27 casi per 100.000 persone
- si è stabilizzato negli ultimi anni intorno a valori sotto i 20 per 100.000 (intorno a 17–18 secondo alcune analisi recenti)
- resta comunque più alto della media europea e degli Stati Uniti, anche se non è tra i primissimi paesi al mondo per tasso di suicidio
Alcuni paesi dell’Europa centrale e orientale, per esempio, hanno tassi paragonabili o superiori. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno visto una crescita costante del tasso di suicidio negli ultimi vent’anni, arrivando a valori intorno ai 14–15 per 100.000 abitanti nel 2022–2023.
Quello che rende il Giappone particolare non è tanto la “classifica” globale, ma il fatto che nei giovani il suicidio sia la principale causa di morte, e che i numeri dei suicidi legati a problemi scolastici e di bullismo restino alti nonostante le campagne di prevenzione. In altre parole: il paese nel complesso ha fatto progressi, ma la fascia studentesca continua a mandare segnali di sofferenza fortissimi.
Io vi consiglio di tenere insieme questi due piani: non demonizzare il Giappone come “paese del suicidio”, ma neanche lasciarsi rassicurare solo dai grafici che mostrano una lenta discesa del tasso generale.
Il mio consiglio
Per me parlare di bullismo in Giappone non è un modo per fare la lista dei problemi del paese, ma per guardare con onestà cosa c’è dietro l’immagine perfetta delle scuole in uniforme e dei club sportivi disciplinatissimi.
Se avete figli, nipoti, amici che studiano qui, la cosa più importante è creare uno spazio in cui possano parlare senza paura di deludervi. Anche solo dire “se qualcosa ti fa stare male a scuola, dimmelo subito, non voglio che tu lo sopporti da solo” può cambiare il modo in cui vivono le difficoltà. E se siete voi a venire in Giappone per studio o lavoro, concedetevi il diritto di chiedere aiuto se sentite che l’ambiente vi sta schiacciando.
Alla fine, al di là delle statistiche, quello che vorrei passa un po’ da qui: meno silenzi imbarazzati, meno “tanto succede ovunque”, e più attenzione concreta a come stanno davvero le persone. Che sia un ragazzino che non vuole più salire sull’autobus per andare a scuola, o un collega che scherza sempre ma è diventato improvvisamente cupo, vale la pena fermarsi e fare una domanda in più.
Io onestamente preferisco mille volte sembrare insistente che scoprire, troppo tardi, che qualcuno stava affogando in mezzo a una classe piena di gente che faceva finta di non vedere.
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Autore
Marco Togni
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).