Pena di morte in Giappone
Il Giappone è uno dei pochi Paesi sviluppati dove la pena capitale è attiva: viene applicata solo per reati gravissimi, quasi sempre omicidi multipli, e la modalità prevista è l’impiccagione. Ma non è un sistema spietato o sbrigativo: il processo è lunghissimo, con più livelli di appello, e i condannati restano spesso anni nel braccio della morte.
In Italia siamo quasi tutti contrari, e anch’io crescendo ho assorbito questa idea. Poi mi sono trasferito in Giappone e, senza accorgermene, ho iniziato a vedere le cose diversamente. Qui vi racconto come funziona davvero e perché i giapponesi la pensano in un altro modo.
Indice
- I numeri: pochi, ma pesanti
- Se la meritano
- Il caso Aum Shinrikyo
- Non basta un omicidio per finire impiccati
- Il ruolo del Ministro della Giustizia
- I condannati non sanno quando moriranno
- Dove e come avviene un’esecuzione
- L’opinione pubblica giapponese è favorevole
- Le critiche internazionali
- Non è un sistema perfetto
- Un caso discusso
- L’ergastolo non è una soluzione per tutti
- Un tema che ci mette in crisi
- Conclusione
- Video: Pena di morte in Giappone: giustizia o vendetta?
I numeri: pochi, ma pesanti
In media, in Giappone vengono eseguite da zero a poche condanne all’anno. Non c’è una frequenza fissa: dipende dai casi, dal contesto politico, e dalla sensibilità del Ministro della Giustizia in carica (che deve firmare personalmente l’ordine di esecuzione).
Negli ultimi vent’anni, il numero totale di condanne eseguite è stato limitato, ma ogni volta ha fatto notizia. Perché non sono mai casi banali. Si tratta quasi sempre di omicidi multipli compiuti con crudeltà inimmaginabile. Ci sono stati anni interi chiusi con zero esecuzioni, e poi mattine in cui ne sono state eseguite tre o quattro in una volta sola. È capitato anche che passassero quasi tre anni senza che nessun ministro firmasse, prima che le impiccagioni riprendessero come se niente fosse. Nel braccio della morte, intanto, resta stabilmente circa un centinaio di persone: le nuove condanne definitive sono rarissime, le esecuzioni ancora di più.
Se la meritano
Uno dei casi più sconvolgenti è quello di Tsutomu Miyazaki. Negli anni ’80, ha ucciso quattro bambine, mutilando i loro corpi, conservandone parti come trofei e inviando i resti ai genitori. Sì, avete capito bene. Ha spedito le ossa, i denti, in pacchi postali. Ha perfino cremato uno dei corpi nel forno di casa sua.
Quando leggi queste cose, è impossibile non provare un nodo in gola. E se pensate che una persona così vada salvata, vi sfido a suonare il citofono dei genitori delle vittime e dirglielo in faccia. A dirgli che “nessuno merita di morire”. Forse vi renderete conto che certe frasi funzionano solo sui social. Non davanti alla sofferenza vera.
Il caso Aum Shinrikyo
Se c’è un caso che spiega quanto il Giappone sappia aspettare, è quello di Aum Shinrikyo, la setta dell’attacco al gas sarin nella metropolitana di Tokyo del 1995: tredici morti e migliaia di intossicati. Ci sono voluti oltre vent’anni di processi, ma nel luglio 2018 tredici membri della setta sono stati impiccati in due giornate diverse, a cominciare dal fondatore, Shoko Asahara.
È stata la più grande ondata di esecuzioni del Giappone moderno, e ha fatto discutere parecchio anche qui: c’è chi ha visto una giustizia finalmente arrivata, chi si è chiesto perché tutte insieme, chi ha fatto notare che alcuni condannati avevano ancora una richiesta di revisione aperta. Se volete capire come funziona davvero la pena di morte in Giappone, è il caso da studiare: fermo per decenni, poi improvviso.
Non basta un omicidio per finire impiccati
Molti pensano che in Giappone basti uccidere una persona per rischiare la forca. Non è così. In genere, l’omicidio singolo non porta alla pena capitale, salvo casi eccezionali di crudeltà estrema.
La giustizia giapponese valuta una serie di fattori, tra cui:
- il numero delle vittime
- il grado di premeditazione
- la crudeltà del gesto
- l’atteggiamento dell’imputato (pentimento, cooperazione)
- l’impatto sociale del crimine
Se manca almeno uno di questi elementi, la condanna sarà all’ergastolo. Per fare un esempio, un uomo che uccide la moglie in un litigio domestico non rischia la pena di morte. Neanche se confessa. Perché il gesto, per quanto terribile, non ha le caratteristiche che in Giappone giustificano l’esecuzione.
Il ruolo del Ministro della Giustizia
Ogni esecuzione deve essere approvata personalmente dal Ministro della Giustizia in carica. E questa è una responsabilità enorme. Non tutti i ministri firmano. Alcuni si rifiutano per motivi etici, altri scelgono di non decidere. Alcuni invece firmano solo in casi ritenuti “inevitabili”.
Questo rende la pena di morte in Giappone uno strumento eccezionale, e non un automatismo. Non c’è una macchina della morte, non ci sono esecuzioni ogni mese. C’è invece un sistema che esita, riflette, e poi – solo quando è certo – agisce. Sulla carta un termine ci sarebbe: il codice di procedura penale dice che l’ordine dovrebbe arrivare entro sei mesi dalla sentenza definitiva. Nella pratica non lo rispetta nessuno, e per chi lo ignora non è prevista alcuna conseguenza: è il motivo per cui un condannato può restare in cella vent’anni senza che succeda niente. Il ministro firma quando se la sente, e ogni firma se la porta dietro per il resto della carriera.
I condannati non sanno quando moriranno
Uno degli aspetti più discussi è che i detenuti non vengono informati in anticipo del giorno dell’esecuzione. Lo scoprono la mattina stessa, quando le guardie bussano alla porta della cella.
Anche questo è un punto delicato. Da un lato, serve a evitare panico, tentativi di suicidio, insurrezioni. Dall’altro, è una tortura psicologica. Perché ogni giorno, per anni, ti svegli pensando: *e se oggi fosse l’ultimo?*
Dove e come avviene un’esecuzione
Le sette strutture dotate di una sala per le esecuzioni si trovano a Tokyo, Osaka, Nagoya, Sendai, Sapporo, Hiroshima e Fukuoka, e sono le stesse in cui i condannati aspettano per anni, in una cella singola.
La mattina dell’esecuzione il rito è sempre lo stesso: le guardie aprono la porta e comunicano al detenuto che quel giorno è arrivato. Da lì passa poco più di un’ora: il tempo di scrivere due righe, di scambiare qualche parola con un religioso, e si scende di sotto.
Il dettaglio che colpisce di più riguarda chi apre la botola. In una stanza a fianco ci sono tre agenti davanti a tre pulsanti, premuti tutti insieme: uno solo fa scattare la trappola, ma nessuno sa quale. È un modo per dividere il peso, perché nessuno si porti a casa la certezza di aver ucciso un uomo. Un medico constata il decesso, e solo a cose fatte vengono informati l’avvocato e la famiglia.
L’opinione pubblica giapponese è favorevole
A differenza dell’Europa, in Giappone la maggioranza della popolazione è favorevole alla pena di morte. Non per vendetta, ma per giustizia. La percezione è che alcuni crimini siano talmente gravi da non lasciare spazio a un’altra risposta.
E chi vive qui capisce perché. In Giappone il concetto di giustizia è fortemente legato all’equilibrio, all’armonia sociale. Quando qualcuno rompe quell’equilibrio in modo così devastante, la società stessa chiede una risposta definitiva. E non è solo una questione di sondaggi. Dal 2009, nei processi per i reati più gravi, accanto ai giudici togati siedono sei cittadini sorteggiati, i saiban-in: sono loro, insieme ai magistrati, a decidere anche una condanna a morte. Vuol dire che qui la forca non è una cosa che decidono “gli altri”, lo Stato, qualcuno lontano: la può decidere il vicino di casa, chiamato in tribunale per qualche settimana. Molti raccontano poi di notti insonni e di un peso che resta addosso per anni.
Le critiche internazionali
Ovviamente, le organizzazioni per i diritti umani criticano duramente il Giappone. Amnesty International ha più volte denunciato le esecuzioni come disumane, puntando il dito sulla segretezza, sulla mancanza di trasparenza e sull’assenza di un sistema di grazia.
Il Giappone ascolta, ma non cambia. Perché il sistema giuridico qui è più vicino al senso comune dei giapponesi, che al dibattito internazionale. E in fondo, è difficile chiedere a un Paese di cambiare una legge che il 70-80% della popolazione condivide.
Non è un sistema perfetto
Chiariamoci: non sto dicendo che il sistema giapponese sia perfetto. Nessun sistema lo è.
Ma in Giappone, proprio per questo, la pena di morte è applicata con estrema cautela. Non c’è il rischio che venga usata come strumento politico o repressivo, come accade in altri Paesi. È una scelta dolorosa, presa dopo anni di processi, solo in casi dove non ci sono dubbi.
Un caso discusso
Uno dei casi più discussi è quello di Iwao Hakamada, ex pugile e operaio, accusato nel 1966 di aver ucciso un suo datore di lavoro e tre familiari, durante una rapina finita nel sangue. Dopo un lungo interrogatorio, firmò una confessione che poi ritrattò, dichiarando di essere stato costretto con la forza. Ma nel frattempo il sistema aveva già deciso: venne condannato a morte e rinchiuso nel braccio della morte, dove ha passato quasi 50 anni di vita, di cui 45 da condannato in attesa dell’esecuzione.
Eppure, nel 2014, nuovi test del DNA e analisi forensi più moderne hanno mostrato che le prove a suo carico non reggevano. Dopo quasi mezzo secolo in isolamento, è stato liberato, e al termine del processo di revisione è arrivata la piena assoluzione: i giudici hanno stabilito che le prove a suo carico erano state costruite a tavolino, e la procura non ha impugnato la sentenza, che è quindi definitiva.
Il punto qui non è solo l’errore giudiziario. È che il Giappone non lo ha mai ucciso. Hakamada non è stato giustiziato proprio perché non c’era una certezza assoluta. E questo dimostra quanto il sistema sia cauto: anche in presenza di una condanna formale, se ci sono dubbi, si aspetta. Si rinvia. Si riflette. Non è perfetto, certo, ma non è nemmeno un meccanismo cieco e crudele come molti lo dipingono.
L’ergastolo non è una soluzione per tutti
Molti pensano che l’ergastolo sia sufficiente. Che basti tenere queste persone in carcere per sempre. Ma anche questo è un punto delicato. Perché l’ergastolo in Giappone può, in certi casi, essere ridotto dopo 30 anni. E anche se non lo fosse, chi paga per tenerli in vita?
Soprattutto, chi spiega ai familiari delle vittime che il killer vivrà fino a 90 anni, magari scrivendo libri, ricevendo lettere, diventando una figura “affascinante” per certi media?
Un tema che ci mette in crisi
La verità è che nessuno vuole davvero parlare di pena di morte. È un argomento scomodo, che ci mette in crisi. Ma proprio per questo, va affrontato con sincerità. Senza dogmi. Senza slogan facili.
Io non dico che la pena di morte sia giusta in ogni caso. Ma dico che ci sono casi in cui l’ergastolo non basta. E che ogni società ha il diritto di stabilire quando e come punire i propri crimini più atroci.
Conclusione
Vivendo in Giappone, ho imparato che certe certezze vanno messe in discussione. Non per abbracciare un’altra ideologia, ma per aprire gli occhi. La pena di morte qui non è una vendetta, ma una risposta estrema a un male estremo. E prima di giudicarla, forse dovremmo guardare davvero in faccia la sofferenza delle vittime. E chiederci, con onestà: *che cosa faremmo, se toccasse a noi?*
Se questo tema vi ha colpiti, vi invito a leggere anche gli altri articoli sul mio sito, dove racconto il Giappone com’è davvero — senza filtri.
Video: Pena di morte in Giappone: giustizia o vendetta?
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Autore
Marco Togni
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).
