Religione in Giappone
La religione in Giappone è uno degli aspetti più affascinanti del Paese. Più che dogmi e prediche, qui trovi riti quotidiani, altari in casa, templi affollati a Capodanno e matrimoni cattolici “di scena” in cappelle da film. È un mondo dove Shinto, Buddhismo e cristianesimo convivono nella stessa famiglia senza drammi, e dove l’idea di reincarnazione è spesso data quasi per scontata, anche da chi dice di “non avere religione”.
In questo articolo vi racconto come funziona davvero la religione in Giappone, perché molti si definiscono “non credenti” ma allo stesso tempo pregano ai santuari, perché ci si sposa “in stile cattolico” pur non essendo cristiani, e perché a Tokyo esiste una moschea meravigliosa pur con una comunità musulmana giapponese minuscola. Ve lo dico sinceramente: capire questo lato del Paese aiuta tantissimo anche a leggere meglio i gesti di tutti i giorni, dal modo in cui si entra in un tempio al modo in cui si parla dei defunti.
Indice
Religione quotidiana
Se chiedete a una persona giapponese che incontrate in viaggio che religione pratica, è molto probabile che vi risponda “non ne ho”. Poi magari la stessa persona a Capodanno va al santuario shintoista, per i funerali si affida a un tempio buddhista, in casa ha un piccolo altare per gli antenati e porta il figlio piccolo al santuario per una benedizione.
Le statistiche ufficiali giapponesi sono già di per sé un indizio: secondo i dati dell’Agenzia per gli Affari Culturali ci sarebbero circa 88 milioni di “shintoisti” e 84 milioni di “buddhisti” su una popolazione di poco più di 120 milioni di persone. Il totale supera di molto il numero reale degli abitanti perché tante famiglie risultano registrate sia presso un santuario shinto sia presso un tempio buddhista, quindi le appartenenze si sommano e si sovrappongono.
Allo stesso tempo, in molti sondaggi una larga parte della popolazione dichiara di non sentirsi credente in senso forte, proprio perché in Giappone “avere una religione” è spesso associato a far parte attiva di un gruppo specifico, con riunioni e impegni regolari. Per tutto il resto c’è una specie di religiosità di sfondo: riti di passaggio, visite ai templi, rispetto per gli antenati, piccoli gesti che entrano nella vita senza bisogno di etichette.
Io onestamente, vivendo qui, vedo che la cosa più utile è smettere di pensare alla religione giapponese come a una scelta “o questo o quello”. È più una tavolozza di pratiche da cui ognuno prende ciò che sente vicino: un amuleto per l’esame, una visita al tempio di famiglia, una benedizione per l’auto nuova. Tutto convive senza che nessuno senta il bisogno di sistemare le cose in una scatola perfettamente ordinata.
Shinto e kami
Lo Shinto è la parte più antica e “di casa” della religione in Giappone. Non è una religione del libro, non ha un fondatore unico, non ha un grande testo sacro che tutti devono conoscere a memoria. È più una rete di santuari, riti legati alla natura e spiriti chiamati “kami” che abitano montagne, alberi, rocce, fiumi.
Quando passate sotto un torii rosso state entrando nello spazio di un santuario shintoista. Qui si va a purificarsi, a chiedere protezione, a ringraziare. A Capodanno le code davanti ai grandi santuari sono impressionanti: molte persone fanno la loro prima visita dell’anno, l’hatsumode, per augurarsi salute, lavoro, buoni risultati scolastici.
Nel quotidiano, lo Shinto lo trovate in tanti dettagli:
- i piccoli altari domestici “kamidana”, appesi in alto, con offerte di riso, sale e sakè;
- gli omamori, quei sacchettini colorati che si comprano nei santuari per la sicurezza in viaggio, la fortuna in amore, la protezione dei bambini;
- le tavolette di legno “ema”, dove si scrive un desiderio e lo si appende tutti insieme.
Quello che colpisce è che spesso chi compie questi gesti non direbbe mai “sono shintoista” come identità rigida. Vi direbbe più qualcosa del tipo: “vado al santuario quando ne sento il bisogno”. A me piace proprio perché è una religiosità molto concreta, legata ai momenti della vita: un bimbo che nasce, un nuovo lavoro, una difficoltà, un trasloco.
Se venite in viaggio, vi consiglio sempre di provare il gesto semplice dell’inchino davanti al torii, lavare le mani alla vasca di pietra, fare un’offerta e un breve saluto silenzioso. Non serve “convertirsi” a nulla: è un modo rispettoso per entrare per un attimo nel ritmo spirituale del Paese.
Buddhismo di famiglia
Il Buddhismo in Giappone è l’altra grande colonna della vita religiosa. Storicamente è arrivato dalla Cina e dalla Corea, ha influenzato l’arte, l’architettura, la filosofia, ma oggi nella vita quotidiana lo si vede soprattutto in due ambiti: i funerali e il rapporto con gli antenati.
Un dato dice molto: ancora oggi circa il 90% dei funerali in Giappone segue un rito buddhista. Il tempio con cui la famiglia è legata da generazioni si occupa delle cerimonie, del nome postumo del defunto, della cura della tomba nel lungo periodo. Anche chi si definisce “non religioso” spesso dà per scontato che “quando sarà il momento” ci si rivolgerà al tempio di famiglia.
In molte case, invece del piccolo altare shintoista, trovate un butsudan, una sorta di “armadio-altare” buddhista con al centro un’immagine del Buddha o di un bodhisattva e, spesso, le tavolette con i nomi dei defunti. Più di metà delle famiglie giapponesi ha un butsudan in casa, soprattutto nelle zone rurali. Qui si accende l’incenso, si lascia una tazza di tè o un dolcetto, si parla ai nonni come se fossero ancora presenti.
Sul fondo c’è quasi sempre l’idea di rinascita e continuità, che non viene spiegata con discorsi complicati ma si sente nel modo in cui si parla dei morti: non “spariti”, ma passati dall’altra parte, ancora collegati alla famiglia. Molte persone non saprebbero nemmeno spiegare in modo dottrinale che cos’è la reincarnazione, ma sono cresciute con questa immagine di un ciclo che continua e non finisce bruscamente.
Io vi direi che il Buddhismo giapponese, più che una filosofia astratta, si vede nei gesti: nel giorno dell’Obon, in estate, quando tante famiglie tornano al paese per salutare gli antenati; nelle visite al cimitero con il secchio d’acqua per lavare la lapide; in quell’attenzione delicata a come si parla di chi non c’è più.
Convivenza religiosa
C’è una frase famosa che riassume bene la religione in Giappone: “si nasce shintoisti, ci si sposa cristiani e si muore buddhisti”.
Ovviamente è una semplificazione, ma rende bene l’idea. I riti di nascita e molti momenti legati alla crescita dei bambini (come la festa dei 3, 5 e 7 anni, lo Shichi-go-san) si svolgono spesso in santuario. I funerali, come abbiamo visto, sono quasi sempre buddhisti. In mezzo, tanti scelgono di fare il matrimonio in stile cristiano, anche senza essere cristiani.
Tutto questo succede in un Paese dove la Costituzione garantisce libertà di religione e separazione tra Stato e religioni, e dove il governo non impone nessuna appartenenza. L’articolo 20 della Costituzione dice chiaramente che nessuno può essere obbligato a partecipare a cerimonie religiose e che lo Stato deve restare neutrale.
Il risultato è che le religioni convivono in modo abbastanza tranquillo. La stessa famiglia può avere:
- un santuario “di riferimento” dove si va per certe ricorrenze;
- un tempio buddhista di famiglia legato alla tomba degli antenati;
- magari un figlio iscritto a una scuola privata cattolica perché è considerata buona a livello scolastico.
Nessuno lo vive come una contraddizione: si usano linguaggi diversi per momenti diversi della vita. Ve lo dico subito: se cercate di incasellare tutto in uno schema “o sei questo o sei quello”, rischiate solo di confondervi. Ha molto più senso osservare come ogni fase della vita si appoggia a una tradizione diversa, e quanto spesso il centro non è la dottrina ma la comunità, la bellezza del rito, l’idea di mantenere un legame con la famiglia.
Nascita e tappe
Un modo semplice per capire la religione in Giappone è seguirla lungo la vita. Io di solito la spiego così: pensate a una serie di tappe, ognuna con un suo rito, un suo luogo, un suo “colore”.
L’adolescenza religiosa, invece, è meno marcata: non c’è un equivalente universale della “cresima”. Alcuni gruppi buddhisti o cristiani hanno percorsi di formazione, ma per tante persone l’aspetto religioso resta sullo sfondo, più presente nelle feste stagionali (Capodanno, Obon, festività locali) che in incontri settimanali.
In tutto questo si infilano anche i riti personali: chi va a un certo santuario prima di un esame importante, chi tiene sempre in borsa un amuleto per la sicurezza in treno, chi accende l’incenso al butsudan prima di una decisione difficile. Secondo me ha senso guardare alla religione in Giappone come a una trama di piccoli gesti, sparsi nell’anno e nella vita, più che come a un’unica grande scelta fatta una volta per tutte.
Matrimoni cattolici
Arriviamo al punto che incuriosisce più di tutti: perché così tanti matrimoni in Giappone sono “cattolici” pur non essendoci quasi cristiani?
A livello di numeri, i cristiani sono una piccola minoranza: circa due milioni di persone su tutto il Paese, cioè poco più dell’1% della popolazione. Eppure, da decenni, una larga parte dei matrimoni si svolge in cappelle in stile europeo, con abito bianco, marcia nuziale all’organo e un “prete” che guida la cerimonia. È un paradosso solo se pensiamo alla religione come appartenenza esclusiva; diventa molto più comprensibile se la vediamo come linguaggio simbolico.
Per tante coppie, il matrimonio in stile cattolico è soprattutto:
- una scenografia romantica da film occidentale;
- un modo per avere foto spettacolari, con cappelle di vetro, luci soffuse, fiori ovunque;
- un rito relativamente breve, che si incastra bene tra pranzo, foto di gruppo e festa con gli amici.
Ve lo dico sinceramente: tantissime cappelle che vedete negli hotel o nei “wedding hall” non sono chiese vere, ma spazi costruiti apposta per i matrimoni. Ho anche un amico che lavora come “prete finto” in queste cerimonie: non è sacerdote, non è legato a una diocesi, ma recita il ruolo del celebrante, spesso in inglese o in un giapponese impostato, leggendo testi che richiamano vagamente quelli cristiani. L’effetto, agli occhi degli invitati, è quello di un matrimonio “alla cattolica”, con tutte le emozioni del caso, anche se dal punto di vista religioso e legale non è una messa sacramentale.
Qui è importante chiarire una cosa pratica: il matrimonio legalmente valido in Giappone è quello registrato in comune, con la firma dei documenti. La cerimonia in cappella – cattolica o in stile occidentale – è simbolica. Prima si passa dall’ufficio comunale, si presenta la documentazione, si deposita il modulo di matrimonio; poi, in un altro giorno o nello stesso, si fa la festa con la cappella, gli amici, le foto.
A me questo sistema sembra molto onesto: separa nettamente la parte legale dalla parte scenografica, e lascia alle coppie la libertà di scegliere il “copione” che sentono più affascinante. C’è chi preferisce un rito shintoista in santuario, con abiti tradizionali; c’è chi sogna da sempre l’abito bianco in cappella; qualcuno fa entrambe le cose, in momenti diversi. Funziona bene proprio perché la società accetta l’idea che una cerimonia possa essere più estetica che teologica.
Moschea a Tokyo
Spesso chi viene in Giappone rimane colpito nello scoprire che a Tokyo c’è una moschea bellissima, la Tokyo Camii. Si trova in zona Shibuya e, oltre a essere un luogo di culto, è anche un centro culturale turco con visite guidate, attività per bambini, piccola biblioteca e negozio di prodotti halal. La struttura attuale, inaugurata nel 2000, è costruita in stile ottomano-turco, con cupole, decorazioni interne ricchissime e calligrafie che fanno davvero dimenticare di essere in Giappone per un momento.
Tokyo Camii è considerata la moschea più grande del Giappone e nasce da una storia particolare: le sue origini risalgono agli anni Trenta, quando un gruppo di tatari fuggiti dalla Russia trovò rifugio in Giappone e chiese un luogo di preghiera. L’edificio originario venne poi demolito per problemi strutturali e ricostruito con il supporto delle autorità religiose turche, che l’hanno trasformato non solo in una moschea, ma in un vero punto di incontro per musulmani di tante nazionalità e curiosi giapponesi.
Dal punto di vista dei numeri, però, i musulmani in Giappone sono pochissimi: le stime parlano di qualche centinaio di migliaia di persone, in gran parte stranieri o discendenti di immigrati; solo una piccola percentuale ha cittadinanza giapponese. Questo significa che, nella vita quotidiana, la maggior parte dei giapponesi non ha contatti diretti con l’Islam, se non magari tramite colleghi stranieri o studenti internazionali.
Se passate da Tokyo Camii, vi consiglio di partecipare a una visita guidata o anche solo di entrare in silenzio, togliervi le scarpe e osservare. È un modo molto concreto per capire come il Giappone non sia solo Shinto e Buddhismo, ma abbia anche piccole minoranze religiose che portano tradizioni completamente diverse, e che riescono comunque a trovare spazio grazie alla libertà religiosa garantita dalla legge.
Nuovi movimenti
Alcuni di questi movimenti sono diventati enormi, con milioni di aderenti e una presenza importante nella vita politica e sociale; altri restano gruppi piccoli, legati a un’area o a una singola figura. I numeri ufficiali parlano di milioni di persone che si dichiarano appartenenti a “altre religioni” oltre a Shinto e Buddhismo tradizionali.
In mezzo ci sono anche casi problematici: gruppi che finiscono sui giornali per scandali economici, pressioni sui fedeli, o – nel caso estremo di Aum Shinrikyo – per veri e propri atti terroristici. Proprio questi episodi hanno portato il governo a controllare meglio lo status giuridico delle organizzazioni religiose, fino ad arrivare, negli ultimi anni, a togliere il riconoscimento legale a gruppi accusati di danneggiare i propri seguaci.
Diciamocelo: da fuori è facile mettere tutto nello stesso calderone e pensare che “le nuove religioni giapponesi” siano tutte strane o pericolose. La realtà è molto più sfumata. Ci sono organizzazioni che per i loro membri sono un vero supporto comunitario, con attività sociali, eventi culturali, impegno nel volontariato; altre che hanno avuto derive pesanti. Io vi consiglierei di avvicinarvi sempre con curiosità, ma anche con la giusta prudenza, soprattutto se qualcuno insiste troppo nel voler “convincere” o chiedere soldi.
Consigli pratici
Se venite in Giappone, quasi sicuramente entrerete in santuari, templi, forse perfino in una moschea. E qui la domanda classica è: “come mi comporto per non mancare di rispetto?”.
Per i santuari shintoisti, le regole base sono semplici:
- all’ingresso, potete fare un leggero inchino davanti al torii;
- alla vasca di pietra, usate il mestolo per lavare una mano, poi l’altra, poi sciacquare leggermente la bocca (senza bere);
- davanti all’area di preghiera, si fa in genere una piccola offerta, due inchini, due battiti di mani, un ultimo inchino.
Per la moschea, valgono le regole comuni ai luoghi di culto islamici:
- vestirsi in modo sobrio, coprendo spalle e gambe;
- togliersi le scarpe all’ingresso;
- evitare di disturbare la preghiera, soprattutto il venerdì.
In tutti i casi, se avete dubbi, guardate cosa fanno gli altri. In Giappone c’è molta tolleranza verso i visitatori: nessuno pretende che conosciate il rito alla perfezione. Quello che viene apprezzato è l’atteggiamento: rispetto, curiosità sincera, niente foto invadenti (soprattutto ai volti durante la preghiera, o in zone dove è espressamente vietato).
Io mi trovo spesso a dire la stessa cosa: la religione, qui, è parte del paesaggio. Se la prendete solo come sfondo per foto “da copertina”, vi perdete metà della storia. Se invece vi fermate un attimo a osservare i gesti, a leggere le scritte sugli ema, a guardare come una nonna sistema i fiori sulla tomba, vedrete emergere un Giappone molto più umano e vicino.
Conclusione
Alla fine, la religione in Giappone è meno “strana” di quello che sembra e più familiare di quanto immaginiamo. Ci sono riti per nascere, sposarsi, morire; c’è chi crede fortemente, chi partecipa per abitudine, chi va al santuario solo quando ha paura di un esame importante. C’è chi si commuove davanti a un altare buddhista, chi sogna il matrimonio in cappella con abito bianco, chi scopre per la prima volta la bellezza di una preghiera nella Tokyo Camii.
Io vi consiglio, quando venite qui, di non limitarvi a “visitare templi e santuari” come voci in una lista. Provate a guardare come i giapponesi vivono questi luoghi, quanto naturalmente passano dallo Shinto al Buddhismo, quanto poco sentono il bisogno di scegliere un’unica etichetta.
Alla fine della giornata, che si tratti di lasciare una moneta in una cassetta delle offerte o di accendere un bastoncino d’incenso per qualcuno che non c’è più, quello che resta è sempre lo stesso: il desiderio di protezione, di gratitudine, di legame con gli altri. E questo, al di là delle religioni, è qualcosa che capiamo tutti.
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Autore
Marco Togni
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).