Miko

Le miko sono una delle figure più riconoscibili dei santuari giapponesi. Con questo termine si indica una particolare figura della tradizione scintoista, che svolge varie attività di supporto all’interno dei santuari, dalla pulizia degli spazi sacri all’esecuzione di danze sacre per scacciare gli spiriti maligni, passando per la vendita di amuleti e oggetti legati al santuario stesso.
Le riconoscete subito dai colori: kimono bianco e lunghi pantaloni rossi, il bianco della purezza e il rosso della vitalità. Qui vediamo da dove arriva questa figura, come è cambiata nei secoli, che cosa fanno le miko oggi e dove potete incontrarle.

Cenni storici

La figura della miko affonda le sue origini nell’antico periodo Jomon, ad indicare delle profetesse che cadevano in una sorta di trance che le metteva in contatto diretto con le divinità.
Le miko erano spesso le figlie dei sacerdoti incaricati di prendersi cura dei santuari. Le loro attività comprendevano l’esibizione in danze cerimoniali (Miko-Mai) e l’assistenza ai sacerdoti in varie funzioni, come ad esempio i matrimoni. Quando si parla delle origini, il nome che salta sempre fuori è quello di Himiko, la regina-sciamana del regno di Yamatai, che secondo le cronache cinesi del terzo secolo governava grazie alle sue doti spirituali. Non era una miko nel senso che diamo oggi al termine, ma viene considerata l’antenata ideale di questa figura: una donna che teneva insieme potere politico e contatto diretto con le divinità.
Durante il periodo Nara (710-794) e periodo Heian (794-1185), i funzionari del governo cercarono di controllare le pratiche Miko, evitando che venissero compiuti abusi legati al loro ruolo sociale, dal potere sempre più crescente. Durante il periodo Kamakura (1185-1333), segnato da guerre e da una forte instabilità, la miko era stata relegata ad una condizione di mendicità, poiché molti santuari erano caduti in disgrazia. Molte miko, dopo aver perso il loro contesto di attività, vennero associate a donne dalla dubbia moralità, ben lontane dalla spiritualità che le aveva sempre contraddistinte.
Dopo il 1867, di pari passo con la volontà del governo Meiji di creare uno stato scintoista guidato dall’imperatore-sciamano, molte figure spirituali, incluse le miko, vennero private delle loro funzioni.

Classificazioni

L’etnologo Kunio Yanagita, che per primo si occupò di studiare questa figura, le suddivise in jinja miko, dedite a danze con campane, kuchiyose miko, che parlano in nome dei defunti, e kami uba, impegnate nelle invocazioni alle divinità.
I ricercatori hanno inoltre classificato le miko contemporanee a seconda delle loro pratiche e della loro provenienza: itako cieche (concentrate nel Giappone orientale e settentrionale), okamin cieche (nord ed est del Giappone), waka cieche (Giappone nord-orientale), moriko (a nord e ad est di Tokyo), nono (Giappone centrale), zatokaka cieche (nord-ovest Giappone) e sasa hataki (a nord est di Tokyo). Di tutte queste categorie, l’unica che potete ancora incontrare davvero sono le itako del Tohoku: donne cieche che dopo un lungo addestramento evocano la voce dei defunti, aiutandosi con l’arco di catalpa. Ne restano pochissime e ormai molto anziane, ma d’estate, durante la grande festa del Monte Osore, in Aomori, si sistemano ancora nelle tende montate per l’occasione e ricevono chi vuole parlare con un familiare scomparso.

Le miko nei manga e nei videogiochi

La figura della miko è entrata a far parte della cultura popolare giapponese, in particolare nel mondo dei manga, degli anime e dei giochi di ruolo, dove viene spesso ritratta come un’eroina che combatte gli spiriti maligni e i demoni. Quasi sempre è dotata di poteri magici o soprannaturali ed è particolarmente abile nelle arti marziali, con l’arco come arma simbolo.
È un’immagine che ha poco a che vedere con il lavoro reale nei santuari, fatto di pulizie, cerimonie e banchi degli amuleti, ma è anche il motivo per cui tanti viaggiatori riconoscono l’abito bianco e rosso ancora prima di sapere chi lo indossa.

Dove si vedono le miko

Se vi state chiedendo dove incontrarle, la risposta è semplice: nei santuari più grandi e frequentati, quelli con molto personale. A Tokyo le vedete al Meiji Jingu e al Kanda Myojin, a Kyoto al Fushimi Inari Taisha e all’Heian Jingu, a Nara al Kasuga Taisha.
Il momento migliore è il Capodanno: durante lo hatsumode i santuari assumono ragazze per qualche settimana e ai banchi degli amuleti trovate decine di miko al lavoro. L’altra occasione sono i matsuri e le cerimonie con kagura, quando le danze sacre si svolgono davanti ai visitatori e le miko compaiono con la sopravveste bianca e i campanelli in mano. Se volete fotografarle durante un rito, conviene sempre chiedere prima.

Che cosa fanno le miko oggi

Le miko di oggi assistono i sacerdoti nelle funzioni di culto, eseguono le danze cerimoniali, il miko-mai, e vendono amuleti, omikuji e oggetti porta fortuna ai visitatori dei santuari. Si tratta soprattutto di lavoratrici part-time e volontarie: molte sono studentesse che restano al santuario per qualche stagione, e per parecchie ragazze giapponesi è una specie di rito di passaggio.
In ogni caso, le miko non hanno lo stesso grado di autorità di un sacerdote, nonostante nell’antichità rivelassero profezie che si riteneva fossero ispirate direttamente dalla voce delle divinità.

In teoria, il requisito iniziale per essere miko era quello di essere vergine, anche se in passato sono state fatte molte eccezioni, per permettere a donne particolarmente adatte e dotate di grande carattere di accedere a questa funzione, anche qualora fossero sposate. La tradizione voleva poi che una miko che decideva di sposarsi lasciasse il suo ruolo spirituale per dedicarsi alla famiglia: una regola gradualmente abbandonata, anche se molte miko dei giorni nostri scelgono comunque di rinunciare all’attività al santuario.

Come si vestono le miko

L’abito di una miko si riconosce a colpo d’occhio: un kimono bianco chiamato hakui e lunghi pantaloni rossi, gli hibakama, spesso simili a una gonna a pieghe legata con un fiocco. Ai piedi calzini tabi e sandali, tra i capelli nastri bianchi o rossi. Nella religione scintoista il bianco simboleggia la purezza, mentre il rosso richiama la vitalità.
Quando la miko serve durante un rito o esegue una danza sacra, sopra al kimono compare il chihaya, una sopravveste bianca dalle maniche larghe: è lì che l’abito diventa davvero cerimoniale.

Tra gli strumenti tradizionali legati a questa figura ci sono l’azusayumi, l’arco di catalpa usato per richiamare gli spiriti, il tamagushi, il ramo di sakaki offerto alle divinità, e il gehobako, la scatola che custodisce gli oggetti rituali. Durante le cerimonie vedrete comparire spesso campane e tamburi, candele e ciotole di riso.

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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
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