Fare amicizia in Giappone

Ve lo dico subito: fare amicizia in Giappone è uno dei pensieri che preoccupano di più chi si trasferisce qui, ma io non ho mai avuto questo problema. Fin dai primi anni ho iniziato a conoscere un sacco di persone, e col tempo ho capito che non è questione di fortuna: è capire come funzionano le relazioni qui e usare bene il fatto di essere stranieri, che è un vantaggio enorme, non uno svantaggio.

Ho soprattutto molte amiche giapponesi, perché mi piacciono un sacco le cosiddette “cose da donne” — dolci, caffetterie carine, chiacchiere tranquille — ma è altrettanto naturale avere amici uomini. Già dal mio secondo viaggio, quasi vent’anni fa, ho iniziato a costruire rapporti che durano ancora oggi. L’idea di fondo è semplice: le amicizie non nascono per caso, nascono quando portiamo qualcosa nella vita degli altri e siamo disposti a farlo con continuità.

È davvero difficile?

Se pensate di scendere in strada, buttare lì due parole e tornare a casa con un gruppo di amici per la vita, qui vi sembrerà tutto complicato. Se invece accettate che i ritmi siano diversi e che le persone siano più caute all’inizio, la percezione cambia.

La vita di molti giapponesi è piena di orari lunghi, spostamenti e impegni fissi. L’energia sociale non è infinita, quindi è normale che ci pensino due volte prima di investire tempo in qualcuno che conoscono da pochissimo. Non significa che non vogliono amici, significa che devono avere un motivo per rivedervi.

Il punto, secondo me, è tutto qui: invece di fissarsi sul “è difficile”, provate a chiedervi “perché questa persona dovrebbe voler passare di nuovo del tempo con me?”. Non è una domanda cattiva, è la base per entrare nel loro modo di vedere le relazioni. Nel momento in cui diventate una presenza che porta leggerezza, curiosità, punti di vista diversi, vi accorgete che gli inviti iniziano ad arrivare da soli.

Scambio reciproco

L’amicizia, qui come ovunque, funziona quando c’è uno scambio reciproco. Non parlo di soldi o favori materiali, parlo di tempo, ascolto, cose vissute insieme. Se una relazione è a senso unico — uno chiede sempre e l’altro dà sempre — prima o poi si spezza.

Di solito dietro a un’amicizia vera ci sono tre ingredienti molto semplici:

  • una situazione condivisa (scuola, lavoro, palestra, circolo)
  • una passione in comune (calcio, manga, fotografia, cucina, musica…)
  • qualche gesto reciproco nel tempo (aiuti, ascolto, incoraggiamento)

In Giappone non è diverso. Ci si conosce perché si frequenta lo stesso corso, ci si trova allo stesso tavolo in un izakaya, si va nello stesso gruppo di camminata in montagna. All’inizio si parla di cose leggere, poi arrivano i dettagli più personali, i messaggi, gli inviti in occasioni un po’ più importanti. È questa continuità che fa scattare il passaggio da semplice conoscenza a amico vero.

Io vi direi di farvi spesso questa domanda: “cosa porto io nella vita di questa persona?”. Può essere qualcuno con cui ridere dopo una giornata pesante, una persona che fa scoprire posti nuovi, qualcuno che ascolta senza giudicare. Se la risposta è “praticamente nulla, ma voglio che mi aiuti con tutto”, c’è qualcosa da ricalibrare.

Quando entrambi sentono di guadagnarci qualcosa — serenità, risate, spunti, motivazione — l’amicizia non solo nasce, ma regge nel tempo.

Gli stranieri non capiscono

Qui arriviamo al punto delicato: spesso gli stranieri non si rendono conto di cosa stanno chiedendo quando vogliono “amici giapponesi”. Tantissime persone cercano qualcuno che le aiuti a imparare la lingua, a capire i documenti, a trovare casa, a godersi il Paese. Tutto comprensibile. Il problema nasce quando in cambio non offrono praticamente nulla, neanche a livello umano.

Immaginate una ragazza giapponese che esce con uno straniero. Lui passa mezz’ora a parlare della sua collezione di manga, di quanto “ama la cultura giapponese”, del sogno di trasferirsi qui, e poi in modo un po’ goffo prova a trasformare tutto in corteggiamento. Non le chiede quasi nulla della sua vita, non ascolta davvero, è concentrato su di sé. È normale che lei si annoi e non abbia più voglia di vederlo.

Qui voglio essere chiaro: non sto criticando chi ci prova con una ragazza o un ragazzo giapponese, anzi. È normalissimo che ci sia anche l’attrazione, e va benissimo voler flirtare o sperare in una storia. Il punto è che c’è modo e modo, e soprattutto ci sono contesti in cui è evidente che insistere rovina solo una potenziale amicizia. Se una persona è venuta a uno scambio linguistico o a un evento di hobby, e voi trasformate tutto in inseguimento romantico, difficilmente andrà avanti.

La domanda vera è: l’altra persona sente che:

  • vi interessa chi è, non solo cosa può fare per voi?
  • non la state usando come insegnante gratis o guida non pagata?
  • con voi si sta bene, a prescindere da casa, lavoro, burocrazia?

Se la risposta è sì, avete buone possibilità che il rapporto cresca in modo naturale. Se è no, prima o poi la persona dall’altra parte si allontana in silenzio. E spesso non è “freddezza giapponese”, è solo il modo più gentile che conosce per uscire da una situazione squilibrata.

Marco Togni con occhiali rosa tiene un piatto di pancake con ciliegie da Flipper's
Con i pancake di Flipper’s si va sul sicuro per una merenda indimenticabile con la propria amica del cuore.
Marco Togni con dessert fragole e gelato davanti a parete floreale
Nei café scenografici tutti fanno foto, quindi è facile scambiarsi due dritte su angoli e pose. È uno dei modi più naturali per rompere il silenzio.

Donne e uomini

In Giappone conosco moltissime persone e, ve lo dico sinceramente, mi sono quasi sempre trovato più in sintonia con le donne. Non perché “le donne giapponesi sono così” e “gli uomini sono cosà”, ma perché a me piace un certo tipo di vita sociale: pasticcerie, caffè tranquilli, chiacchiere lunghe, attenzione ai dettagli. Di solito trovo questi elementi più facilmente nelle uscite con amiche, tutto qui.

Detto questo, non ha senso incasellare le persone in stereotipi rigidi. Ci sono uomini con cui parlo di dolci per ore e donne che hanno voglia solo di parlare di lavoro e sport. Quello che conta davvero, secondo me, è cercare chi ha una sensibilità simile alla vostra, indipendentemente dal genere.

Io vi consiglio di smettere di pensare in termini di “voglio un’amica giapponese” o “voglio amici giapponesi uomini” e iniziare a pensare in termini di “persone con cui sto bene”. Se vi ritrovate più spesso circondati da donne perché frequentate caffetterie e pasticcerie, va benissimo. Se finisce che uscite sempre con uomini perché condividete sport o lavoro, va bene lo stesso. L’importante è che i rapporti siano equilibrati e sinceri, non costruiti su un’idea astratta del “giapponese” o della “giapponese”.

Dove incontrarsi

La domanda pratica è inevitabile: dove si conoscono persone nuove, concretamente? Qui puntare sul “attacco a caso per strada” funziona pochissimo. Molto meglio cercare contesti in cui è normale parlare con chi non si conosce.

Alcuni esempi che vedo funzionare bene:

  • scuole di lingua e incontri di scambio linguistico, dove tutti sono lì per parlare
  • corsi e circoli legati a un hobby (fotografia, cucina, danza, sport, musica…)
  • festival e matsuri di quartiere, dove si mangia, si beve e si commenta quello che succede
  • izakaya con bancone o bar piccoli, dove si è vicini e nasce facilmente una chiacchiera
  • share house e spazi di coworking, se restate in Giappone per periodi più lunghi

Questi posti hanno una cosa in comune: c’è sempre qualcosa da fare insieme. Non siete due sconosciuti nel vuoto: avete una lezione, un evento, un piatto, una bevuta. La conversazione può partire da ciò che avete davanti e poi allargarsi a tutto il resto.

Secondo me funziona molto di più iscriversi a un corso su qualcosa che vi piace davvero piuttosto che accumulare eventi generici “per conoscere gente”. Se siete nel vostro elemento, venite fuori meglio anche come carattere. E questo, nelle amicizie, conta molto più di qualsiasi frase studiata a tavolino.

Amici su internet

Oggi una parte enorme delle amicizie passa anche da internet. In Giappone esistono app e siti per scambi linguistici, gruppi legati a hobby specifici, community di persone che vivono nella stessa zona e organizzano uscite.

In generale, potete usare:

  • app o siti di scambio linguistico, dove chi si iscrive vuole parlare con stranieri
  • gruppi online dedicati a interessi precisi (escursioni, fotografia, manga, cucina, cosplay…)
  • community legate a città o quartieri, che organizzano cene, giri, attività di gruppo

Io vi consiglio di vedere internet come una porta d’ingresso, non come il luogo in cui deve rimanere l’amicizia. Qualche messaggio, un minimo di conoscenza reciproca, e poi, se vi sembra sensato, proponete qualcosa di semplice dal vivo: un caffè, un dolce, una passeggiata. Se una persona per mesi vi scrive solo quando ha bisogno di qualcosa e sparisce ogni volta che proponete di vedervi, avete già la risposta su quanto valga la pena insistere.

C’è poi il tema dei contatti. Spesso chi viene qui ha l’istinto di dire subito: “dammi il tuo numero così ti metto su Whatsapp”. In Giappone il numero di telefono è vissuto come qualcosa di molto personale, non come un contatto che si distribuisce facilmente. All’inizio è molto più naturale scambiarsi un social “leggero”: ci si segue, ci si vede da lontano, ci si abitua alla presenza dell’altro.

Un metodo che funziona è questo: si fa una foto insieme in un contesto carino, e poi si chiede “posso taggarti?”. Se la persona si sente tranquilla, vi dà il suo account; se non se la sente, può deviare con eleganza. È un modo rispettoso per non chiedere subito qualcosa di troppo privato a chi vi ha appena conosciuto.

Come approcciare

Molte difficoltà, più che dal “dove”, nascono dal “come”. Vedo spesso persone che sembrano sicure, poi quando c’è da parlare con qualcuno si bloccano completamente. Guardano, sorridono da lontano, aspettano che l’altro faccia la prima mossa, e l’occasione sfuma.

Vi racconto una scena che riassume benissimo questa cosa. Durante un GiappoTour eravamo su un traghetto e due ragazze giapponesi, giovani e molto carine, guardavano alcuni viaggiatori che erano con me. I ragazzi se n’erano accorti, erano gasati, ma nessuno si muoveva. Io continuavo a dire: “Andate, chiedete da dove vengono, proponete una foto, non succede niente di male”.

Niente. Nessuno si alzava. Alla fine sono andato io a parlare con loro. Due frasi sulla vista, qualche domanda semplice, una foto, uno scambio di contatto, e ancora oggi ci seguiamo sui social. Non perché io abbia fatto chissà quale numero da circo, ma perché ho fatto quello che dovevano fare loro: cogliere la palla al balzo.

Per evitare di inchiodarsi, secondo me aiuta avere in tasca due o tre aperture semplici:

  • commentare qualcosa che state vivendo insieme (“da qui la città è pazzesca, vero?”)
  • fare una domanda concreta (“è buono quel piatto?”, “vieni spesso qui?”)
  • proporre una foto e poi una foto insieme

L’importante è mantenere un tono leggero e non essere invadenti. Se l’altra persona risponde a monosillabi o si chiude, sorridete, ringraziate e tornate alle vostre cose. Anche il modo in cui sapete chiudere una conversazione senza fare pressione dice molto di voi. E, vi assicuro, qui viene apprezzato tantissimo.

Lingua e timidezza

La lingua è la scusa perfetta per non fare nulla: “non parlo giapponese”, “il mio inglese è pessimo”, “non voglio fare figuracce”. Io vi dico la verità: ai primi viaggi ero messo malissimo con il giapponese, eppure sono nati lo stesso rapporti che durano ancora oggi. Non perché parlassi bene, ma perché mi mettevo in gioco.

Molti giapponesi hanno paura di sbagliare inglese. Se arrivate con l’aria da professore, pronti a correggere ogni frase, si chiudono subito. Se invece fate capire che l’obiettivo è semplicemente capirsi in qualche modo, alternando un po’ di inglese, qualche parola in giapponese, gesti e magari un traduttore quando serve, le barriere scendono.

Io vi consiglio di imparare almeno:

  • una presentazione semplice (nome, Paese, cosa vi piace)
  • qualche frase base di cortesia
  • una o due frasi legate alle vostre passioni (dolci, fotografie, viaggi…)

Non serve un discorso perfetto, serve che l’altra persona senta che vi interessa la sua lingua e che non avete paura di fare errori. Spesso sono proprio le frasi sbagliate, seguite da una risata, a sciogliere l’imbarazzo.

Alla fine, quello che resta non è il vostro livello grammaticale ma la sensazione: “con quella persona mi sentivo a mio agio, anche se sbagliavamo entrambi”.

Tempi e inviti

Un altro punto che pesa molto è il modo di organizzarsi. In Giappone è raro il classico “sei libero stasera? ci vediamo?”. Le agende sono piene, le giornate spesso sono faticose, e per molti stare a casa a riposare è una scelta consapevole, non un “non ho niente da fare”.

Per questo, quando proponete di vedervi, ha molto più senso dire qualcosa tipo “che ne dici di sabato tra due settimane?” piuttosto che “vediamoci un giorno”. Le uscite si pianificano con anticipo, si incastrano con altri impegni, si proteggiano gli spazi di recupero. Non è mancanza di voglia, è il loro modo di tenere in equilibrio tutto.

Secondo me è utile tenere a mente tre cose:

  • pianificare con anticipo è normale, non significa “non ti voglio vedere”
  • gli inviti all’ultimo minuto funzionano solo con amicizie già molto strette
  • molte amicizie qui sono lente ma solide: ci si vede meno, ma in modo più intenzionale

Capita che qualcuno rimandi una, due, tre volte. A volte è davvero un periodo complicato, a volte semplicemente non rientrate ancora nelle priorità. Non prendetela sul personale, ma nemmeno restate appesi per mesi. Io vi direi: rispettate i loro tempi, ma non forzate dove dall’altra parte non c’è reale interesse. È meglio concentrare energie su chi dimostra di tenere a voi, anche con ritmi diversi da quelli a cui siete abituati.

Vale la pena?

Ve lo dico col cuore: sì, vale la pena impegnarsi per fare amicizia in Giappone. Non per poter dire “ho amici giapponesi”, ma perché il Paese cambia completamente quando smette di essere solo alberghi, templi e ristoranti e diventa volti, messaggi, inviti, routine condivise.

Non vi servono cinquanta contatti. Bastano poche persone giuste: qualcuno con cui provare un nuovo dolce, qualcuno che vi scrive quando succede qualcosa di bello o di brutto, qualcuno che vi dice “quando torni, vediamoci”. Sono queste le cose che, anni dopo, vi fanno sentire il Giappone come un posto vostro, non solo come una destinazione di viaggio.

Il mio consiglio è semplice: usate il vostro vantaggio di stranieri con rispetto, portate qualcosa di vostro nelle relazioni, ricordate che l’amicizia è sempre scambio. Se vi piace l’idea di sedervi con qualcuno davanti a un dolce, parlare un po’ in inglese, un po’ in giapponese, ridere degli errori e tornare a casa con la sensazione di aver passato un momento vero… allora, ve lo dico sinceramente, siete già sulla strada giusta.

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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).