Donne in kimono suonano strumenti tradizionali al tempio Meiji Jingu, in Giappone.

Come sono i giapponesi

Capire “come sono i giapponesi” è una delle cose più belle che potete provare a fare qui, perché vi costringe a guardare meglio: persone, abitudini, silenzi, dettagli. E se lo fate con curiosità vera, vi cambia proprio il modo di viaggiare.

Ve lo dico subito: il problema non è voler capire, è voler chiudere il discorso troppo in fretta. Bastano tre scene viste nei posti più turistici per farsi un’idea netta… e spesso sbagliata. In questo articolo provo a darvi un quadro più onesto, con esempi pratici e con i limiti inclusi, senza vendervi una cartolina.

Stereotipi in viaggio

L’errore più comune è prendere un comportamento visto in un contesto preciso e trasformarlo in “i giapponesi sono così”. Il turismo, per definizione, vi mette davanti una versione compressa della realtà: orari strani, quartieri selezionati, persone che lavorano in servizi a contatto col pubblico, regole pensate per gestire grandi flussi.

Se restate nei contesti “da visita”, vedrete tantissima cortesia, tanta calma, tante code ordinate. Tutto vero, ma parziale. È come osservare una città solo dagli aeroporti e dai centri commerciali: utile, ma non basta per descrivere la vita vera.

Contesti diversi

In Giappone il contesto conta tantissimo. La stessa persona può essere rigidissima sul lavoro, molto formale con chi non conosce, e completamente diversa tra amici stretti o in famiglia. Io vi direi di non cercare un “carattere nazionale” unico: cercate piuttosto dei comportamenti che cambiano in base alla situazione.

Un esempio semplice: in ufficio spesso pesa la gerarchia, fuori dall’ufficio conta di più il gruppo, nel quartiere conta la convivenza, in treno contano le regole implicite. Se mettete tutto nello stesso sacco, viene fuori un ritratto che sembra coerente… ma è un collage.

Educazione quotidiana

Sì, in generale c’è un’educazione molto alta nella vita di tutti i giorni. Ma non è solo “gentilezza”: è anche una tecnologia sociale per ridurre attriti, soprattutto nelle situazioni dense (mezzi, negozi, uffici, condomini).

Secondo me questo spiega tante cose pratiche che notate subito:

  • si parla a voce bassa in treno e negli spazi condivisi, perché il rumore è un’invasione
  • si chiede scusa spesso, anche quando non c’è una colpa vera, perché serve a chiudere il micro-conflitto
  • si evita di mettere l’altro in difficoltà in pubblico, perché perdere la faccia è pesante, anche solo per imbarazzo

E qui c’è un punto importante: la forma non è necessariamente falsità. A volte è solo rispetto del perimetro dell’altro.

Conflitto e armonia

La famosa “armonia” è reale, ma non è magia. È una scelta culturale che spesso preferisce evitare lo scontro diretto, soprattutto con chi non è intimo. La cosa pratica, per voi, è imparare a leggere i no morbidi.

Io lo vedo spesso: una risposta che suona come “forse è difficile” può voler dire “no”. Un “ci penserò” può voler dire “non lo farò”. Non perché l’altra persona voglia ingannarvi, ma perché sta cercando una via d’uscita che non crei attrito.

Se volete evitare fraintendimenti, vi conviene fare domande che rendono facile dire di no, senza pressione. Non “posso venire a casa tua domani?”, ma “se ti va e se è comodo, in caso contrario nessun problema”. Sembra una finezza, ma qui cambia proprio il risultato.

Lavoro e tempo

Qui bisogna stare attenti: è vero che esiste una cultura del lavoro forte, ma non è un monolite. Ci sono ambienti durissimi e ambienti normalissimi, aziende rigide e aziende che stanno cambiando, persone che vivono per l’azienda e persone che la vivono come una parte della vita.

Se vi interessa capire il quadro senza mitologia, guardate i dati sulle ore lavorate: il Giappone non è automaticamente “il paese dove tutti lavorano fino a notte” come si racconta spesso, e negli ultimi decenni le ore sono cambiate parecchio.

Poi c’è la parte invisibile: la pressione sociale a “non essere quello che crea problemi”. In certi contesti è questa, più delle ore in sé, a pesare. E infatti potete vedere persone efficientissime, velocissime, organizzate… e allo stesso tempo stanchissime.

Bagno e rituali

Una cosa che smonta tanti cliché sulla vita “sempre di corsa” è l’importanza del bagno. Non parlo di onsen per turisti: parlo della vasca a casa, come rituale quotidiano o quasi. È un momento di decompressione reale, che molte persone difendono anche quando la giornata è piena.

Ci sono fonti e sondaggi citati spesso che parlano di percentuali molto alte di persone che fanno il bagno ogni giorno o quasi, e comunque l’idea pratica è questa: il relax non manca, solo che ha forme diverse da quelle che magari vi aspettate.

Io questa cosa la terrei a mente quando sentite frasi tipo “qui non hanno tempo per vivere”. Il tempo lo trovano. Lo mettono in posti specifici, spesso domestici, spesso rituali, spesso silenziosi.

Pulizia e spazi

La pulizia è un altro punto che tutti notano, e anche qui vale la regola: non è solo “sono puliti”. È un rapporto diverso con lo spazio condiviso. Se uno spazio è di tutti, sporcarlo è una forma di aggressione. Se uno spazio è di nessuno, è comunque “della comunità”.

Secondo me questo si capisce meglio guardando le micro-abitudini:

  • come si gestiscono i rifiuti a casa (separate, orari, regole del quartiere)
  • come si entra in casa e come si trattano pavimenti e scarpe
  • come si pulisce dopo aver usato qualcosa, anche quando non è “obbligatorio” (tavoli, aree comuni)

Poi, chiariamolo: esistono eccome persone disordinate, sporcaccione, menefreghiste. Solo che in media il sistema sociale le contiene di più.

Persona in uniforme pulisce il corrimano di una scala mobile in Giappone.
In metro un addetto lucida il corrimano con calma e rigore.
Carrello per pulizie con attrezzi e cartello in giapponese all'aeroporto di Narita.
A Narita il carrello delle pulizie è parcheggiato come fosse un’attrezzatura tecnica: tutto pronto, tutto separato, niente lasciato al caso.

Tokyo e numeri

Tokyo è talmente grande che se cercate conferme a qualunque idea… le trovate. Tre persone ubriache in strada possono farvi credere che “qui bevono tutti fino a stare male”. Ma in una metropoli con milioni di abitanti, l’eccezione diventa visibile ogni sera.

Io vi consiglio un trucco mentale: quando vedete una scena “assurda”, chiedetevi se state guardando un tratto del popolo o solo un effetto dei grandi numeri. È un filtro che vi salva da conclusioni troppo facili.

E vale anche al contrario: vedere tutto ordinato e funzionante non significa che sia tutto perfetto. Significa che in quel punto, in quel momento, il sistema sta funzionando.

Alcol e serate

Sull’alcol c’è un mix di cultura e biologia che molti ignorano. È vero che in certi ambienti l’uscita dopo il lavoro è un collante sociale. Ed è vero anche che una parte significativa della popolazione dell’Asia orientale ha una diversa capacità di metabolizzare l’alcol, legata alla variante dell’enzima ALDH2: il famoso rossore, la sensazione di malessere, il “non reggo”.

Questa cosa, secondo me, cambia anche il modo di leggere certe scene: chi beve tanto non è “il giapponese medio”, è una fetta che spesso regge e che in alcuni gruppi usa l’alcol come valvola sociale. E chi non beve magari lo evita del tutto o si gestisce in modo molto più misurato.

Se vi capita una cena con bevute, non fate gli eroi. Qui è normalissimo dire che non bevete, o che vi fermate. Basta dirlo con naturalezza, senza sfidare nessuno.

una persona addormentata in un treno a in Giappone
C’è chi si addormenta piegato su se stesso, senza paura di sembrare ridicolo. Qui il sonno in pubblico è quasi un certificato di giornate troppo lunghe.
spazzatura ammassata su un marciapiede in una strada urbana in giappone.
Sacchi e cartoni ammassati sul marciapiede. Non sempre è tutto sterile, ed è giusto che sia così.

Emozioni e relazioni

Molti descrivono i giapponesi come “freddi”. Io la vedo più così: spesso sono riservati finché non c’è fiducia, e una volta che c’è fiducia possono essere molto calorosi, solo con codici diversi.

Il punto pratico è non forzare l’intimità. Non cercate subito confessioni, non pretendete entusiasmo “espresso” come lo esprimereste voi. Guardate piuttosto la coerenza: disponibilità, piccoli gesti, attenzione ai dettagli. Qui spesso l’affetto è operativo, non dichiarato.

E ovviamente c’è una variazione enorme: persone timidissime e persone super espansive, persone romantiche e persone pragmatiche, persone che detestano le regole e persone che vivono di regole. Se vi innamorate dell’idea “sono tutti così”, prima o poi la realtà vi smentisce.

Regole e flessibilità

Il Giappone è famoso per le regole, ma la cosa interessante è che molte non sono scritte. Sono regole di convivenza, più che regole di legge. E spesso sono flessibili finché non rompete l’equilibrio.

Io vi consiglio questo: invece di chiedervi “qual è la regola?”, chiedetevi “qual è il fastidio che questa regola evita?”. Se capite quello, vi comportate bene anche quando non sapete la norma esatta.

Un esempio classico: sul treno non è “vietato” parlare in assoluto, è che parlare forte crea fastidio. Quindi la regola vera è il volume e il rispetto dello spazio mentale altrui, non il silenzio religioso.

Suicidi e realtà

La verità è che ci sono molti più suicidi negli Stati Uniti e in molti Paesi in Europa. Così dicono le statistiche. Ma siccome 40-50 anni fa la situazione era totalmente diversa, è rimasto questo stereotipo. Qui serve calma, perché è un tema che attira frasi pesantissime dette con leggerezza. Il suicidio in Giappone è un problema reale e serio, ma non è un indicatore magico che vi permette di dire “quindi sono infelici”. La salute mentale di una società non si misura con una sola cifra, e i dati vanno sempre letti nel confronto e nel tempo.

Se volete un riferimento più solido, guardate le serie storiche e i confronti internazionali: il Giappone ha avuto picchi, fasi di calo, e dinamiche legate anche a economia e lavoro.

Io eviterei proprio le conclusioni “antropologiche” da due frasi. Se vi sta a cuore il tema, trattatelo come merita: con dati, con contesto, e con rispetto.

Come osservare

Se volete davvero farvi un’idea migliore, la differenza la fa dove guardate e come vi muovete. Non serve “studiare” la gente. Serve vivere un po’ più ai margini del percorso obbligato.

Cose semplici che aiutano tantissimo:

  • passare tempo in quartieri residenziali, anche solo un’ora a camminare senza meta
  • fare la spesa in un supermercato normale, non solo nei conbini o nei mercati turistici
  • osservare come si comportano le persone in fila, negli ascensori, nei corridoi stretti: è lì che capite il rapporto con lo spazio comune
  • andare in un posto affollato e poi in un posto vuoto nella stessa giornata, per sentire quanto cambiano i ritmi

E soprattutto: smettere di cercare “la frase definitiva”. È una caccia che non finisce mai.

Il mio consiglio

Io onestamente la metterei così: il Giappone vi dà tantissimi indizi, ma non vi consegna mai una definizione comoda. E a me piace proprio per questo. Vi costringe a restare curiosi, e a non fare i giudici di una scena vista al volo.

Se durante il viaggio vedete qualcosa che vi sembra “strano”, tenetelo lì. Non trasformate subito quella cosa in una teoria. Godetevi il Paese, fatevi stupire, e lasciate che le impressioni maturino.

Poi magari una sera vi ritrovate con una tortina presa al conbini, seduti a guardare le luci di Tokyo da un punto alto, e vi viene naturale pensare: “ok, non l’ho capito tutto… ma ho capito abbastanza da rispettarlo”. Voi cosa avete notato, di solito, che vi spiazza di più?

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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).