Cimitero in Giappone
Andare al cimitero in Giappone è una di quelle esperienze che ti fanno capire subito quanto sia diverso il rapporto con la morte e con gli antenati. Non è solo un luogo di silenzio e di ricordi: è uno spazio dove si continua, in un certo senso, a vivere insieme. Io onestamente amo l’idea che la tomba sia un posto dove si torna regolarmente, non solo nei momenti di grande dolore, ma anche nei giorni in cui si sta bene e si ha voglia di dire “siamo ancora qui”. È un luogo di quotidianità tranquilla, non solo di tragedie.
Quello che mi colpisce di più è il momento in cui, dopo aver pregato e sistemato tutto, ci si ritrova lì a fianco a mangiare e bere insieme. Porti i doni per i defunti, fai la preghiera, accendi l’incenso… e poco dopo sei lì, seduto a due passi, che apri un KitKat e una Coca-Cola con il resto della famiglia. È un’immagine che per molti può sembrare straniante, ma che per me racchiude benissimo il senso di questo articolo: stare al cimitero in compagnia degli antenati, come se fossero ancora parte del gruppo, solo seduti un po’ più in là.
Indice
Cimitero giapponese
Il cimitero giapponese ruota quasi sempre attorno a una sepoltura condivisa, non al singolo individuo. Più persone della stessa famiglia vengono ricordate sulla stessa stele di pietra, con i nomi incisi in verticale o con un grande cognome e iscrizioni aggiuntive. Cambia lo sguardo: non vai “da una persona sola”, ma in un punto che riassume una storia familiare.
Le tombe sono spesso allineate in file strette, con sentieri di ghiaia, secchi d’acqua in comune e un piccolo tempio o una sala di preghiera nelle vicinanze. La struttura è abbastanza riconoscibile: una stele verticale, una base dove appoggiare fiori freschi, uno spazio per l’incenso e un punto in cui versare l’acqua. Alcune hanno anche un’area per inserire piccole tavolette commemorative, altre una lanterna di pietra integrata.
Non è un cimitero “scenografico” nel senso europeo: è pensato per la visita periodica, la pulizia, l’uso continuo. A me piace immaginarlo come una stanza della casa che si trova all’aperto, dove si va a salutare chi non c’è più, ma con lo stesso rispetto con cui si entra in salotto.
In città colpisce anche la densità. Può capitare di avere un mare di pietre grigie a pochi passi da una strada trafficata, con il rumore delle auto in sottofondo. Eppure, appena entri, il ritmo cambia: ci sono persone che puliscono, altre che pregano, bambini che portano l’acqua. La sensazione è di un luogo vivo, frequentato, non abbandonato a se stesso.
Tombe di famiglia
Dietro a quella singola stele c’è quasi sempre una linea genealogica intera. In molte famiglie, chi si sposta in altre città continua comunque a tornare lì per le ricorrenze importanti. Anche quando la vita si allontana fisicamente, quel punto resta il “centro di gravità” del clan.
Non trovi croci, ma stele buddiste con iscrizioni verticali curate dal tempio che segue la famiglia. I kanji non sono sempre immediati per chi viene da fuori, ma per i parenti è tutto chiarissimo: sanno chi riposa lì, in che ordine, quali anniversari ricordare. Vi consiglio, se vi capita di visitare un cimitero con qualcuno del posto, di farvi leggere e spiegare la lapide: è un modo molto concreto per entrare nei legami familiari.
Molti sepolcri hanno anche elementi fissi: lanterne di pietra, vaschette per l’acqua, supporti per i bastoncini di incenso. Tutto è pensato per rendere naturale il ritorno: arrivi, pulisci, sistemi i fiori, accendi l’incenso, versi l’acqua. Anche gli accessori condivisi – secchi, mestoli, spazzole – fanno parte del rituale: li prendi all’ingresso, li usi, li riporti indietro perché altri possano fare lo stesso.
Quando si va
Oltre all’Obon, molte persone vanno durante gli equinozi di primavera e autunno, nei periodi chiamati o-higan, e nelle date legate al lutto: il primo anniversario, il terzo, il settimo, oppure semplicemente nel giorno di morte di una persona cara. Chi abita vicino ci va più spesso; chi è lontano concentra tutto in qualche visita all’anno. Io onestamente trovo bello questo ritmo che si ripete: non è un obbligo pesante, ma una specie di appuntamento fisso con il passato.
Capita anche che alcune famiglie scelgano un giorno qualsiasi in cui tutti sono liberi, magari durante le vacanze estive o di fine anno. A quel punto il cimitero diventa una tappa del rientro al paese d’origine, insieme al pranzo con i parenti e alla visita al tempio. Dal punto di vista pratico, vi consiglio di ricordare che nei giorni di punta l’afflusso è enorme: parcheggi pieni, sentieri affollati, secchi d’acqua presi d’assalto. È un rito collettivo, non una visita solitaria.
Rituale della visita
Davanti alla sepoltura, si comincia con la pulizia. Si tolgono foglie secche, polvere, residui di fiori vecchi. Si usa l’acqua per lavare la pietra, il basamento, il portafiori. In alcune famiglie l’acqua viene versata direttamente sulla stele, in altre si bagna un panno e si strofina con delicatezza: cambiano i dettagli, ma l’idea è la stessa, “rinfrescare” il luogo degli antenati. Poi si buttano i mazzi appassiti e si mettono fiori nuovi, spesso semplici ma curati.
Dopo la pulizia arriva il momento dell’incenso. Si accendono i bastoncini, si piantano nell’apposito spazio e si aspetta che il fumo salga, con quel profumo tipico che si trova anche nei templi. Qui il gesto è essenziale: si uniscono le mani, si chiudono gli occhi, si fa una preghiera silenziosa. C’è chi parla mentalmente ai defunti, chi ringrazia per qualcosa, chi chiede protezione. Ve lo dico sinceramente: anche se non si è credenti, vedere tutta la famiglia allineata davanti alla pietra, in silenzio, fa sempre un certo effetto.
Pulizia e cura
Una delle cose che colpisce di più è quanto siano tenute in ordine le tombe. Non parlo di grandi statue o decorazioni, ma di cura quotidiana. Le erbacce vengono tolte a mano, la pietra viene strofinata con panni e spazzole, i vasi vengono risciacquati. Molte famiglie si organizzano con guanti, spugne, sacchi per l’immondizia, piccoli attrezzi da giardino. Non è una cosa eccezionale: fa parte del rituale, come apparecchiare la tavola prima di un pranzo importante.
In genere, tutto quello che viene tolto – fiori vecchi, carta, plastica – non si lascia in giro. Si raccoglie e si porta via, oppure lo si mette nei punti di raccolta predisposti. Lo stesso vale per il cibo: molte linee guida invitano a non lasciare dolci e frutta sulla tomba una volta finita la visita, perché attirano corvi, gatti, animali che rovesciano tutto. Da fuori può sembrare un dettaglio, ma ha una logica: il cimitero è uno spazio condiviso, se ognuno lasciasse lì qualsiasi cosa diventerebbe ingestibile.
Io vi consiglio, se vi capita di assistere a queste scene, di guardare proprio il tempo dedicato alla pulizia. Non è una cosa da cinque minuti. In molti casi è il cuore della visita: prendersi cura fisicamente della pietra è un modo concreto di dire “non vi abbiamo dimenticati”. In un mondo che corre, passare mezz’ora a togliere muschio e foglie dice molto su come viene vissuto il legame con chi non c’è più.
Offerte e cibo
Arriviamo alla parte che, per me, è la più affascinante: le offerte di cibo e il fatto di mangiare al cimitero. Davanti alla lapide si portano dolci, frutta, bevande, cose che il defunto amava in vita. Può essere una lattina di birra, una bottiglietta di tè, dei biscotti, un pacchetto di snack, una scatolina di wagashi. Durante le grandi ricorrenze compaiono anche piatti più elaborati, piccoli vassoi preparati apposta, sake, vino di riso. L’idea è semplice: “ti porto quello che ti sarebbe piaciuto, come se fossi ancora qui con noi”.
Quello che molti non si aspettano è che spesso, finito il momento della preghiera, il cibo non resta lì, ma viene condiviso dalla famiglia. In molti cimiteri è esplicitamente raccomandato di non lasciare offerte commestibili, quindi la soluzione naturale è mangiarle noi, lì vicino. A me piace proprio perché questo gesto rende l’atmosfera più leggera: metti i doni sulla tomba, ti raccogli per qualche minuto e poi, poco più in là, ti ritrovi a dividere un pacchetto di KitKat, qualche onigiri e una Coca-Cola seduto sul muretto o sulle scale.
In alcune regioni, soprattutto in campagna o in zone come Okinawa, l’insieme assomiglia quasi a un piccolo picnic tra le tombe, con piatti, bibite, chiacchiere, risate controllate e racconti sugli antenati. Non è mancanza di rispetto, anzi: è un modo per dire “stiamo bene, siamo qui tutti insieme, anche voi siete con noi”. Io onestamente trovo bellissimo questo contrasto: il profumo dell’incenso che si mescola a quello dei dolci, il silenzio rotto dalle voci basse di chi racconta l’ultimo anno, una merenda in compagnia dei defunti.
Dal punto di vista pratico, di solito si fa molta attenzione a non lasciare sporco: incarti, bottiglie vuote e avanzi vengono raccolti e portati via. È una convivialità “leggera”, senza tavolate esagerate. Però quel gesto semplice – aprire un dolcetto, stappare una bibita – cambia completamente il modo in cui percepisci il cimitero: non è solo un luogo dove si piange, ma anche un posto dove si continua a condividere qualcosa con chi non c’è più.
Con i bambini
Un altro aspetto importante è la presenza dei bambini al cimitero. Fin da piccoli vengono portati alle visite, non per spaventarli, ma per far capire che la morte fa parte della vita. Li vedi con il secchiello in mano, mentre aiutano a portare l’acqua, o che tengono i fiori mentre gli adulti li sistemano. A volte si annoiano, a volte fanno domande, ma fanno parte del gruppo, non vengono lasciati a casa.
Il fatto di mangiare qualcosa lì vicino aiuta anche i più piccoli a non associare il cimitero solo alla tristezza. Se il ricordo è legato a una giornata in cui si è lavorato insieme, si è pregato e poi si è mangiato un dolcetto all’aperto, sarà più facile, da grandi, continuare ad andare. La normalità di quel gesto – bere una bibita accanto alla pietra, chiacchierare sottovoce – toglie un po’ di paura e rende il legame con gli antenati più quotidiano.
Atmosfera e silenzio
L’atmosfera cambia molto a seconda dell’orario e del luogo. In campagna, spesso il cimitero è immerso nel verde, magari su un costone di collina, con le tombe che guardano verso la valle. In città è più compatto, stretto tra case e palazzi, con una rete di sentieri quasi labirintica. Ma ovunque domina un silenzio particolare: non è un silenzio assoluto, è un silenzio “di rispetto”. Si sente la vita fuori, ma dentro i passi sono più lenti, le voci più basse.
Nei periodi “forti”, come l’Obon, i cimiteri sono pieni di gente e l’atmosfera diventa quasi quella di una grande rimpatriata silenziosa. Si incrociano famiglie, ci si saluta, si vedono persone con secchi, sacchetti, fiori, cibo. Ognuno ha il suo rituale, ma tutti condividono lo stesso spazio. Secondo me rende al massimo proprio in quei momenti: ti fa capire che il rapporto con gli antenati è collettivo, non solo individuale.
Differenze con l’Italia
Se si è cresciuti con l’idea del cimitero come luogo dove si parla poco e si sta rigidissimi, il Giappone può sorprendere. Non perché si manchi di rispetto, anzi, ma perché c’è più normalità nel modo di stare sulle tombe. La visita non è limitata al funerale o a un’unica ricorrenza all’anno: entra nel calendario, fa parte delle cose che “si fanno”, come il ritorno al paese per le feste.
Un’altra differenza è l’assenza di decorazioni private troppo appariscenti. Non ci sono grandi foto ovunque o oggetti personali lasciati in modo permanente. Tutto passa attraverso il gesto del giorno: il cibo portato, i fiori, l’acqua, l’incenso. È un approccio più sobrio e rituale, meno centrato sulla spettacolarizzazione della singola tomba e più sulla continuità della famiglia.
E poi c’è la questione del mangiare al cimitero, che in molti paesi verrebbe vista malissimo. Qui, se fatto con discrezione e rispetto, è un gesto accettato, persino naturale. Non significa stendere una tovaglia tra le lapidi, ma condividere qualcosa di semplice: un dolcetto, un tè freddo, qualche snack. Io vi direi che il passaggio chiave è questo: dal “vado a piangere” al “vado a passare del tempo con loro”, anche se non ci sono più.
Consigli pratici
Se vi capita di visitare un cimitero in Giappone, magari accompagnati da amici o parenti del posto, ci sono alcune piccole accortezze che secondo me hanno senso. Prima di tutto, vestirsi in modo sobrio, anche se non siete a un funerale. Non serve il nero totale, ma niente abbigliamento troppo appariscente o provocatorio. È pur sempre uno spazio sacro per qualcuno.
Come comportamento, meglio parlare a bassa voce, evitare risate troppo forti, niente musica o telefonate. Se vi invitano a partecipare al rituale, potete unirvi con semplicità: unire le mani, fare un piccolo inchino, seguire i gesti della famiglia. Se vi propongono un dolcetto o una bibita vicino alla tomba, accettare con gratitudine è un modo per entrare in questo modo di vivere il legame con i defunti: è un gesto di inclusione nella famiglia allargata.
Quello che sconsiglio è mettersi a scattare foto alle tombe senza chiedere. Molte persone non amano per niente che le sepolture di famiglia finiscano in giro, anche se non si vedono bene i nomi. Se proprio volete fotografare, meglio concentrarsi su panoramiche, dettagli generici, angoli senza persone. E soprattutto niente selfie sorridenti appoggiati alle pietre: qui è davvero solo una questione di buon senso.
Conclusione
Per me, il cimitero in Giappone è uno di quei luoghi che spiega il paese meglio di tante guide. Ti fa vedere come viene gestito il passato, che posto hanno i defunti nella vita di chi resta, quanto spazio c’è per la continuità. Non è un “luogo turistico” in senso stretto, e non penso abbia senso andarci da soli solo per curiosità, ma se vi capita di essere invitati o accompagnati, io vi consiglierei davvero di dire di sì.
L’immagine che mi resta sempre è quella di qualcuno che, dopo aver messo i fiori e acceso l’incenso, si siede a pochi passi dalla stele, apre un piccolo snack e comincia a raccontare a voce bassa cosa è successo nell’ultimo anno. Nessuna frase ad effetto, nessuna scena da film: solo vita quotidiana che continua, con una mano al presente e una al passato. Diciamocelo: mangiare un KitKat e bere una Coca-Cola in compagnia degli antenati può sembrare strano finché non lo vedi, ma una volta che lo hai visto capisci che, in fondo, è solo un altro modo per dire “non vi abbiamo lasciati soli”.
Alla fine, quello che mi piace di più è proprio questo: il cimitero non è un luogo dove si chiude la storia, ma un posto dove, ogni tanto, si torna a parlare con chi è venuto prima di noi. Anche solo per il tempo di una preghiera, di una bottiglia di tè condivisa, di una merenda semplice seduti sul bordo di una tomba. E secondo me, se provate a guardarlo così, vi accorgerete che fa un po’ meno paura e un po’ più compagnia.
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Autore
Marco Togni
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).