Statue di Jizo

Se vi capita di camminare per un tempio o un cimitero in Giappone, è quasi impossibile non notare quelle piccole statue di Jizo con il visetto rotondo e sereno, vestite con bavaglini rossi e cappellini di lana. Sono silenziose, spesso tutte in fila, ma raccontano storie enormi: di bambini da proteggere, di viaggiatori in cammino, di genitori che portano lì il loro dolore e le loro speranze. Ve lo dico sinceramente: se capite anche solo un po’ cosa c’è dietro, queste statue diventano uno dei simboli più intensi del Giappone religioso e quotidiano.

In questo articolo voglio aiutarvi a leggere quei bavaglini come un simbolo di cura, non come un semplice dettaglio “carino” da fotografare. Capire chi è Jizo, perché il rosso è così importante, cosa vuol dire vedere decine di statuette tutte uguali con il bavaglino e, soprattutto, come comportarsi con rispetto quando ci si trova davanti a questi piccoli “guardiani di pietra”.

Chi è Jizo

Jizo, o Jizo Bosatsu, è un bodhisattva: una figura che ha quasi raggiunto l’illuminazione ma sceglie di restare al fianco degli esseri umani per aiutarli. Il suo nome viene dal sanscrito Ksitigarbha, che significa più o meno “grembo della terra”, e già questo dà un’idea del suo ruolo: una presenza che accoglie, protegge, assorbe sofferenza.

In Giappone Jizo è diventato soprattutto il protettore dei bambini e delle anime che non hanno potuto crescere, ma anche dei viaggiatori, dei pellegrini e di chi attraversa luoghi pericolosi. Molte persone lo vedono come una figura “di mezzo”: non lontana e irraggiungibile, ma quasi come un monaco gentile che ascolta le preghiere di chi passa. Io onestamente lo sento molto “umano”: il viso è quasi sempre semplice, con un sorriso appena accennato, proprio per dare l’idea di una dolcezza senza giudizio.

Spesso le statue compaiono in gruppi di sei, i Roku Jizo, che rappresentano i sei mondi in cui si può rinascere secondo il buddhismo. È come se Jizo si moltiplicasse per seguire le anime ovunque vadano, senza abbandonarle mai. Quando vi ritrovate davanti a una fila di Jizo tutti uguali, ricordatevi che non sono “solo decorazioni”: per chi ci crede, sono presenze attive, che vegliano sui vivi e sui morti.

Perché il rosso

La domanda che fanno quasi tutti è: perché proprio il rosso? In Giappone questo colore è legato da secoli alla protezione dal male, dalle malattie e dalle energie negative. È il colore del sangue e della vita, ma anche quello usato per tenere lontani spiriti e disgrazie. Per questo si vedono spesso cancelli, amuleti e perfino vestiti per bambini in rosso.

Mettere un bavaglino o un cappellino rosso a una statua di Jizo significa, in pratica, vestire il protettore con il colore che protegge. È un doppio strato di cura: Jizo protegge i bambini e le anime fragili, e il rosso protegge Jizo. A me piace proprio perché è un gesto semplicissimo ma pieno di significato: un pezzo di stoffa cucito a casa, un gomitolo di lana, un cappellino fatto a maglia e portato al tempio come piccolo atto d’amore.

Esistono anche interpretazioni più simboliche: secondo alcune letture, il bavaglino rosso rappresenta i desideri umani, qualcosa che col tempo si logora e scolorisce, come a dire che ci si può liberare piano piano di ciò che appesantisce. Non è importante scegliere una versione “giusta”: quello che conta, quando vi fermate a guardare, è capire che ogni bavaglino è una preghiera, non un accessorio messo lì a caso.

Bavaglini e cappellini

Se osservate bene, i bavaglini rossi di Jizo non sono uguali. Alcuni sono nuovi di zecca, altri scoloriti dalla pioggia, altri ancora consumati dal sole. Dietro ognuno c’è qualcuno che ha cucito, scelto il tessuto, scritto il nome del proprio bambino o una parola di ringraziamento. Diciamocelo: non è la “simmetria” delle statue che commuove, ma il pensiero che ogni pezzo di stoffa sia passato per le mani di una persona reale.

Spesso, insieme al bavaglino, trovate anche cappellini rossi, guantini, sciarpe minuscole, perfino giocattoli e piccoli mulini a vento colorati. Molte persone portano queste cose per chiedere che Jizo protegga un figlio, un nipote, un bambino malato, oppure per ringraziare dopo una guarigione o una gravidanza andata bene. Io vi direi di guardare questi oggetti con rispetto: sono come una lettera lasciata aperta davanti a un altare, non “props” per la foto perfetta.

Succede anche che alcuni Jizo vengano “adottati” dal quartiere: qualcuno li pulisce, cambia il bavaglino quando si rovina, mette fiori freschi. È un modo molto concreto di tenere vivo il rapporto con il divino quotidiano. Non è un culto distante, ma qualcosa che passa da ago, filo, mani che tremano un po’ mentre legano il nodo dietro al collo della statua.

Mizuko Jizo

Una delle immagini più forti è quella delle lunghe file di Mizuko Jizo, le statue dedicate ai cosiddetti “bambini d’acqua”: i feti e i neonati che non sono arrivati a crescere. Qui entra in gioco il rito del mizuko kuyō, una cerimonia buddhista per ricordare i bambini persi per aborto, aborto spontaneo, morte perinatale o malattia nei primi mesi di vita.

Per molte persone questi Jizo sono un modo di avere un luogo fisico dove parlare con un figlio che non c’è, chiedere perdono, dire “mi dispiace” o semplicemente “ti penso ancora”. I bavaglini rossi, i cappellini, i giocattolini appoggiati ai piedi delle statue sono parte di questo dialogo, a volte pieno di dolore, a volte di gratitudine. Ve lo dico subito: non è una cosa da “guardare da fuori” come se fosse un’attrazione, è un pezzo di lutto esposto all’aperto.

In alcuni templi ci sono interi giardini con centinaia di Mizuko Jizo tutti in fila, ciascuno con il suo bavaglino. L’effetto è fortissimo: visivamente sono tutti uguali, ma nella realtà rappresentano storie diverse, decisioni difficili, momenti che segnano per sempre. Se vi capita di passarci, io vi consiglio di muovervi piano, parlare a bassa voce, e se non sapete bene che fare… limitatevi a osservare con rispetto e silenzio.

Jizo per strada

Le statue di Jizo non stanno solo nei templi o nei cimiteri. Le trovate ai bordi delle strade di campagna, agli incroci, lungo i vecchi sentieri di montagna, vicino a un ponte o a un tornante. Storicamente Jizo è anche il protettore dei viaggiatori e dei pellegrini, quindi ha senso che compaia nei punti di passaggio, dove un tempo il viaggio diventava più pericoloso.

Capita spesso di vedere un Jizo con bavaglino rosso in una piccola edicola di pietra, circondato da sassolini impilati uno sull’altro. Ogni pietra rappresenta una preghiera, un aiuto simbolico per abbreviare le sofferenze delle anime dei bambini nell’aldilà. Chi passa aggiunge il suo sasso, magari pensando a qualcuno o semplicemente come gesto di buona sorte. Vi giuro che, quando vi abituate a notare questi dettagli, un semplice sentiero di montagna diventa una linea di storie in fila.

Anche qui il rosso dei bavaglini e dei cappellini spicca tantissimo sul grigio della pietra e sul verde della vegetazione. Non è un caso: il colore deve saltare agli occhi, ricordare che c’è una presenza protettiva e che qualcuno, magari il villaggio vicino, continua a prendersene cura.

Come comportarsi

Arriviamo a una cosa pratica che secondo me è fondamentale: come ci si comporta davanti a un Jizo con il bavaglino rosso. Può sembrare banale, ma non lo è. A volte vedo persone che toccano i bavaglini, spostano i sassolini o sistemano i cappellini “per la foto”. Io onestamente lo trovo molto irrispettoso, perché è un po’ come mettere mano a un altare che non è il tuo.

Il punto di partenza è semplice: trattate queste statue come trattereste una tomba o un memoriale. Quindi:

  • non toccate i bavaglini e i cappellini
  • non spostate i giocattoli o i sassolini
  • non mettetevi in posa abbracciando la statua o sedendovi accanto a lei

Se volete fare una foto, io vi consiglio di farla da una distanza che permetta di cogliere l’atmosfera senza trasformare il Jizo in un “accessorio” del vostro ritratto. In alcuni casi, soprattutto nei giardini di Mizuko Jizo, è meglio scattare poche immagini e dedicare più tempo a osservare.

Un’altra cosa importante: non aggiungete bavaglini “di vostra iniziativa” solo perché vi sembra carino. In molti templi i bavaglini fanno parte di rituali precisi, legati a offerte pagate e a cerimonie guidate dai monaci. Presentarsi con il proprio bavaglino e infilarlo a una statua è visto da molti come un gesto fuori luogo, un po’ come sistemare da soli un oggetto su una tomba privata.

Se proprio sentite il desiderio di fare un’offerta, di solito ha più senso lasciare una monetina nella cassetta delle offerte del tempio, accendere un incenso seguendo le indicazioni o semplicemente unire le mani, chinare la testa e prendersi qualche secondo per un pensiero tranquillo.

Il mio consiglio

Le statue di Jizo con il bavaglino rosso sono uno di quei dettagli del Giappone che all’inizio sembrano solo “carini” e fotogenici, ma più li guardi e più capisci che sono pieni di cose non dette. Parlano di paura, di lutto, di viaggi, ma anche di una forma di tenerezza ostinata verso chi è fragile, che sia un bambino, un viandante o un’anima che non ha avuto il tempo di diventare adulta.

A me piace proprio perché sono ovunque ma non fanno rumore: stanno ai bordi della strada, all’angolo del cimitero, in un angolo del tempio, con il loro bavaglino rosso un po’ stropicciato, a ricordare che qualcuno, da qualche parte, ha ancora bisogno di protezione. Se passate accanto a un Jizo, io vi consiglio di rallentare un attimo, fare un respiro più lungo e leggere quei pezzi di stoffa come piccole lettere appese al collo di un amico fidato.

Alla fine, che ci crediate o no, fermarsi davanti a un Jizo è un modo per ricordarsi che ogni viaggio, anche il più turistico, attraversa le storie degli altri. E secondo me è proprio lì che il Giappone smette di essere solo “bello” e comincia a diventare davvero interessante.

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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).