due addetti puliscono le scale mobili in uno spazio pubblico.

Pulizia in Giappone

Il Giappone è pulitissimo. Chiunque arrivi qua in viaggio lo capisce subito. Io continuo a dire che, in linea generale, qui si sta davvero bene da quel punto di vista: strade ordinate, stazioni che funzionano, spazi pubblici che non ti danno la sensazione di abbandono. Però se uno pensa che sia tutto sempre lindo, ovunque, a qualsiasi ora… si prepara una piccola delusione. E soprattutto rischia di capire male quello che vede.

Pulizia reale

La cosa che secondo me vale la pena fissare subito è questa: il Giappone è un Paese molto pulito, ma non è un Paese sterile. Io lo distinguo così perché cambia proprio l’aspettativa. Pulito vuol dire che di solito il disordine non resta lì per giorni, che le aree comuni vengono curate, che c’è un’abitudine diffusa a non trasformare il suolo pubblico in una discarica. Sterile sarebbe un’altra cosa, e non esiste da nessuna parte, soprattutto in una megalopoli.

E qui c’è un dettaglio che spesso si dimentica: l’area della Grande Tokyo è gigantesca, parliamo di circa 37–38 milioni di persone. Se ti immagini quel numero, capisci anche perché è inevitabile trovare ogni tanto l’angolo brutto, il vicolo trascurato, la via dove per qualche ora sembra passata una mandria.

Persona in uniforme pulisce il corrimano di una scala mobile in Giappone.
In metro li vedi lavorare mentre tutti passano. Pulire il corrimano non è una scena speciale, è manutenzione continua, fatta senza bloccare nessuno.
Marco Togni in un treno giapponese con sedili blu, vagone quasi vuoto.
Sul treno ti accorgi della pulizia quando non c’è nessuno: sedili allineati, niente odori, niente briciole. È la base che rende tutto “normale”.

Foto ingannevoli

Ogni tanto spunta la classica foto: una strada con rifiuti sparsi, magari un marciapiede pieno di lattine, e subito parte la sentenza “eh hai visto, anche il Giappone è sporco”. Io onestamente questa cosa la capisco, perché una foto ha un potere enorme. Il problema è che una foto ferma un momento, non racconta il prima e non racconta il dopo.

Qui succede spesso una cosa molto semplice: ci sono punti in cui la spazzatura si accumula in modo temporaneo, e poi sparisce. Se tu passi nel mezzo, ti sembra una scena definitiva. Se passi un’ora dopo, non trovi più niente. E non perché qualcuno abbia fatto magia, ma perché c’è una macchina di pulizia e raccolta che lavora, e lavora tanto.

Il ruolo della religione

Una parte della pulizia “di base” qui, secondo me, ha anche una radice culturale che passa dalla religione, soprattutto dallo Shinto. Non nel senso che “la religione ti obbliga a non sporcare”, ma nel senso che l’idea di purezza e di tenere separato ciò che è pulito da ciò che è sporco è molto presente nell’immaginario quotidiano. Nei santuari, per esempio, la pulizia non è solo estetica: è cura dello spazio, è creare un luogo “in ordine” prima ancora che sia “bello”. E quando quella mentalità entra nella vita di tutti i giorni, diventa naturale fare attenzione a cose piccole: le scarpe che non entrano in casa, l’ingresso come zona di passaggio, il fatto che certi gesti siano quasi automatici senza bisogno di grandi discorsi.

Poi c’è anche un livello più pratico e meno “spirituale”: in tanti templi e santuari vedi proprio pulizia come routine, fatta con costanza, senza drammi, senza aspettare che la situazione diventi ingestibile. Io questo lo collego a una forma di rispetto molto concreta: lo spazio comune non è di nessuno, quindi è un po’ di tutti. Non significa che tutti siano sempre impeccabili, ovviamente. Però aiuta a capire perché, anche quando trovi l’angolo brutto o la notte movimentata, spesso la mattina dopo il posto torna presentabile: l’idea che “pulire si fa” è talmente normale che non sembra nemmeno un’azione speciale.

Strada a Shibuya con traffico sotto un cielo rosa al tramonto.
A Shibuya sembra tutto impossibile: la città resta leggibile perché c’è un ordine dietro le quinte che non noti subito.
Strada di Kyoto con la pagoda Yasaka in lontananza.
A Kyoto l’effetto è ancora più evidente: strada pulita e passi lenti. Qui basta un mozzicone per stonare, e infatti lo vedi raramente.

Grandi numeri

Questa è la parte più banale, ma è quella che spiega metà del discorso. Mettiamo anche solo una cosa: una persona, una volta nella vita, vomita per strada. Può capitare a chiunque, tra alcol, influenza, colpo di calore, qualsiasi cosa. Se moltiplichi quel “può capitare” per decine di milioni di persone, quel gesto raro diventa un evento quotidiano, ripetuto centinaia di volte.

Stessa cosa per i rifiuti: se a ciascuno cade qualcosa ogni tot anni, in una città enorme ogni giorno ci saranno migliaia di piccoli incidenti, disattenzioni, sacchetti che si rompono, roba che vola via col vento. Diciamocelo: sarebbe strano il contrario. Il punto non è “non succede mai”, il punto è cosa succede dopo.

Cestini assenti

Uno degli equivoci più grossi nasce dai cestini. In molte zone ne trovi pochi, e chi viene qui per la prima volta si sorprende perché pensa: “se è così pulito, dov’è che buttano la roba?”. E allora qualcuno fa due più due e conclude che “buttano tutto per terra”. In realtà spesso è l’opposto: proprio perché i cestini non sono ovunque, molte persone si portano dietro la spazzatura e la buttano a casa o dove capita di trovare un punto di raccolta.

Sul perché ci siano pochi cestini pubblici si dicono tante cose, ma una delle spiegazioni ricorrenti riguarda anche scelte di sicurezza che nel tempo hanno ridotto i cestini soprattutto in aree sensibili come stazioni e punti molto affollati. E questo, volenti o nolenti, cambia il comportamento: se ti bevi qualcosa per strada, a un certo punto devi decidere dove finisce quella lattina.

Mucchietti notturni

E qui arriviamo alla scena che tanti fotografano: fuori dai locali, soprattutto in aree di vita notturna, a fine serata trovi mucchietti di immondizia. A Shibuya, per esempio, in certe notti la mattina presto può sembrare un disastro. Non è bello da vedere, ma è una dinamica tollerata in alcuni punti: invece di buttare la lattina a caso, la metti dove già si sta formando un accumulo, sapendo che poi verrà raccolto.

Secondo me è importante capirlo perché cambia completamente il giudizio: non è l’idea di sporcare e scappare, è più una gestione imperfetta di un flusso enorme di persone in poche ore, con pochi cestini disponibili. E in parallelo ci sono anche gruppi che la mattina puliscono davvero, anche come attività di volontariato.

Degrado urbano a Shibuya con adesivi e bicchieri usati su un muretto.
La notte mostra l’altra faccia: bicchieri appoggiati sui muretti, adesivi ovunque. Shibuya è pulita, ma non è sterile, e lo capisci qui.
Cestino pieno di bottiglie e lattine accanto a un distributore automatico.
Accanto alla vending machine i rifiuti si accumulano in fretta. È il classico punto di sosta: bevi, butti, e se manca spazio resta tutto lì.

Raccolta rigida

Un altro momento “fotografabile” è quello della raccolta porta a porta. In molte strade, per alcune ore, i sacchi sono fuori. È normale. È normale ovunque esista la raccolta a giorni e orari. Solo che qui la differenziata è spesso presa molto sul serio, e questo significa sacchi separati, calendari, regole, e soprattutto una certa pressione sociale a non fare il furbo.

Il lato buffo è che chi passa nel momento sbagliato vede i sacchi e pensa “che schifo”, quando in realtà è semplicemente il meccanismo di una città che funziona. Il lato meno buffo è che, se il sacco resta esposto, entra in gioco la fauna urbana.

Corvi estivi

In estate i corvi possono trasformare una via in un piccolo campo di battaglia. Aprono i sacchi, cercano cibo, sparpagliano tutto. E il risultato è che tu vedi “i giapponesi hanno lasciato questo schifo”. In realtà spesso è successo dopo, non prima.

In varie città si usano reti e accorgimenti proprio per evitare che i corvi arrivino ai sacchi, e ci sono persino materiali informativi che spiegano come ridurre gli avanzi visibili e come coprire bene la spazzatura. Se vi capita quella mattina storta in cui i sacchi sono stati aperti, fatevi un favore: guardate anche se, poco più avanti, la strada è già tornata normale. Di solito è così.

rifiuti sparsi su una strada in Giappone vicino a un muretto di cemento.
Bastano alcuni corvi, e succede un disastro.
Corvi vicino a un cumulo di immondizia in una strada di Shinjuku.
A Shinjuku arrivano i corvi, puntuali. Se lasci sacchi fuori orario, loro li aprono in un attimo e la strada cambia faccia prima ancora del mattino.

Spazi nascosti

Tokyo, poi, è una giungla vera. Edifici appoggiati uno all’altro, pochi centimetri tra una parete e l’altra, spazi che non sono “strada” ma nemmeno “privato” nel senso europeo del termine. In quei canali strettissimi si accumula di tutto: foglie, polvere, cartacce portate dal vento, e a volte anche cose decisamente meno poetiche.

Questa è una parte che chi viaggia vede poco, perché non la inquadri: resti sui viali, sulle vie principali, sui percorsi comodi. Ma se inizi a guardare dietro le insegne, negli spazi laterali, sotto le scale esterne, capisci che la pulizia qui è molto alta in superficie, mentre negli interstizi si crea un mondo parallelo.

Topi e scarafaggi

Ve lo dico sinceramente: ogni tanto un topo che attraversa la strada lo vedete. Non è uno scandalo, è una metropoli. E in certe case, soprattutto in zone più periferiche o con tanto verde attaccato, trovare uno scarafaggio non è un evento fantascientifico. È uno di quei dettagli che non cambiano il giudizio generale, ma servono a rimettere a posto l’idea del paradiso perfetto.

Anzi, io vi direi che questo è il punto che fa capire quanto sia notevole la pulizia complessiva: con tutta la densità, con tutta la ristorazione, con tutta la vita notturna, la città regge. Ma non può cancellare la biologia.

Zone difficili

Poi sì: esistono senzatetto, esistono zone più povere, esistono aree dove trovi persone che dormono per strada con montagne di oggetti. E qui succede una cosa che a me ha sempre colpito: anche in contesti “duri”, spesso non vedi quel degrado aggressivo che in altre grandi città diventa parte del paesaggio.

Non sto dicendo che sia tutto bello o che vada romanticizzato. Sto dicendo che la presenza di povertà non equivale automaticamente a sporcizia totale o pericolo costante. Io lo noto perché molti viaggiatori associano queste cose come se fossero un pacchetto unico. In realtà sono fenomeni diversi, e si possono presentare in modo molto diverso da Paese a Paese.

Più sporco?

Negli ultimi anni, però, una cosa la percepisco anch’io: in media, mi sembra un po’ meno pulito di prima. Non parlo di un crollo, parlo di una piccola perdita di “perfezione”, quel margine che noti solo se hai in testa com’era anni fa. E mi è capitato anche di sentirlo dire da persone giapponesi, quindi non è solo una mia impressione da nostalgico.

Se devo dare una lettura pratica, io ci vedo due fattori: più persone in movimento, più turismo, più eventi, e allo stesso tempo una fatica crescente nel mantenere lo standard altissimo ovunque e sempre. Non è un dramma, ma è un buon motivo per non vendersi l’idea che qui sia impossibile trovare sporcizia.

Volontari ovunque

Una delle cose che secondo me tengono su il sistema, oltre alle squadre comunali, è la presenza di volontari. Gruppi che puliscono giardini, strade, aree naturali, e lo fanno con una regolarità che sorprende chi arriva da fuori. In certi quartieri si vedono proprio attività organizzate, anche al mattino, per raccogliere quello che si è accumulato la notte o nei fine settimana.

E questa è una differenza culturale enorme: non è solo “il Comune deve fare tutto”, è anche se ci tengo a questo posto, faccio qualcosa. Non tutti, ovviamente. Però abbastanza da spostare l’ago della bilancia.

Come comportarsi

Se volete godervi la pulizia del Giappone senza finire nella trappola del mito infranto, io vi consiglio un approccio molto semplice: osservate i ritmi. Qui tante cose funzionano a cicli, non in modo statico.

  • portatevi un sacchettino piccolo nello zaino, così non vi stressate se non trovate cestini per un po’
  • se vedete un accumulo di sacchi o lattine, chiedetevi se è un punto di raccolta temporaneo o l’effetto di una notte pesante
  • non giudicate una città da una foto singola: fate due isolati in più e guardate la media, non l’eccezione
  • se buttate qualcosa in un mucchietto già formato fuori da un locale, fatelo con criterio, senza spargere e senza aggiungere caos

Sembra banale, ma vi cambia proprio l’esperienza: vi sentite più dentro al meccanismo, e meno spettatori scandalizzati.

Il mio consiglio

Io continuo a considerare la pulizia in Giappone uno dei motivi per cui viaggiare qui è così piacevole. Ti rilassi, cammini di più, ti viene voglia di stare fuori, anche solo per il gusto di muoverti in una città che tiene.

L’unica cosa che non farei è trasformarla in una favola. Perché poi basta una mattina a Shibuya, un sacco aperto dai corvi o un vicolo tra due palazzi, e qualcuno si sente autorizzato a dire allora era tutto falso. Non è falso. È semplicemente reale. E a me piace proprio per questo: perché regge, anche quando è imperfetto.

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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).