Prostituzione in Giappone
La prostituzione in Giappone è uno di quegli argomenti che incuriosiscono tantissimo e che allo stesso tempo vengono sempre raccontati in modo un po’ distorto. Non è tutto legale, ma neanche proibito in blocco come molti immaginano. Il risultato è un sistema fatto di zone grigie, regole scritte e non scritte, locali con nomi complicati e una distinzione molto precisa su cosa si può fare e cosa no. In questo articolo vi racconto come funziona davvero la prostituzione in Giappone, senza moralismi ma anche senza trasformare il tema in una guida per “andare a caccia”.
Prima di pensare “ma com’è che Marco sa tutte queste cose?” con estrema malizia, vi dico che il motivo è che me le ha raccontate mio cugino!!Non è vero ovviamente. Leggete l’articolo e vi spiego come faccio a conoscere anche questo argomento così nel dettaglio.
Tornando a parlare di prostituzione, la cosa principale è dare un quadro chiaro: il divieto tecnico riguarda solo la penetrazione vaginale a pagamento, mentre tutto il resto si muove tra regolamentato, tollerato e socialmente accettato più di quanto si pensi. Vi spiego anche perché spesso gli stranieri non vengono accettati, cosa succede nelle famose soapland e perché è importante capire le regole prima di giudicare – o di combinare guai.
Indice
Non c’è sfruttamento
La maggior parte delle lavoratrici del sesso non sono “professioniste” di lungo corso, ma ragazze che vivono una vita “normale”: studentesse, impiegate part-time, giovani che vogliono arrotondare in modo veloce senza passare per i lavori malpagati e lunghissimi che qui non mancano. Il sistema dei fuzoku attira proprio questo tipo di profilo, promettendo guadagni alti in poco tempo e, soprattutto, la possibilità di stabilire limiti chiari.
In Giappone esistono tantissimi tipi di locali diversi, ognuno con il suo livello di nudità, contatto fisico e “copione” da seguire. Mentre in altre parti del mondo l’immagine classica della prostituta è quella di chi deve “fare tutto” con chiunque, qui la logica è quasi opposta: se a una ragazza non piace fare una certa cosa, semplicemente sceglierà un tipo di locale dove quella cosa non è prevista. Per capirci, se una per principio decide che non vuole essere toccata dalla vita in giù, andrà a lavorare in un ambiente dove mette a disposizione il suo corpo solo “dalla vita in su”, magari in contesti più vicini al cabaret, al cosplay, al massaggio “soft”. E questa scelta, nei contesti seri, è rispettata dai clienti e garantita da regole interne molto precise.
Questa grande varietà fa sì che molte ragazze vengano attirate da pubblicità “kawaii” sparse per le grandi città: volantini colorati, annunci in stazione, siti con illustrazioni carine che spiegano come “ognuna può lavorare secondo i propri limiti”. Il messaggio è chiaro: non devi fare tutto, devi fare solo quello che accetti tu. È una narrazione che tranquillizza, che fa sembrare tutto più leggero e gestibile, e che effettivamente, in molti casi, permette a chi lavora di mantenere un certo controllo su cosa succede in stanza.
Ovviamente non è tutto rosa e fiori. Esistono anche ragazze che lo fanno per necessità e per situazioni di forte fragilità: dipendenze da alcol o gioco d’azzardo, problemi di salute mentale, difficoltà a reggere lavori “normali”, storie familiari complicate. In questi casi la scelta non è sempre così libera e consapevole. Però, rispetto all’immaginario di altri Paesi, è relativamente raro che una ragazza venga rapita, picchiata o tenuta prigioniera in un bordello: non è questo il modello dominante. Anzi, in molti posti le lavoratrici vengono trattate quasi come “principesse” dai datori di lavoro, proprio perché sono viste come galline dalle uova d’oro da coccolare e trattenere il più a lungo possibile. Questo non cancella i problemi, ma spiega perché, in Giappone, la parola “sfruttamento” assume sfumature diverse e meno evidenti rispetto a come siamo abituati a immaginarla.
Ci tengo a sototlineare che, anche in un sistema dove lo “sfruttamento” non c’è, resta comunque il fatto che chi compra sesso si scontra con problemi morali e con il rischio reale di malattie sessualmente trasmissibili e infezioni, diffuse anche quando si usa il profilattico o ci si limita a forme di sesso non completo.
I ristoranti del sesso
Come dicevo, la penetrazione vaginale è vietata per legge in questi contesti. Però in alcune zone del Giappone esistono di fatto bordelli mascherati da ristoranti: strutture che sulla carta sono locali di ristorazione ma che chiunque frequenti il quartiere riconosce per quello che sono. Appena entrati il funzionamento è molto diverso da quello di un normale ristorante: il cliente sceglie la ragazza all’ingresso, e poi viene accompagnato in una stanza al piano superiore in una saletta privata.
Questa struttura permette a certi quartieri di mantenere l’apparenza di normalità. Tutto si regge su un equilibrio delicato: una facciata formalmente in regola e un retropalco dove il confine tra ristorante e bordello diventa molto sottile.
Quanto costa
È una domanda che mi viene fatta spesso, sorprendentemente non tanto da “viaggiatori vogliosi” ma soprattutto da viaggiatrici curiose di saperne di più.
Nella fascia più bassa, un uomo che cerca solo sesso orale può andare in uno dei tanti piccoli “bar” specializzati dove, in circa 30 minuti, può spendere meno di 20 euro. Per un Paese dove gli stipendi medi sono più alti rispetto all’Italia, è una cifra sorprendentemente bassa, quasi alla portata di uno “sfizio” impulsivo. In cambio, spesso la ragazza non sarà particolarmente giovane o appariscente, ma il servizio è rapido, standardizzato, incastrato dentro una routine che per molti clienti è quasi abitudine.
Salendo di livello, la situazione cambia completamente. In locali più selezionati, dove lavorano ragazze più giovani e considerate “più carine”, il prezzo può aumentare moltissimo anche per servizi limitati. Può capitare che, rispetto ai 20 euro per 30 minuti di orale con una donna non giovanissima, si arrivi anche a 100 euro solo per essere masturbati da una ragazza più giovane, senza nessun rapporto completo. Qui si paga la combinazione di giovinezza, estetica, esclusività e contesto del locale: arredi curati, privacy maggiore.
E salendo c’è di tutto. Fino ad arrivare a locali di alto livello, quelli dove entrare già di per sé è un segnale di status. In questi contesti non è raro che un’ora di sesso arrivi a costare 600–700 euro o anche di più, soprattutto se si tratta di ragazze con un certo “nome” nella scena o di strutture che puntano esplicitamente su un’immagine di lusso. Il servizio può includere ambienti molto curati, tempi più lunghi, attenzione maniacale alla discrezione, ma alla fine il punto chiave è che si pagano soprattutto l’accesso e l’esclusività, non solo l’atto in sé.
La conclusione, da questo punto di vista, è semplice: la forbice dei costi è enorme. Si passa da servizi rapidissimi a prezzi quasi “popolari” a esperienze che costano quanto una notte in hotel di lusso o un viaggio interno in Giappone. Parlare di “tariffe standard” ha poco senso: esistono solo segmenti di mercato diversi, ognuno con le sue regole, il suo pubblico e la sua idea di quanto “vale” il corpo e il tempo di una persona.
Servizi speciali
In molti locali la tariffa base sembra quasi economica, soprattutto se confrontata con gli stipendi medi in Giappone. Quello che non tutti capiscono subito è che, per i clienti più esigenti, esiste spesso un vero e proprio “menu” di servizi aggiuntivi pensati per soddisfare fantasie e preferenze specifiche. Non è il gestore a decidere cosa c’è in questo menu: è la ragazza stessa che stabilisce quali servizi è disposta a offrire e a quali condizioni.
Un esempio semplice: se un uomo, mentre riceve un normale servizio di masturbazione, desidera anche baciare la ragazza, in certi locali può scegliere questa voce dal menu, pagare un supplemento e procedere. In altri casi possono esserci aggiunte particolari, piccoli “extra” che cambiano il livello di intimità o la messa in scena. La cosa fondamentale, però, è che le ragazze decidono volta per volta cosa è possibile fare: se, per dire, arriva un cliente con l’alito pessimo e loro non se la sentono di baciare, possono semplicemente dire, in modo gentile, che “non è un servizio disponibile”. In pratica, il menu non è una lista rigida di obblighi, ma una cornice di possibilità che viene adattata ogni giorno, incrociando i desideri dei clienti con i limiti personali di chi lavora.
Locali per donne
Quando si parla di prostituzione in Giappone, spesso ci si dimentica che esiste anche un mondo pensato per le donne. I più famosi sono gli host club: locali dove uomini molto curati, vestiti in modo elegante o appariscente, passano la serata a bere, chiacchierare e coccolare le clienti come se fossero principesse al centro della scena. All’inizio l’ingresso può sembrare accessibile: spesso ci sono offerte per la prima volta, con un set a prezzo ridotto che comprende il posto al tavolo e qualche drink. Sembra quasi un gioco, una curiosità da togliersi con le amiche.
Esistono però anche altri locali per donne dove è possibile avere sesso a pagamento, una sorta di versione femminile di certi servizi maschili. Ma sono molto più rari, spesso meno visibili, e non hanno la stessa diffusione degli host club. La forma più comune di “intrattenimento per donne”, oggi, resta proprio il pagare per compagnia, attenzione, gioco romantico e alcol, più che per atti sessuali espliciti.
Legge e definizione
La base è la Legge per la prevenzione della prostituzione, entrata in vigore negli anni ’50. A livello giuridico, “prostituzione” non è qualsiasi forma di sesso a pagamento, ma solo il rapporto sessuale vaginale con una persona non specificata in cambio di denaro.
Questo dettaglio cambia tutto. Significa che:
- la penetrazione vaginale a pagamento con un cliente qualsiasi è proibita
- il resto (oralità, masturbazione, altri atti sessuali) non rientra nella definizione stretta di prostituzione
- la legge colpisce soprattutto chi organizza, favorisce, gestisce, finanzia il business, non tanto il singolo cliente o la singola lavoratrice.
Di fatto, la norma non punisce direttamente chi “vende” o chi “compra” l’atto in sé, ma tutto quello che c’è intorno: gestori di bordelli, intermediari, chi affitta spazi per la prostituzione, chi recluta o costringe. Lo scopo ufficiale è “prevenire” e “riabilitare”, non riempire le carceri.
C’è anche un altro dettaglio interessante: la definizione giuridica parla di persona “non specificata”. Questo significa che rapporti sessuali pagati tra persone che si conoscono già non rientrano tecnicamente nella stessa categoria. È una sfumatura che nella pratica conta poco per il viaggiatore, ma aiuta a capire quanto la legge sia stata scritta in modo chirurgico, lasciando spazio a un’intera industria costruita “intorno” all’atto vietato.
Zona grigia
Vietata la penetrazione vaginale, tutto il resto si sposta in quello che viene chiamato mondo dei fuzoku, cioè dei “servizi di intrattenimento per adulti”. Qui entra in gioco un’altra legge, quella sul commercio dell’intrattenimento e dei servizi sessuali, spesso chiamata in gergo “fueiho”, che regola orari, zone in cui si può aprire, divieto di ingresso ai minori, illuminazione dei locali e così via.
In pratica:
- moltissimi servizi sessuali sono legali ma regolamentati
- la linea rossa ufficiale è sempre il rapporto vaginale a pagamento
- tutto il resto vive in una zona grigia, dove ciò che è permesso o meno dipende da come l’attività viene registrata, da cosa dichiara e da quanto spinge oltre i confini.
Ve lo dico chiaramente: parlare di prostituzione in Giappone come se fosse o tutta illegale o tutta legale non ha senso. Esiste un’enorme economia di “quasi prostituzione”, che formalmente non viola la definizione stretta di legge ma nella pratica offre servizi che, agli occhi di molti, sono indistinguibili da quelli di un sistema pienamente prostitutivo.
Questo crea un mondo dove:
- alcune attività sono registrate e controllate
- altre si arrangiano ai margini, contando sulla difficoltà di controllo
- i lavoratori e le lavoratrici vivono spesso in una condizione di ambivalenza: tollerate ma stigmatizzate, regolamentate ma poco protette.
Tipi di locali
Molti servizi oggi non avvengono in un “bordello” classico, ma a domicilio in hotel o in piccole stanze in affitto, proprio perché la legge rende complicato aprire e gestire locali fisici dichiaratamente dedicati al sesso. Ufficialmente i club possono offrire solo intrattenimento e compagnia, mentre la parte più esplicita viene spostata fuori, in spazi privati. Allo stesso tempo, però, esistono molte eccezioni e cavilli legali: per esempio alcuni locali storici che avevano la licenza prima dell’entrata in vigore di certe norme possono continuare a operare (con diversi limiti), e in certe zone si è creato un equilibrio “tollerato” tra ciò che dice la carta e ciò che succede davvero nelle stanze. Nel linguaggio dei quartieri a luci rosse giapponesi, si sente parlare di mille categorie. Senza fare un catalogo infinito, le macro-tipologie principali sono:
- soapland: bagni privati dove si viene lavati e coccolati da una ragazza (ne parlo tra poco)
- delivery health (deriheru): servizi “a domicilio” in hotel o a casa, senza sede fissa aperta al pubblico
- fashion health: locali in cui vengono offerti servizi sessuali non coitali
- pink salon: bar dove il focus è spesso sull’oralità
- image club: servizi a tema (ufficio, scuola, clinica) dove la messa in scena conta quasi quanto l’atto in sè.
A questi si aggiungono i hostess club e i host club, dove ufficialmente non c’è sesso ma compagnia, drink, conversazione e seduzione. In molti casi, il confine tra “intrattenimento” e “sesso a pagamento” è sottile, ma dal punto di vista legale il locale vende soprattutto tempo, alcol e attenzione, non atti sessuali specifici.
Io onestamente trovo utile fare questa distinzione: per capire la prostituzione in Giappone bisogna guardare come il servizio viene definito sulla carta. La stessa cosa che succede in una stanza chiusa può essere legalmente tollerata o potenzialmente problematica solo in base a come è stata descritta nel registro delle attività.
Come diventare esperti
L’altro modo per capirne di più è semplicemente essere curiosi quando si cammina in strada. Già dal primo viaggio più di 20 anni fa mi capitava di vedere un’insegna e chiedermi “ma cosa fanno lì dentro?”. Non serve entrare, non serve disturbare, non serve dare nell’occhio. Basta segnarsi qualche dettaglio e poi a casa fare una ricerca online e in un attimo si capisce tutto.
Soapland e legge
Le soapland sono forse l’immagine più classica della prostituzione in Giappone agli occhi di chi ne ha sentito parlare da lontano. Nella versione “ufficiale”, la soapland è un bagno privato: il cliente entra, fa la doccia, viene insaponato e massaggiato da una ragazza in una vasca, in un ambiente molto intimo.
Dal punto di vista legale, il trucco sta qui: sulla carta si vende un servizio di bagno e massaggio. Il resto, se succede, non viene mai pubblicizzato e, teoricamente, non dovrebbe mai includere quell’unica cosa che la legge definisce come prostituzione: rapporto vaginale a pagamento.
- quello che succede concretamente in stanza è negoziato tra le parti
- c’è il famoso termine “ho*n”**, usato per indicare il rapporto completo, che formalmente non dovrebbe esserci
- alcuni locali rispettano in modo rigido il limite, altri lo oltrepassano in modo sistematico, confidando su controlli non sempre severi.
Per capire le soapland è importante ricordare due punti:
- l’edificio e la licenza sono registrati come attività di tipo “bagno + intrattenimento per adulti”
- se la polizia trova un sistema organizzato di rapporti completi a pagamento con clienti qualsiasi, può contestare la violazione della legge sulla prostituzione, colpendo soprattutto gestori e intermediari.
Non è un sistema “tutto alla luce del sole”. È più un equilibrio perenne: un mercato enorme che si muove a cavallo tra ciò che è scritto nella legge e ciò che succede davvero nelle stanze.
Regole e limiti
Un aspetto che spesso sorprende chi guarda da fuori è la quantità di regole interne che molti locali hanno. Non parlo solo delle leggi statali, ma proprio di regolamenti di casa: cose consentite, cose vietate, liste di “NG” (no good) che la lavoratrice può rifiutare anche se il cliente insiste.
Ogni tanto sento viaggiatori che ridono e dicono: “vabbè, io metterei tutte le crocette a caso anche se non capisco, tanto cosa vuoi che succeda”. Io scherzando dico sempre qualcosa tipo: “conosco uno che ha fatto così, ha barrato la casella sbagliata sulla parte legata ai giochi estremi e la ragazza gli ha infilato una banana dove non immaginava”. Si ride, ma il punto è serio: firmare cose che non si capiscono in un contesto del genere è una pessima idea.
- molti di questi servizi funzionano su regole e sceneggiature precise
- la lavoratrice spesso segue quello che è stato scritto, perché è il modo per proteggersi e per proteggere il locale
- chi non legge, non capisce o sottovaluta il questionario rischia situazioni imbarazzanti o sgradevoli, e può far finire nei guai anche chi lavora.
Diciamocelo: se già è complicato capire il contratto di una SIM o di un affitto in lingua straniera, immaginatevi un modulo pieno di termini ambigui legati alla sessualità. Questo è uno dei motivi per cui molti locali preferiscono evitare del tutto clienti che non parlano giapponese, proprio per non doversi assumere questo rischio.
Vietato agli stranieri
Qui arriviamo al famoso tema del “vietato agli stranieri”. Non è solo una leggenda metropolitana: in diverse zone a luci rosse, soprattutto dove ci sono soapland e locali molto regolamentati, si trovano cartelli che indicano chiaramente che i clienti stranieri non sono accettati.
- barriera linguistica: spiegare tutte le regole, i limiti e le clausole a chi non parla giapponese è difficile
- rischio legale: se un cliente reclama, dice di non aver capito, o accusa il locale di qualcosa, la situazione può diventare pericolosa per il gestore
- regole diverse sul sesso: molti stabilimenti hanno norme interne molto rigide (niente baci, niente foto, niente rapporti completi), che alcuni clienti stranieri faticano a prendere sul serio
C’è anche un altro elemento fondamentale: una lavoratrice ha il diritto di rifiutare i clienti che non vuole. In Giappone è socialmente accettato che una donna che lavora nel settore scelga di evitare chi le mette ansia, chi non capisce le regole o chi rischia di portare problemi. Non è solo una questione di “razzismo”, come spesso viene ridotta online: è anche un misto di autotutela, paura dei guai e lingua in comune.
In molti casi:
- alcuni locali accettano solo giapponesi o residenti che parlano bene la lingua
- altri accettano stranieri solo con certe condizioni, ad esempio accompagnati da un interprete
- altri ancora sono pensati proprio per stranieri, ma con regole semplificate e prezzi spesso più alti.
Io vi direi di vederla così: se un’insegna dice chiaramente che non accetta stranieri, ha senso rispettare quella scelta. Cercare di forzare, discutere o provarci lo stesso non è segno di “spirito libero”, ma semplicemente ignorare come funziona la cultura giapponese sul rispetto delle regole.
Prostitute in strada
Accanto al mondo dei locali regolamentati esiste anche la prostituzione in strada, più nascosta ma comunque presente in alcune zone delle grandi città. Qui le ragazze aspettano i clienti all’aperto e propongono sesso a pagamento nei vicini hotel o in piccole strutture a ore. A differenza di chi lavora nei club o nei servizi “a domicilio” organizzati, però, spesso si tratta di donne con problemi di salute mentale, dipendenze o situazioni personali molto fragili. Se una ragazza sta relativamente bene, riesce a presentarsi in modo “affidabile” e non crea problemi, in genere viene assorbita dai tanti locali dei dintorni, dove magari guadagna un po’ meno a singolo incontro, ma ha più tutele, più regole e un ambiente almeno minimamente controllato.
Anche se dall’esterno può sembrare “lo stesso lavoro” di chi opera nei club, in realtà la distanza è enorme: da una parte c’è un sistema organizzato, con regole e filtri in ingresso, dall’altra una rete di sopravvivenza dove restano le persone che non sono riuscite a trovare posto altrove.
Lato sociale
Dal punto di vista sociale, la prostituzione in Giappone vive una contraddizione forte. Da un lato, esiste una rete enorme di servizi sessuali, hostess club, soapland, delivery health che muove cifre impressionanti e occupa centinaia di migliaia di persone. Dall’altro, chi ci lavora viene spesso visto con un misto di curiosità, moralismo e stigma.
Molte lavoratrici e molti lavoratori:
- non si presentano mai pubblicamente con il loro vero nome
- nascondono il lavoro a famiglia e amici
- entrano nel settore per motivi economici, debiti o mancanza di alternative, più che per vocazione.
Al tempo stesso, esistono discorsi più ampi su tratta, sfruttamento, violenza. Non tutti i contesti sono uguali e non ha senso fare di tutta l’erba un fascio, ma è innegabile che in alcuni casi la vulnerabilità di chi lavora viene sfruttata, soprattutto quando si parla di persone migranti o di chi non conosce bene la lingua e le leggi.
Io, sinceramente, trovo importante ricordare che dietro ogni insegna luminosa c’è una persona reale, con una storia spesso più complicata di quello che appare. Guardare il fenomeno solo dal punto di vista di chi “cerca un divertimento” cancella tutto questo e rende difficile parlare seriamente di diritti, tutele e abusi.
Per chi guarda
Molte persone, passando in quartieri a luci rosse, si fermano a guardare: insegne colorate, parcheggi di soapland, cartelli con listini, ragazze che accompagnano i clienti. È comprensibile, perché fa parte del paesaggio urbano ed è un pezzo del Giappone che nessuno racconta nei dépliant.
Secondo me ha senso però tenere a mente qualche punto:
- non fare foto alle persone che lavorano o ai clienti: per loro può essere pericoloso
- evitare di ridere a voce alta o fare commenti pesanti, soprattutto in gruppetto, come se si stesse guardando uno spettacolo
- ricordare che molti di questi posti sono strettamente regolamentati, spesso legati a interessi economici pesanti, e non sono parchi a tema dove si entra a curiosare.
Mi capita spesso di dire che capire la prostituzione in Giappone aiuta a capire anche il resto del Paese: il modo in cui si scrivono le leggi, come vengono aggirate, quanto si preferisce chiudere un occhio pur di mantenere un equilibrio. Ma questo non significa che per “capire il Giappone” si debba per forza entrare in questi locali o provarli.
Se c’è curiosità, può bastare osservare da fuori, informarsi, leggere punti di vista diversi, anche quelli delle stesse lavoratrici quando riescono a raccontare la propria esperienza.
Conclusione
La prostituzione in Giappone è un argomento scomodo ma interessante, perché racconta un lato del Paese che di solito resta dietro le quinte. Ve lo dico subito: non è un invito a provare, né un modo per trasformare questi quartieri in attrazioni turistiche da “spuntare” durante il viaggio. Io vi consiglio di prendere queste informazioni come strumenti per orientarvi, per evitare di far danni (anche solo di rispetto) e per non giudicare tutto con categorie troppo semplici. Poi ognuno è libero di restare alla larga da questo mondo o di osservarlo da lontano, senza bisogno di varcare nessuna porta. A me, personalmente, interessa questo tema perché mostra quanto il Giappone sia più complesso dell’immagine patinata fatta solo di ciliegi in fiore e treni puntuali. Dietro alle insegne al neon e alle pubblicità kawaii ci sono scelte individuali, limiti, compromessi, e un equilibrio fragile tra legge, moralità e mercato. Se vi va di portarvi a casa qualcosa da questo articolo, spero sia proprio questo: uno sguardo più lucido e rispettoso, anche quando si parla di ciò che, per definizione, avviene lontano dagli occhi di tutti.
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Autore
Marco Togni
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).