Donna in abito tradizionale al Nebuta Festival di Ojima, Kanto

Dialetti in Giappone

In Giappone ci sono tantissimi dialetti. Io ho vissuto a lungo anche nel Nord, nella zona di Aomori, e lì mi sono reso conto di una cosa semplice: il Giappone non parla “un” giapponese. Ne parla tanti, e a volte sono così diversi che ti fanno venire voglia di ridere per lo stupore, non per prendere in giro. Anzi, spesso ti fanno venire voglia di ascoltare ancora.

La prima cosa da capire è che “giapponese standard” e “dialetto” non sono due mondi separati, tipo interruttore acceso/spento. Sono più due modalità che la stessa persona usa in momenti diversi. Lo standard nasce storicamente dalla varietà di Tokyo, soprattutto quella usata da classi istruite, e poi diventa la base dell’istruzione e della comunicazione nazionale. Questo ha portato per decenni a un’idea abbastanza dura: il dialetto era qualcosa da correggere, non da valorizzare. Se oggi vi sembra normale sentire dialetti in TV o nei cartelli, tenete presente che non è sempre stato così.

Aomori e shock

Quando dico che ho abitato a lungo nella zona di Aomori, la gente spesso pensa: “Ok, freddo, neve, fine”. Sì, ma c’è anche un altro dettaglio enorme: il dialetto.

Lì ho sentito per la prima volta un parlato così stretto che, in alcune situazioni, mi sembrava davvero un’altra lingua. E non lo dico per fare scena: tuttora, quando torno da quelle parti e qualcuno parla in dialetto senza “ammorbidirlo”, io faccio fatica a capire quasi tutto. Mi viene proprio da dire che mi suona come arabo o indiano. Lo dico col sorriso, senza prendere in giro nessuno, perché è una sensazione reale: il cervello sta cercando appigli e non li trova.

Sottotitoli in TV

La cosa che colpisce molte persone è questa: sì, può capitare che in TV, se intervistano qualcuno del posto e quello parla in dialetto stretto, compaiano i sottotitoli. Non è una leggenda metropolitana, e il punto interessante non è “quanto è strano”, ma “quanto è normale” per chi vive lì.

Su certe varietà del Nord, come il dialetto di Tsugaru, si parla spesso proprio in questi termini: difficile da capire anche per madrelingua di altre zone, al punto che video e servizi diventano virali perché “senza sottotitoli” tanti non seguono. E persino nel cinema ci sono state discussioni sul mettere o no i sottotitoli quando il dialetto è parte dell’esperienza, non un semplice colore locale.

Perché cambia

Un dialetto non cambia solo le parole. Cambia il ritmo, le vocali, quanto si “mangiano” le sillabe, dove cade l’accento, quanto una frase sembra “tagliata”. A volte è questo che lo rende davvero difficile: non è che non conoscete il vocabolario, è che non riconoscete più i confini tra le parole.

E poi c’è il fattore sociale: molte persone, se parlano con qualcuno “da fuori”, passano spontaneamente a una forma più neutra. Altre no, magari perché sono emozionate, perché parlano di getto, o perché in quel contesto non sentono il bisogno di adattarsi. Io onestamente questa cosa la trovo bellissima: è lingua viva, non recita.

Kansai ben

Dall’altra parte del Giappone, il Kansai-ben è quasi l’opposto come percezione: non viene vissuto come “incomprensibile”, ma come riconoscibilissimo. Anche chi non lo parla lo identifica subito.

È una parlata che in molti associano a calore, schiettezza, battuta pronta. E non è solo un’impressione da turista: negli studi su come vengono percepiti i dialetti, il Kansai-ben è spesso al centro, proprio perché ha un ruolo culturale enorme, tra comicità, televisione, identità regionale e stile comunicativo.

Musicalità

Se dovessi spiegare perché il Kansai-ben “piace” a così tante persone, io partirei dall’intonazione. Ha una musicalità diversa dallo standard di Tokyo, e spesso rende le frasi più espressive anche quando il contenuto è banalissimo.

Non è magia e non è “più simpatico” per natura. È che intonazione e ritmo portano emozione, e l’emozione si sente. Poi certo, c’è anche il fatto che tante persone associano quella parlata ai comici, ai programmi di intrattenimento, alle conversazioni veloci. Alla fine, il cervello collega suono e immagine.

Lessico tipico

Sul piano pratico, il Kansai-ben è pieno di piccole cose che sentite subito, anche se non siete esperti:

  • una negazione che spesso diventa “-hen” invece della forma standard, e cambia proprio la faccia della frase
  • espressioni brevi e dirette, con particelle e finali di frase che danno un tono più confidenziale
  • parole quotidiane che nello standard esistono, ma lì vengono sostituite da alternative locali, più comuni nella conversazione

Se vi interessa davvero capirlo, io vi direi di non partire dai “dizionari di dialetto” (che spesso sono una lista infinita), ma da due cose: negazioni e finali di frase. Sono quelli che riconoscete subito, e vi danno un appiglio per seguire il resto.

Kyoto e Osaka

Un errore che vedo spesso è pensare che Kansai-ben sia una cosa unica e identica. In realtà, anche dentro il Kansai ci sono differenze. Osaka e Kyoto, per dire, hanno sfumature diverse, sia nel ritmo sia nel “modo” con cui suonano certe frasi.

La cosa interessante è che queste differenze non sono solo linguistiche: sono anche identitarie. Molte persone riconoscono subito da dove arrivate, e a volte lo fanno con una precisione incredibile. Non serve fissarsi su “imparare la variante giusta”: basta sapere che esistono più strati, e che quello che sentite in un quartiere non è per forza quello che sentite in un altro.

Altri accenti

Oltre al Nord e al Kansai, ci sono zone che meritano attenzione anche solo per non ridurre tutto a due poli.

A Nagoya e dintorni, per esempio, c’è un modo di parlare che molti riconoscono subito per certe chiusure tipiche e un tono particolare. A Hiroshima e nel Chugoku sentite finali e cadenze che cambiano parecchio. A Fukuoka e nel Kyushu ci sono varietà molto marcate, con suoni e parole che si allontanano dallo standard più di quanto ci si aspetti.

Il consiglio pratico è questo: se vi spostate tra regioni, non date per scontato che la comprensione sarà lineare. Magari capite benissimo Tokyo e poi improvvisamente vi sembra di aver perso il filo. Non è perché “non sapete il giapponese”. È perché state ascoltando un’altra versione della stessa lingua.

Okinawa e lingue

Poi c’è Okinawa, e qui bisogna fare attenzione alle parole. Perché spesso si dice “dialetto”, ma molte varietà delle Ryukyu (le isole a sud) vengono considerate lingue a sé dentro la famiglia linguistica giapponese, e non sono mutuamente intelligibili con il giapponese standard. In più, diverse di queste lingue sono in pericolo, proprio perché lo standard e una forma di giapponese regionale hanno preso il sopravvento nella vita quotidiana.

Qui, secondo me, è utile cambiare mentalità: non è “una pronuncia buffa” o “qualche parola diversa”. È un patrimonio linguistico con una storia propria, e il fatto che venga spesso etichettato come dialetto è anche una questione culturale e politica, non solo grammaticale.

Capirsi sul serio

La domanda vera, quando si parla di dialetti in Giappone, è: ma allora ci si capisce o no?

Nella vita quotidiana, quasi sempre sì, perché lo standard è insegnato a scuola e usato nei contesti formali. Il punto è un altro: quando una persona torna “in casa”, tra amici, in famiglia, al bar, e parla come le viene naturale, lì può aprirsi un buco enorme per chi viene da fuori regione.

Io vi consiglio di ricordarvi questa cosa quando vi sentite persi: non è che improvvisamente siete peggiorati. È che vi manca l’abitudine a un suono diverso. E l’abitudine, con i dialetti, vale più del vocabolario.

Impararlo senza ansia

Se vi incuriosiscono i dialetti, potete farne un gioco intelligente, senza trasformarlo in una montagna.

  • scegliete una sola area che vi interessa e restate lì
  • imparate poche parole “spia”, quelle che compaiono spesso e vi fanno capire che registro sta usando la persona
  • allenate l’orecchio con contenuti brevi, anche solo un minuto al giorno, perché la chiave è riconoscere ritmo e intonazione
  • quando parlate, non forzate un dialetto che non vi appartiene: rischiate di sembrare una caricatura senza volerlo

Ve lo dico sinceramente: l’obiettivo non dovrebbe essere “parlarlo perfetto”. È capire quando sta cambiando il codice, e non farvi spaventare.

Errori classici

Ci sono due errori che vedo continuamente.

Il primo è pensare che il dialetto sia una specie di giapponese “sbagliato”. È un riflesso che arriva da come lo standard è stato imposto e insegnato per tanto tempo, ma oggi il modo in cui se ne parla è cambiato parecchio, e in molte situazioni il dialetto è diventato qualcosa di positivo e identitario, perfino di moda.

Il secondo è usare due o tre parole dialettali a caso pensando di “integrarsi”. Io capisco la tentazione, ma funziona raramente. Molto meglio fare una cosa più semplice: ascoltare, chiedere conferma quando serve, e magari dire apertamente che vi piace come suona. È un complimento pulito, e spesso apre conversazioni bellissime.

Quando usarlo

Se vivete qui o ci tornate spesso, prima o poi vi viene naturale imitare qualcosa. Una negazione sentita cento volte, una cadenza, un finale di frase. Ci sta.

Io vi direi solo di scegliere i contesti giusti. Con amici stretti può essere un modo per creare complicità vera. In un negozio o in un ufficio, meglio restare sul neutro. Non per paura, ma perché lo standard è la base comune, e vi evita fraintendimenti inutili.

E se non capite, non fate finta. La frase più utile che potete tenere pronta è una richiesta semplice di ripetere “più piano” o “in modo più chiaro”. In Giappone, nella stragrande maggioranza dei casi, dall’altra parte trovate pazienza. Magari anche un sorriso.

Il mio consiglio

I dialetti in Giappone sono una scorciatoia per vedere il Paese in profondità. Non perché vi rendono “più locali”, ma perché vi costringono ad ascoltare davvero, senza appoggiarvi sempre alla versione standard.

A me piace proprio perché ogni volta che torno ad Aomori mi ricordo che il Giappone non finisce a Tokyo. Cambia faccia, cambia suono, cambia ritmo. E quando non capisco nulla, invece di innervosirmi, mi viene da ridere. Perché è come rimettere piede in un altro mondo, pur restando nello stesso Paese.

Se dovessi darvi una sola idea da portarvi via, è questa: non cercate di controllare tutto. Ascoltate. Fatevi sorprendere. E ogni tanto, anche solo per un attimo, godetevi quel momento in cui una frase vi passa davanti come un treno… e voi restate lì a guardarla, con la sensazione che il Giappone abbia ancora un sacco di cose da farvi sentire.

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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).