Il castello di Osaka al tramonto con alberi e un cielo dorato.

Accento in giapponese

Capire l’accento giapponese è semplice: smettete di cercarlo come in italiano, e smettete di forzarlo.

Quando mi chiedono “Osaka dove ce l’ha l’accento?” oppure “Hiroshima come si accentua?”, io rispondo sempre così: non va da nessuna parte. Non perché in giapponese non esista l’intonazione, ma perché non funziona come la nostra idea di accento. Se provate a incastrare dentro una parola giapponese il colpo di voce italiano, quasi sempre peggiorate.

La cosa che vi salva, soprattutto in viaggio, è una regola pratica molto più utile di qualsiasi teoria: pronunciate tutto pulito e regolare, senza schiacciare una sillaba. E se proprio vi viene naturale “accentare”, fatelo in modo uniforme, quasi sillaba per sillaba. È molto meglio di un accento italiano forte messo a caso.

Regola base

Io vi direi questo: in giapponese l’errore non è non avere l’accento giusto. L’errore è forzare.

Se dite una parola piatta, tranquilla, con un tono normale, nella maggior parte delle situazioni vi capiscono perfettamente. E spesso suonate anche più naturali di chi prova a fare il fenomeno con l’accento “giusto” ma poi lo spara nel punto sbagliato.

Osaka e Hiroshima

Osaka e Hiroshima sono le due trappole classiche perché vi fanno venire voglia di scegliere una sillaba e spingerla. Evitatelo.

Fate così:

  • dite il nome senza colpi di voce, come se fosse una parola “liscia”
  • se siete insicuri, rallentate un filo invece di accentare
  • non ripetete la parola tre volte cambiando accento: dite una frase completa e aggiungete un dettaglio (“stazione”, “centro”, “museo”)

In pratica: meno teatro, più chiarezza.

Perché confonde

In italiano l’accento è una cosa “fisica”: una sillaba spicca. In giapponese, più che una botta, è un modo di far scorrere la voce. All’inizio non lo sentite, ed è normale.

E qui arriva la parte che vi tranquillizza: per parecchio tempo non è una cosa fondamentale. Il contesto vi salva quasi sempre.

Esempi semplici

Ci sono parole che cambiano significato a seconda di come “suonano”, anche se scritte uguali in lettere nostre. Il classico esempio è hashi, che può indicare le bacchette o un ponte, e ima, che può voler dire “adesso” oppure “soggiorno”.

Però, ve lo dico sinceramente, nella vita reale difficilmente vi incastrate su queste cose. Se uno vi dice “ci vediamo… ima”, sta parlando di tempo. Non del salotto.

Il mio consiglio

Se state studiando, l’intonazione diventa interessante più avanti. Se siete in viaggio, io non ci perderei neanche energie.

Puntate a:

  • suoni chiari
  • ritmo regolare
  • niente sillabe schiacciate “all’italiana”

E se vi viene spontaneo accentare un po’ tutto, va benissimo. Meglio una pronuncia uniforme che un accento italiano sparato su una sillaba sola.

Alla fine è questo il punto: non dovete “indovinare” l’accento giapponese. Dovete solo togliere la forza inutile. E il resto, piano piano, arriva da solo ascoltando.

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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
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