Salutare in giapponese
Salutare bene in Giappone è una piccola superpotenza: vi apre porte, ammorbidisce le interazioni e vi fa sembrare subito più sul pezzo, anche se sapete pochissimo giapponese.
La cosa divertente è che non serve imparare cinquanta frasi. Serve capire due o tre meccanismi, e poi usare le parole giuste nei momenti giusti. Perché sì: se vi hanno detto che konnichiwa vuol dire “ciao” e basta, vi hanno lasciato metà della storia.
Indice
- L’errore classico
- Hajimemashite
- Inchino semplice
- Ohayou gozaimasu
- Konnichiwa
- Konbanwa
- Oyasumi nasai
- Hisashiburi
- Saluti nei negozi
- Quando dire arigatou
- Mai sayonara
- Mata ne
- Bye bye
- Otsukaresama
- Shitsurei shimasu
- Ogenki desu ka
- Saluti al telefono
- Gesti e distanza
- Pronuncia utile
- Combinazioni semplici
- Figuracce comuni
- Il mio consiglio
L’errore classico
Konnichiwa ripetuto come un jolly universale è il modo più rapido per sembrare spaesati. Non perché sia “sbagliato” in assoluto, ma perché in Giappone i saluti cambiano parecchio in base a situazione, rapporto e momento della giornata, e alcune parole sono più formali di quanto sembrino. In più, tante interazioni quotidiane non prevedono nemmeno una risposta verbale: ci sono formule che fanno parte del servizio e basta.
Hajimemashite
Questa è la base quando incontrate qualcuno per la prima volta. Non è un “buongiorno”, non è un “ciao”: è proprio “piacere” nel senso di è la prima volta che ci vediamo. La usate quando vi presentano un amico, quando conoscete una persona per lavoro, quando fate due chiacchiere con qualcuno e capite che state passando dal contatto casuale a un minimo di relazione.
La cosa importante è non abusarne: se rivedete la stessa persona il giorno dopo, hajimemashite non c’entra più. Ed è proprio questo il punto: in Giappone molte formule sono legate a una situazione precisa, non sono parole elastiche.
Inchino semplice
Il saluto in Giappone non è solo la parola. Il corpo fa metà del lavoro, spesso anche di più. Un inchino leggero, breve, naturale, comunica rispetto senza farvi sembrare teatrali. Se non sapete che dire, un cenno con la testa e un sorriso tranquillo vi salvano in mille situazioni, soprattutto con persone che non conoscete bene o in ambienti più formali.
E non serve inchinarsi come nei film: la maggior parte delle volte basta davvero poco. L’errore è l’opposto, cioè restare fermi e piantati come se fosse una stretta di mano mancata.
Ohayou gozaimasu
Ohayou è il “buongiorno” tra persone con confidenza: amici, colleghi con cui siete sciolti, ambiente informale. Ohayou gozaimasu è la versione più gentile e più sicura. Quella che potete usare in ufficio, in hotel, entrando in un negozio dove vi conoscono, o anche semplicemente quando volete essere più educati.
Il dettaglio che molti ignorano: non è solo un saluto “da orologio”, è un saluto da inizio giornata. Si usa quando si comincia, quando ci si ritrova dopo il risveglio o l’avvio delle attività. Per questo lo sentite spesso al lavoro anche se non sono le 7 del mattino.
Konnichiwa
Qui viene il punto delicato. Konnichiwa è più vicino a un “buon pomeriggio” o un “salve” diurno che a un “ciao” super generico. Si colloca in genere tra tarda mattina e pomeriggio, e ha un tono un filo più formale di quello che molti immaginano.
La cosa che vi cambia la vita è questa: non sentirete konnichiwa in continuazione come sentite “ciao” in altre lingue. In contesti di servizio spesso non vi salutano con quello. E tra amici, specialmente se c’è confidenza, si tende a usare altro. Quindi sì, usatela pure, ma come una parola posata, non come un intercalare.
Konbanwa
Konbanwa è “buonasera” e di solito entra in scena quando è sceso il sole. È una parola pulita, educata, e va benissimo con persone che non conoscete o in situazioni un po’ più formali.
Non aspettatevi però che sostituisca il “ciao” tra amici. Tra persone in confidenza spesso si va di saluti più corti o più informali, oppure addirittura si salta proprio la parola e si parte con la frase successiva.
Oyasumi nasai
Oyasumi è “buonanotte” tra amici o in famiglia. Oyasumi nasai è la versione più gentile. La regola pratica è facile: si usa quando state andando a dormire, o quando la conversazione si chiude perché l’altra persona va a dormire. Non è un “ciao, ci vediamo” serale.
Se scrivete a qualcuno alle 23 solo per salutarlo, oyasumi ha senso solo se l’idea è davvero ti lascio andare a letto, non ti saluto e basta.
Hisashiburi
Hisashiburi è quel “da quanto tempo!” che vi torna utilissimo con persone con cui avete confidenza. Non c’è una soglia matematica. A volte bastano settimane, a volte servono mesi: dipende dal rapporto, dalla frequenza con cui vi vedete di solito, e anche dalla situazione. In forma più educata potete usare hisashiburi desu, che suona più morbido con conoscenti e persone più grandi.
Se volete renderla ancora più naturale, potete attaccarci una domanda semplice:
- Ogenki desu ka? per un “come stai?”
- Saikin dou? per un “come va ultimamente?” più casual
Qui il trucco non è la grammatica, è il tono: sorriso, un minimo di energia, e funziona.
Saluti nei negozi
Quando entrate in un negozio o in un ristorante, sentirete quasi sempre irasshaimase. È un benvenuto “da staff”, fa parte del servizio e non è una domanda. Non esiste un obbligo di risposta. Il comportamento più comune è: niente, oppure un cenno con la testa, oppure un mezzo sorriso.
Vi dico sinceramente una cosa: rispondere con una frase completa spesso crea più imbarazzo che altro, perché può sembrare che stiate aprendo una conversazione che non serve. Se siete in un posto piccolo e vi sentite osservati, fate un mini-inchino e via. Pulito, rispettoso, fine.
Quando dire arigatou
Arigatou lo potete dire eccome, ma nel momento giusto: quando qualcuno vi aiuta, quando pagate e vi porgono qualcosa, quando vi fanno un favore, quando lo chef vi saluta dopo che avete parlato un attimo. Non è la risposta standard a irasshaimase appena entrate.
E ricordate che arigatou gozaimasu è la versione più educata e sempre sicura. Se siete in dubbio, quella vi fa dormire tranquilli.
Mai sayonara
Sayonara è la parola che tutti conoscono, e proprio per questo è quella che crea più figuracce. In molti contesti suona troppo “definitiva”, come un saluto da separazione lunga o dal tono emotivo, non come un semplice “ciao, a presto”. Nella vita quotidiana spesso si preferiscono alternative più leggere.
Non vuol dire che non esista o che sia proibita. Vuol dire che se la usate con leggerezza, potete dare un’impressione strana. Se state salutando un amico dopo cena e dite sayonara, rischia di suonare più pesante di quanto intendete.
Mata ne
Mata ne è una delle cose più utili da imparare perché comunica “ci vediamo” in modo caldo e informale. La usate con amici, persone con cui siete sciolti, colleghi con cui avete confidenza. È perfetta quando volete far capire che vi rivedrete, senza sembrare rigidi.
Una variante comodissima è agganciare il “quando”:
- Mata ashita: ci vediamo domani
- Mata raishuu: ci vediamo la prossima settimana
Sono piccole cose, ma vi fanno sembrare immediatamente più naturali.
Bye bye
Sì, anche l’inglese entra spesso nella vita reale, soprattutto tra giovani o tra persone che hanno un rapporto informale. Bye bye è comunissimo. See you anche, ma dipende dalla persona e dall’ambiente.
La regola pratica che uso io: se l’altra persona ha già infilato un bye bye, potete rispondere tranquilli. Se siete voi a iniziare e non conoscete bene la situazione, mata ne è più “giapponese” e più sicuro.
Otsukaresama
Questa è una parola che all’inizio spiazza, poi diventa una chiave per capire il Giappone. Otsukaresama desu e otsukaresama deshita si usano tra colleghi e persone che hanno condiviso fatica: lavoro, impegno, un turno, un’attività. Non è un semplice “ciao”, è un riconoscimento: grazie per lo sforzo, buona fine del lavoro.
La differenza pratica:
- otsukaresama desu spesso si usa durante la giornata, come saluto tra colleghi
- otsukaresama deshita suona più “fine”, tipo quando la giornata o il compito è concluso
Se vi capita di lasciare l’ufficio mentre altri restano, esiste anche la formula osaki ni shitsurei shimasu, che è un “scusate se vado via prima”. È una di quelle frasi che spiegano da sole quanto contino i ruoli e l’attenzione agli altri in certi ambienti.
Shitsurei shimasu
Questa è un’altra formula super pratica, soprattutto in contesti formali. Significa letteralmente “sono scortese” nel senso di “mi permetto”, “con permesso”, “scusatemi”. La sentite e la usate quando entrate in un ufficio, quando interrompete qualcuno, quando lasciate una stanza, quando chiudete una telefonata di lavoro.
Non è una parola da usare ovunque, ma se vi capita una situazione professionale o molto formale, è una di quelle cose che vi fanno sembrare immediatamente rispettosi senza sforzo.
Ogenki desu ka
Ogenki desu ka è “come stai?”, ma usatela con un minimo di criterio. Tra amici stretti spesso suona un filo “da libro”, quindi o la dite con sorriso e tono leggero, oppure usate alternative più casuali. Saikin dou? è una di quelle frasi che funzionano meglio quando c’è già confidenza.
E se volete un consiglio terra-terra: non serve chiedere “come stai?” a raffica. In Giappone spesso il saluto è già abbastanza, e le domande arrivano dopo, quando la conversazione parte davvero.
Saluti al telefono
Al telefono la formula più classica è moshi moshi. È informale e si usa quasi solo in chiamate personali o comunque non troppo rigide. In ambienti lavorativi spesso si entra con formule più formali, presentandosi o usando il nome dell’azienda. Se non vi muovete in quel mondo, non vi serve complicarvi la vita: moshi moshi vi copre bene le chiamate normali.
Il punto interessante è un altro: anche qui, il saluto è “situazionale”. La parola giusta cambia in base al canale e al rapporto, non solo in base all’ora.
Gesti e distanza
Ci sono tre dettagli pratici che vedo creare fraintendimenti più delle parole:
- la distanza: stare troppo vicini può mettere a disagio, soprattutto con sconosciuti
- il volume: parlare troppo forte in spazi piccoli si nota subito
- il contatto fisico: pacche sulle spalle e abbracci non sono automatici, anche quando l’atmosfera è amichevole
Non serve diventare rigidi. Basta osservare mezzo secondo e adattarsi. Se l’altra persona mantiene spazio e compostezza, fate lo stesso. Se è più sciolta, potete sciogliervi anche voi.
Pronuncia utile
Non serve una pronuncia perfetta, ma ci sono due cose che aiutano subito:
- allungare bene le vocali quando esistono: ohayou non è “ohaiò” sparato, è più morbido
- evitare di mangiare le sillabe: konbanwa detto troppo veloce diventa un suono incomprensibile
Io vi direi questo: meglio dire poche parole lentamente e bene, che tante parole veloci e confuse. In Giappone la calma nella voce conta parecchio, e spesso viene letta come educazione.
Combinazioni semplici
Se volete un mini-kit mentale, pensate per situazioni, non per traduzioni:
- prima volta: hajimemashite + inchino leggero
- mattina: ohayou gozaimasu
- pomeriggio: konnichiwa, ma senza abusarne
- sera: konbanwa
- a letto: oyasumi nasai
- dopo tempo: hisashiburi
- tra amici: mata ne o bye bye
- lavoro: otsukaresama deshita
Sono poche cose, ma coprono una fetta enorme della vita reale.
Figuracce comuni
Le figuracce più frequenti non sono “linguistiche”, sono di lettura della situazione. E quasi tutte si evitano con un minimo di sobrietà:
- usare sayonara come se fosse un “ciao” leggero
- rispondere a irasshaimase come se vi avessero fatto una domanda
- salutare troppo “da manuale” con amici con cui basterebbe un cenno e un sorriso
- inchinarsi in modo esagerato, come se steste recitando
Vi giuro che spesso basta copiare il ritmo della persona davanti a voi. Se parla poco, parlate poco. Se sorride, sorridete. Se fa un cenno, fate un cenno.
Il mio consiglio
Io farei così: imparate hajimemashite, ohayou gozaimasu, mata ne e otsukaresama deshita. Poi aggiungete konnichiwa e konbanwa come parole “ordinate”, da usare quando servono davvero, non come intercalari.
E soprattutto, non cercate di riempire il silenzio. In Giappone il saluto può essere una cosa piccola, anche solo un gesto. A volte è proprio lì che si vede chi è a suo agio.
Alla fine è semplice: poche parole giuste, dette con calma, e un minimo di attenzione agli altri. Il resto viene da sé. E voi, se doveste scegliere una sola parola da imparare oggi, quale usereste per prima?
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Autore
Marco Togni
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).