Presentarsi in Giapponese
Presentarsi in giapponese è uno di quei gesti piccoli che cambiano subito l’atmosfera. Bastano poche frasi fatte bene, dette nel momento giusto, e vi ritrovate dall’altra parte: più sorrisi, più pazienza, più conversazioni che partono senza imbarazzi. Qui la presentazione non è un “ciao, piacere” buttato lì. È un mini-rituale, e vale la pena capirlo.
Indice
Jikoshokai
La parola chiave è jikoshokai: la presentazione “a turno”, quella in cui tutti ascoltano e una persona parla. Non è teatro, ma nemmeno improvvisazione. Mi è capitato anche di recente: invitato a una cena in una casa, persone che non si conoscevano, e a un certo punto si fa silenzio e si parte. Uno alla volta. In Italia spesso arrivi, stringi due mani mentre qualcuno sta già parlando di altro, e il tuo nome si perde nel rumore. Qui, spesso, il gruppo vi “consegna” il palco per trenta secondi.
La cosa più importante da portarvi a casa è questa: non serve essere brillanti, serve essere chiari. Nome, due informazioni utili, un gancio leggero su di voi (senza esagerare) e la frase finale che chiude tutto.
Il primo minuto
Nel momento della presentazione conta più il ritmo che la grammatica perfetta. Se partite tranquilli, con una frase breve e pulita, tutto il resto viene meglio. Se invece vi impantanate cercando la frase “giusta”, vi innervosite e parlate troppo.
Io vi direi di pensare a una struttura semplice, sempre uguale, che potete ripetere in contesti diversi cambiando solo due parole. È molto più efficace di imparare dieci frasi complicate e poi non ricordarne nessuna quando vi guardano tutti.
Hajimemashite
La prima parola che sentirete e che potete usare senza paura è hajimemashite (はじめまして). È il “piacere” da primo incontro, quello che mette subito in chiaro che è la prima volta che vi vedete. Se siete in un contesto casuale potete anche dire semplicemente konnichiwa, ma hajimemashite ha proprio quel sapore da presentazione.
Un dettaglio pratico: non allungatelo troppo e non “cantatelo”. Ditetelo asciutto, con un mezzo sorriso, e passate al nome. Il valore è nel fatto che lo dite nel momento giusto, non nell’interpretazione.
Il nome giusto
Per dire “mi chiamo…” la versione semplice e super usabile è: watashi wa Marco desu (わたしはマルコです). Funziona. Punto. E spesso potete persino togliere watashi e dire solo Marco desu, soprattutto in contesti informali.
Se volete suonare più educati, soprattutto con persone più grandi o in situazioni di lavoro, la formula cambia tono: Marco to moushimasu (マルコと申します). È più rispettosa perché usa un verbo umile. Non è “più difficile”, è solo più formale.
Io di solito la vedo così: se siete ospiti, nuovi, o in un contesto dove tutti sono un filo rigidi, “to moushimasu” vi fa subito fare una figura ordinata. Se siete tra coetanei e l’atmosfera è leggera, “desu” va benissimo.
Nome e ordine
In Giappone l’ordine classico è cognome-nome. Nella vita reale, quando siete stranieri, spesso vi chiameranno col nome perché è più facile e perché lo associano a voi. Però durante una presentazione un minimo “alla giapponese” si sente: “Togni Marco desu” è perfettamente comprensibile, e spesso evita la domanda successiva su quale sia il cognome.
Un consiglio pratico: decidete prima cosa volete che resti. Se vi va bene essere chiamati per nome, usate il nome e basta. Se invece volete essere chiamati per cognome (capita, soprattutto in ambienti più formali), dite subito il cognome in modo chiaro e magari ripetetelo una seconda volta più lentamente. Non fatevi “trascinare” dall’entusiasmo e poi pentire dopo tre giorni quando tutti vi chiamano in un modo che non vi rappresenta.
Yoroshiku onegaishimasu
La frase finale è la vera chiusura: yoroshiku onegaishimasu (よろしくお願いします). È una di quelle espressioni che non si traducono bene con una frase sola, perché dentro c’è “piacere”, “contate su di me”, “siamo in buoni rapporti”, “trattatemi bene”. Ed è proprio per questo che la sentirete ovunque.
Se vi ricordate una cosa sola, ricordatevi questa. Anche se dite due frasi semplici e un po’ “da libro”, chiudere con yoroshiku onegaishimasu vi mette automaticamente nella casella giusta.
Piccolo dettaglio di comportamento: se fate l’inchino, fatelo dopo aver finito la frase, non mentre parlate. Dire la frase, chiudere, e poi inchino. Sembra una sciocchezza, ma cambia proprio l’impressione.
Da dove venite
Qui avete due strade facili, entrambe utili:
- Itaria kara kimashita (イタリアから来ました) se siete di passaggio o se state parlando del “vengo da” come movimento, tipo “sono arrivato dall’Italia”.
- Itaria-jin desu (イタリア人です) se state dicendo “sono italiano/a”.
Nel jikoshokai io vi consiglio di scegliere una sola delle due, non entrambe, a meno che non vi venga naturale e non allunghi troppo. Se dite due informazioni simili di fila rischiate solo di perdere ritmo.
Se invece vivete in Giappone e volete suonare più “stabili”, potete usare una frase semplice tipo Nihon ni sundeimasu (日本に住んでいます), vivo in Giappone. Ma solo se serve davvero al contesto, non come automatico.
Lavoro e ruolo
Il lavoro è una cosa che spesso interessa davvero, soprattutto in contesti non super intimi. La buona notizia è che potete cavarvela con una struttura quasi meccanica: [professione] desu.
Esempi facili:
- Gakusei desu (学生です) sono studente.
- Sensei desu (先生です) sono insegnante.
- Kaishain desu (会社員です) lavoro in azienda (generico, ma utile se non volete entrare nei dettagli).
Se volete dire “lavoro in una…” senza impazzire:
- [settore/paese] no kaisha de hataraiteimasu (…の会社で働いています) lavoro in una società di…
Io onestamente, quando vedo persone che stanno iniziando, consiglio di restare generici. In Giappone l’informazione “che tipo di ruolo hai” spesso conta più di “che cosa fai esattamente”.
Interessi e hobby
Qui si gioca la parte “umana” della presentazione. Se siete in un gruppo giovane, o in un ambiente dove si vuole fare amicizia, dire un hobby è spesso la cosa che sblocca la conversazione.
La costruzione più semplice:
- [cosa] ga suki desu (…が好きです) mi piace…
Esempi:
- Ryokō ga suki desu (旅行が好きです) mi piace viaggiare.
- Sakka ga suki desu (サッカーが好きです) mi piace il calcio.
- Anime ga suki desu (アニメが好きです) mi piacciono gli anime.
Oppure:
- Shumi wa [cosa] desu (趣味は…です) il mio hobby è…
Il trucco è non fare la lista della spesa. Scegliete una cosa sola, massimo due, che sia “parlabile”. Se dite “mi piace guardare serie”, fine. Se dite “mi piace il ramen” e poi aggiungete “soprattutto quello piccante”, spesso qualcuno vi risponde subito.
Domande agli altri
Dopo che vi siete presentati, spesso vi chiederanno qualcosa. E a volte siete voi che volete chiedere un nome o un’informazione senza sembrare troppo diretti.
La domanda “che nome hai?” detta in modo scolastico esiste, ma può suonare un po’ rigida se buttata lì. In tanti contesti funziona molto meglio una frase più morbida, tipo “e tu?” con il nome già implicito, oppure chiedere conferma su come chiamare la persona.
In pratica, quello che vi consiglio è:
- se siete in gruppo: ascoltate i nomi degli altri e ripetete il nome della persona quando rispondete (aiuta tantissimo la memoria e fa piacere)
- se siete uno a uno: dopo la vostra presentazione, una domanda semplice e sorridente spesso basta, senza interrogatorio
E ricordate una cosa: in Giappone il silenzio dopo una domanda non è per forza imbarazzo. Può essere solo “sto pensando a come rispondere bene”.
Formale e informale
La differenza tra presentazione formale e informale non è solo “parole più difficili”. È quante informazioni date e quanto vi mettete al centro.
In informale:
- più breve
- più personale (un hobby, una cosa che vi piace)
- meno dettagli su lavoro e titoli
In formale:
- nome più ordinato
- azienda/ruolo prima degli hobby
- tono più “contenuto”, senza battute troppo presto
Ve lo dico sinceramente: la figuraccia più comune non è sbagliare una particella. È essere troppo informali troppo presto, perché in molte situazioni qui si parte con un minimo di distanza e poi si scioglie dopo.
In azienda
Se entrate in un’azienda, o vi presentate a persone legate al lavoro, la cosa che “suona giusta” è mettere ordine. Anche solo così:
- Hajimemashite.
- [nome] to moushimasu.
- [azienda/ruolo] desu (se lo volete dire).
- Yoroshiku onegaishimasu.
Se dovete dire qualcosa in più, non buttate dentro mille dettagli. Meglio una sola frase chiara su cosa fate o cosa farete. In certi contesti giapponesi la presentazione è davvero un biglietto da visita parlato: breve, pulito, senza cercare di convincere nessuno a forza di parole.
Tra amici
In contesti sociali la presentazione può essere più leggera, ma non diventa mai “casuale” come in altri Paesi. Spesso c’è comunque un momento in cui qualcuno dice: “ok, presentiamoci”.
Io vi direi di usare un jikoshokai piccolo, da 15–20 secondi, e poi lasciare spazio alle domande:
- nome
- da dove venite o dove vivete
- una cosa che vi piace
- yoroshiku
Se siete in un gruppo che condivide una passione (manga, musica, sport), l’hobby qui può stare anche prima del lavoro. E funziona, perché dà subito un appiglio agli altri per parlarvi.
Incontri di gruppo
Quando siete l’unica persona nuova in un gruppo già formato, spesso sarete voi a fare la presentazione “più lunga”, mentre gli altri magari dicono solo nome e fine. Non prendetela sul personale. È proprio il meccanismo: il gruppo è già “stabile”, la novità siete voi.
Qui un consiglio pratico che vale oro: preparatevi due versioni della stessa presentazione.
- versione corta (10 secondi) se capite che l’atmosfera è veloce
- versione media (20–30 secondi) se il gruppo vi sta ascoltando davvero
Non allungate oltre. Se avete cose interessanti da dire, arriveranno dopo, nelle domande. È lì che vi giocate tutto.
Inchino e postura
Non serve inchinarsi come in un film. Basta un gesto minimo, fatto bene. Una cosa che vedo spesso è la confusione delle mani: qualcuno le mette dietro la schiena, qualcuno gesticola troppo, qualcuno si irrigidisce.
Tenere le mani davanti al corpo, in modo neutro, vi fa sembrare subito più composti. E, di nuovo, evitate di inchinarvi mentre parlate: prima le parole, poi l’inchino. Sono dettagli minuscoli, ma qui i dettagli minuscoli si notano.
Errori comuni
Le figuracce tipiche sono ripetibili e quindi evitabili. Ve ne lascio alcune che vedo spesso, e che potete sistemare in cinque minuti:
- parlare troppo a lungo e perdere l’attenzione del gruppo
- mettere dentro troppe informazioni “da curriculum” in un contesto amichevole
- essere troppo scherzosi al primo giro, quando l’atmosfera è ancora seria
- fissarsi sul pronome watashi e usarlo in ogni frase, quando spesso si può omettere
- dire il nome in modo troppo veloce e poi doverlo ripetere tre volte
La cosa bella è che quasi tutto si risolve con una scelta: meno parole, più chiarezza.
Pronuncia e ritmo
Non serve la pronuncia perfetta, serve essere comprensibili. E per essere comprensibili dovete rallentare un filo e spezzare bene le frasi.
Io vi consiglio di allenarvi così:
- scegliete 4 frasi fisse (hajimemashite, nome, origine, yoroshiku)
- registratevi una volta col telefono
- ascoltate solo il ritmo, non “se siete bravi”
Spesso vi accorgerete che l’unico problema è che correte. E quando correte, anche una frase facile diventa difficile da capire.
Copione base
Vi lascio un copione semplice che potete copiare e adattare, senza complicarvi la vita. Non è “da teatro”, è una base.
Versione neutra:
- Hajimemashite.
- [Nome] desu.
- Itaria kara kimashita / Itaria-jin desu.
- [Hobby] ga suki desu.
- Yoroshiku onegaishimasu.
Versione più formale:
- Hajimemashite.
- [Nome] to moushimasu.
- [Ruolo] desu / [Settore] de hataraiteimasu.
- Yoroshiku onegaishimasu.
Diciamocelo: se riuscite a dirle con calma, avete già un livello che fa ottima impressione nella vita reale.
Messaggi e chat
Capita spesso di “presentarsi” prima via messaggio, soprattutto se qualcuno vi aggiunge a un gruppo o vi mette in contatto con un amico. Qui la logica è simile: breve, educato, senza romanzi.
Io farei così:
- una riga di saluto
- nome
- perché scrivete (una frase)
- yoroshiku
Evitate faccine a raffica se la persona non le usa. Partite sobri, poi vi adattate al tono che vedete dall’altra parte.
Il mio consiglio
La presentazione in giapponese non è un esame. È un modo per dire “sono qui, vi rispetto, facciamo le cose bene”. E se la prendete così, diventa anche divertente, perché vi accorgete che le persone vi ascoltano davvero.
Se dovessi dirvi cosa scegliere tra mille varianti, io sceglierei sempre la versione più semplice, detta bene. Poche frasi, ritmo calmo, un hobby solo, yoroshiku alla fine. E poi via, conversazione vera.
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Autore
Marco Togni
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).
