Haiku

La poesia ricopre un ruolo fondamentale nella cultura nipponica e per questo, al pari di altre antiche tradizioni, viene conservata gelosamente da secoli e resiste al trascorrere del tempo quasi senza modificare la propria forma e i contenuti. Una forma di componimento poetico è l’haiku, una brevissima poesia formata solo da tre versi e con caratteristiche ben precise.

Nell’haiku classico i versi sono formati da un numero fisso di diciassette sillabe, di cui cinque nel primo verso, sette nel secondo e di nuovo cinque nel terzo. Questo schema rigido potrebbe sembrare a primo impatto un ostacolo che limita la libertà di espressione del poeta, ma in realtà questo spinge l’autore ad individuare l’essenziale, scegliendo con grande accuratezza ogni singola parola, che diventa per il lettore quasi come un indizio da interpretare. In una composizione breve si cerca quindi di raccontare un intero mondo, rimanendo però in superficie e lasciando a chi legge il compito di trovare la propria soluzione e individuare una chiave di lettura personale. Per questo ogni haiku è anche difficile da commentare e da valutare e ciò che colpisce maggiormente è proprio il contrasto tra la sinteticità dei versi e la moltitudine di emozioni e suggestioni che questi possono evocare nel lettore.

Anche se oggi i temi trattati negli haiku possono spaziare in vari campi, in origine questo genere letterario veniva utilizzato principalmente per descrivere la natura e le emozioni che essa creava nell’animo del poeta. La contemplazione della natura diventa quindi un modo per parlare della condizione dell’uomo, dei suoi sentimenti e dei suoi dolori.

Sillabe o more: come si conta davvero

Quando si parla di diciassette sillabe si semplifica parecchio, perché in giapponese non si contano le sillabe ma le more, unità di suono più piccole: una vocale lunga vale due tempi e anche la enne finale conta da sola. Il risultato è che un haiku giapponese di diciassette more dice molto meno di quanto riusciamo a dire noi con diciassette sillabe italiane.
Proprio per questo molti traduttori e molti autori occidentali rinunciano allo schema 5-7-5 e preferiscono tenere i tre versi ma lasciare libero il conteggio. Quello che resta uguale, in giapponese come in italiano, è la brevità estrema e l’immagine unica su cui si regge tutta la poesia.

Com’è nato l’haiku

L’haiku nasce dal tanka, un altro tipo di poesia breve molto antica che si usava scrivere già nell’VIII secolo, e fa la sua prima apparizione attorno al 1600. Inizialmente indicato con il termine hokku, deve il suo nome attuale allo scrittore giapponese Masaoka Shiki, che coniò il termine ispirandosi all’espressione haikai no ku che letteralmente significa “verso di un poema a carattere scherzoso”.

Per la sua immediatezza e apparente semplicità, questo genere poetico si diffuse come forma di poesia popolare in contrasto con altri generi più complessi e solamente grazie a scrittori molto famosi come Matsuo Basho l’haiku divenne a tutti gli effetti una vera e propria forma d’arte e acquisì quel ruolo di rilievo che gli spetta.

Matsuo Basho

Matsuo Basho fu un monaco e celebre poeta giapponese del periodo Edo (1600) e divenne un illustre esponente della poesia haiku. Grande viaggiatore, Basho cominciò a scrivere poesie e racconti sin da giovane, diventando uno scrittore di successo e maestro di poesia. Nelle sue opere Basho descriveva le esperienze e le emozioni che scaturivano proprio durante i viaggi: nei suoi testi narra di scene di vita quotidiana e delle persone che incontra, della natura e di tutto ciò che si ritrova a contemplare e ad osservare. Il suo libro più famoso è Oku no hosomichi, la stretta via del nord: il diario di un lungo viaggio a piedi che lo portò per mesi nelle province settentrionali del Giappone, tra templi isolati, coste e valli. È un testo che alterna prosa e haiku, e ancora oggi in molti dei luoghi che attraversò trovate pietre incise con i versi che vi compose.

Anche lo studio del Buddismo Zen marchiò indelebilmente tutte le sue composizioni, portandolo a  ricercare uno stile essenziale e dai contenuti più profondi; in particolare Basho tratta il tema del  rapporto uomo-natura, due elementi che nelle sue poesie diventano un tutt’uno. Una delle innovazioni di Basho fu proprio quella di unire l’haiku ai principi del buddismo zen e grazie al suo contributo questo genere di poesia divenne una forma artistica più elevata. Il lavoro di Basho fu di grande ispirazione per altri scrittori giapponesi, tra cui Kobayashi Issa e Masaoka Shiki, e anche in Occidente nacque un interesse verso questo genere poetico: alcuni scrittori, come Henderson ed Ezra Pound si dilettarono nella composizione degli haiku.

Gli altri maestri dell’haiku

Basho non è rimasto solo: la tradizione riconosce altri tre nomi che vale la pena conoscere. Yosa Buson, vissuto nel Settecento, era anche pittore e i suoi haiku hanno un gusto quasi visivo, fatto di colori e di scene nitide. Kobayashi Issa, a cavallo tra Settecento e Ottocento, ebbe una vita segnata dai lutti e portò nell’haiku uno sguardo tenero verso gli animali piccoli e le cose fragili, spesso con una punta di ironia.
Masaoka Shiki, alla fine dell’Ottocento, è quello che ha dato il nome a questa poesia e l’ha rimessa al centro della letteratura giapponese, invitando i poeti a scrivere guardando le cose davanti a loro invece di ripetere immagini ereditate dai maestri. Mizuta Masahide, allievo di Basho, è invece un autore di un verso solo: quello del tetto bruciato e della luna, che da secoli continua a girare il mondo.

Le regole dell’haiku: kireji e kigo

Oltre al numero di sillabe, l’haiku si basa su altre regole. Una di queste è la contrapposizione tra due elementi o immagini che viene realizzata con l’inserimento di una parola (kireji) che “taglia” il componimento creando un rovesciamento semantico o concettuale. Questo elemento viene inserito alla fine di uno dei primi due versi e se in lingua giapponese viene rappresentato con parole come ya, kana e keri, in italiano non esiste una traduzione precisa, quindi il kireji viene reso con la punteggiatura, come un trattino, una virgola, un punto, ecc.

Un altro elemento sempre presente è il kigo, ovvero una parola che fa riferimento ad una  stagione ben precisa, dando al lettore un suggerimento sul periodo dell’anno in cui il componimento è stato scritto o in cui è ambientato.

Il kigo può essere un animale, ad esempio la rana che indica la primavera, o un evento naturale, come la fioritura dei ciliegi o la neve, che automaticamente fa capire al lettore in quale stagione ci si trova. Non è una scelta lasciata all’istinto: in Giappone esistono veri e propri repertori di parole stagionali, i saijiki, che raccolgono migliaia di termini divisi per stagione e spiegano a quale periodo rimanda ciascuno. Sono libri che i poeti consultano davvero mentre scrivono, una specie di dizionario delle stagioni, e leggerli è anche il modo più bello di accorgersi di quanto il calendario giapponese sia costruito sulla natura.

Alcuni esempi

Per capire meglio gli haiku, vediamo le composizioni più famose di alcuni autori.

Haiku di Issa

C’ero soltanto.
C’ero. Intorno
cadeva la neve.

Che mondo,
dove i fior di loto
vengono arati e trasformati in campo.

 Haiku di Basho

Nello stagno antico
si tuffa una rana:
eco dell’acqua.

La campana del tempio tace
ma il suono continua
ad uscire dai fiori. 

Sul sentiero di montagna
scorgo un non so che di grazioso,
un fior di violetta. 

Fitta nebbia:
invisibile, e pur suggestivo
il Fuji oggi.

Languore d’inverno:
nel mondo di un solo colore
il suono del vento. 

Senza morire…
dopo molte notti di viaggio
in un tramonto d’autunno. 

Haiku di Masahide

Il tetto si è bruciato:
ora
posso vedere la Luna.

L’haiku oggi in Giappone

L’haiku non è un genere da museo: in Giappone si scrive ancora, tantissimo. Ci sono circoli di poesia in ogni città, riviste dedicate, rubriche fisse sui quotidiani dove i lettori mandano i propri versi e un maestro sceglie i migliori, e perfino programmi televisivi in cui si compone a tema.
La capitale non ufficiale è Matsuyama, la città di Shiki, dove trovate decine di cassette per gli haiku sparse tra attrazioni, tram e alberghi: si imbuca il proprio componimento come fosse una lettera e ogni tre mesi vengono scelti i migliori. È una cosa che possono fare anche i visitatori stranieri, e a nostro parere è il modo più diretto di capire quanto questa forma sia ancora viva.

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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).