Insegna e menù di Sushi no Darihan a Shinjuku.

Come imparare il giapponese

Imparare il giapponese può essere più semplice di quanto sembri, se smettete di studiare “come a scuola” e iniziate a studiare per usarlo davvero.

Io vi dico subito una cosa che cambia tutto: il giapponese ha regole abbastanza lineari e una pronuncia molto vicina all’italiano. La parte che spaventa è la scrittura, soprattutto i kanji. E proprio per questo, all’inizio conviene essere furbi e concentrarsi su ciò che vi fa parlare e capire in fretta, senza perdere mesi in cose che non vi servono ancora.

Obiettivo reale

La prima domanda che vi consiglio di farvi non è “quanto voglio diventare bravo?”, ma “dove voglio arrivare in 3 mesi?”. Perché “imparare il giapponese” è troppo vago e vi porta a fare un po’ di tutto, male.

Un obiettivo concreto può essere: capire frasi semplici al konbini, ordinare al ristorante senza ansia, chiedere indicazioni, fare due chiacchiere basilari, leggere cartelli essenziali. Se poi il vostro obiettivo è passare un esame, cambiano le priorità. Ma se state imparando per viaggiare o per vivere meglio un’esperienza in Giappone, io partirei da lì: utilità immediata.

Marco Togni sorridente davanti a una scuola di lingua in Giappone.
Quando arrivi in Giappone ti prometti di studiare subito, poi vedi quante scuole ti “chiamano” per strada. Il punto è scegliere bene, non partire in quarta.
nota scritta in giapponese su finestra bagnata, con persona e ombrello dietro.
Poi arriva un tifone e la città si ferma con un foglio scritto a mano. È anche così che impari: leggere avvisi veri, non frasi da libro.

Pronuncia italiana

Qui avete un vantaggio enorme. Le vocali sono pulite, i suoni sono quasi sempre “come si scrivono”. Non dovete impazzire con suoni strani o con le lettere che cambiano a seconda della parola.

Io di solito consiglio una cosa semplice: nei primi giorni ascoltate tanto e imitate, anche senza capire tutto. Vi basta riconoscere ritmo e suoni. Se costruite subito una pronuncia decente, poi parlare diventa naturale e vi sentite meno “bloccati”.

Scrittura rimandata

Ve lo dico sinceramente: all’inizio fregatevene dei kanji. Non perché non servano, ma perché vi rubano energie proprio quando dovreste costruire la base.

Se partite dai kanji, rischiate mesi di studio “bellissimo sulla carta” e zero capacità di comunicare. Io preferisco l’opposto: prima comunicazione, poi lettura, poi scrittura. È un ordine che vi fa vedere risultati e vi tiene motivati.

Questo non significa ignorare tutto. Significa scegliere il momento giusto. I kanji entrano dopo, quando avete già frasi, vocaboli e un minimo di grammatica in testa.

Frasi base

Le frasi base non sono una lista da recitare. Sono mattoni che vi salvano la vita, e vi insegnano già la struttura della lingua senza che ve ne accorgiate.

Io vi direi di memorizzare subito:

  • saluti e formule semplici (buongiorno, buonasera, grazie, scusi)
  • presentazioni minime (mi chiamo…, sono…, vengo da…)
  • richieste pratiche (dov’è…, quanto costa…, posso…, va bene così?)
  • emergenze tranquille (ho bisogno di…, mi sono perso, posso avere aiuto?)

Il trucco è ripeterle ad alta voce. Non in testa. Ad alta voce. Se le sapete dire, le sapete usare.

Kanji giapponesi stilizzati con traduzioni inglesi su una parete.
Questi kanji disegnati con le parole in inglese sono una scorciatoia geniale. Quando li vedi in giro, capisci che memorizzare è più facile se agganci il senso.
Cartello con nomi tradotti in giapponese per kanji e tatuaggi.
Il cartello che traduce nomi in kanji sembra un gioco per turisti. In realtà è una lezione: un kanji non è “una lettera”, è una scelta di significati.

Vocabolario utile

Dopo le frasi base, secondo me la cosa che vi fa fare il salto è il vocabolario. Perché nella vita vera spesso basta una parola per farsi capire.

Se siete in un ristorante e dovete andare in bagno, non serve costruire una frase perfetta. Basta dire “scusi… bagno?” e vi indicano subito. Questa è una cosa che vedo continuamente: persone con tanta grammatica e pochissime parole in tasca.

Io vi consiglio di creare un vocabolario “da realtà”, non “da libro”. Cose concrete:

  • cibo e ingredienti comuni
  • trasporti (stazione, uscita, biglietto, binario)
  • oggetti quotidiani (acqua, sacchetto, carta, contanti)
  • verbi pratici (andare, venire, entrare, uscire, pagare, aspettare)
  • aggettivi essenziali (caldo, freddo, grande, piccolo, piccante, dolce)

Se ogni settimana aggiungete parole che incontrate davvero, vi resta tutto più in testa.

Flashcard intelligenti

Per i vocaboli io preferisco le flashcard, perché sfruttano la ripetizione “spaziata”: ripassate quando state per dimenticare, non quando vi ricordate già benissimo.

A me piace Memrise, ma anche Duolingo può essere utile, soprattutto se vi serve una routine facile. Il punto però non è l’app. Il punto è il metodo:

  • pochi minuti al giorno, tutti i giorni
  • parole utili, non parole random
  • ripasso costante, non maratone

Se avete voglia, potete anche farvi le flashcard a mano. Funziona. Però le app hanno un vantaggio enorme: tengono memoria di cosa sapete e cosa no, e vi fanno risparmiare tempo.

Hiragana e katakana

A un certo punto entrano loro: hiragana e katakana. Sono due alfabeti sillabici, non “alfabeti” come il nostro. Il numero di segni è gestibile. Non sono un mostro.

Io vi consiglio di imparare prima a leggere, poi a scrivere se vi va. Nella vita quotidiana, scrivere a mano serve molto meno di quanto si pensi. Leggere invece serve eccome: menu, cartelli, etichette, biglietti, nomi.

Il katakana vi torna utilissimo per parole straniere, nomi, prodotti, menu “occidentali”. L’hiragana è la base della grammatica e della lettura semplice. Se avete solo una settimana, io partirei dall’hiragana. Se avete due settimane, fate entrambi.

Romaji con criterio

All’inizio può essere comodo usare il romaji, cioè la trascrizione con lettere nostre. Io non lo demonizzo. Però va usato come stampella temporanea.

Se restate troppo sul romaji, succede una cosa fastidiosa: vi sembra di leggere giapponese, ma in realtà state leggendo italiano travestito. E quando poi vedete hiragana e katakana, vi crolla tutto.

Quindi sì, romaji nei primi giorni per non bloccarvi. Poi via, gradualmente. Anche solo sostituendo le frasi base con la versione in hiragana.

Grammatica minima

Il giapponese ha una grammatica che, per certe cose, è più semplice di quanto si creda. Non avete generi, non avete coniugazioni “alla italiana” piene di eccezioni come le nostre. Ma avete un ordine della frase diverso e delle particelle che vanno capite bene.

Io inizierei da tre idee fondamentali:

  • ordine della frase: spesso il verbo arriva alla fine
  • particelle: segnano i ruoli nella frase (chi fa cosa, dove, con cosa)
  • forma cortese: è quella che vi serve per parlare con sconosciuti

Un esempio semplice: “io a casa vado”. È l’idea. All’inizio vi suona strano, poi diventa naturale. E quando vi entra in testa, iniziate a costruire frasi anche con poco lessico.

Parlare presto

Molti aspettano “di essere pronti” per parlare. Io, invece, vi consiglierei il contrario: parlare presto, ma con frasi semplici e con l’umiltà di sbagliare.

Parlare presto vi serve per tre motivi:

  • vi sblocca la lingua
  • vi fa capire cosa vi manca davvero
  • vi abitua al ritmo reale, che nei libri non c’è

Non serve fare conversazioni profonde. Basta riuscire a fare micro-scambi: chiedere, ringraziare, confermare, correggersi. È lì che imparate.

Lezioni e scambi

Se avete budget e volete accelerare, una lezione a settimana con una persona brava fa miracoli. Non tanto per “studiare”, ma per avere qualcuno che vi corregge in modo pratico e vi costruisce un percorso.

Se invece preferite spendere zero, gli scambi linguistici sono ottimi. Funzionano bene quando vi date una struttura:

  • prima 15 minuti in italiano, poi 15 in giapponese
  • temi concreti (presentazioni, cibo, trasporti, lavoro, hobby)
  • frasi da riutilizzare, non discussioni infinite

Io onestamente eviterei gli scambi dove si parla in inglese tutto il tempo “perché è più comodo”. Se vi state allenando, dev’essere un allenamento vero, anche se faticoso.

Ascolto quotidiano

L’ascolto è la parte più sottovalutata. Eppure è quella che vi fa capire davvero, anche quando non avete tutte le parole.

Io vi consiglio un ascolto semplice e ripetuto:

  • brevi clip con linguaggio naturale
  • stessi contenuti riascoltati più volte
  • attenzione al ritmo, non alla traduzione perfetta

Se vi sembra di non capire niente, è normale. Non dovete capire tutto. Dovete riconoscere sempre di più. È una differenza enorme.

Sottotitoli utili

I sottotitoli sono un’arma a doppio taglio. Se li usate bene, vi aiutano. Se li usate male, vi fanno stare nella vostra zona comoda.

Un modo pratico:

  • prima guardate con sottotitoli in giapponese (anche se capite poco)
  • poi rivedete un pezzo con sottotitoli nella vostra lingua solo per chiarire
  • poi tornate al giapponese e provate a “sentire” le parole

Se fate sempre e solo sottotitoli nella vostra lingua, rischiate di non allenare l’orecchio.

Kanji a tappe

Quando arriva il momento dei kanji, io farei una cosa molto concreta: pochi kanji, ma ad alta resa. Quelli che vedete ovunque.

Non serve conoscerne mille per iniziare. Serve riconoscere quelli che compaiono in:

  • stazioni e indicazioni
  • cibo e menu
  • numeri e quantità
  • parole ricorrenti in cartelli e avvisi

E anche qui: prima riconoscere, poi scrivere. Scrivere a mano può diventare un hobby o una necessità specifica, ma non è il cuore dell’imparare a comunicare.

Persona seduta per strada a shinjuku davanti a insegne al neon di kabukicho
Kabukicho di notte sembra un set, ma è anche pieno di cartelli e frasi facili da leggere. Se studi, qui fai pratica senza accorgertene, tra insegne e annunci.
Ingresso di un ristorante giapponese ad Aomori con insegne kanji e statua di tanuki.
In provincia cambia tutto: kanji ovunque, meno inglese, più dialetto. È qui che capisci se hai davvero imparato a cavartela da solo.

Scrivere al telefono

Per scrivere in giapponese su telefono e computer, non vi serve sapere disegnare kanji. Vi basta sapere come si pronuncia la parola. Digitate in romaji, il sistema vi propone le opzioni, scegliete quella giusta.

È uno dei motivi per cui io non considero la scrittura a mano una priorità per tutti. Se il vostro obiettivo è comunicare, il digitale vi semplifica la vita tantissimo.

Errori tipici

Ci sono tre trappole in cui vedo cadere spesso chi inizia.

La prima: studiare troppo “teoria” e usare poco la lingua. Se fate solo esercizi e non provate mai a parlare, vi sembra di sapere, ma poi vi manca il coraggio pratico.

La seconda: accumulare risorse. App, libri, corsi, video, schede. Alla fine non seguite nulla con continuità.

La terza: puntare troppo presto alla perfezione. Il giapponese reale perdona tantissimo, se siete chiari. Meglio una frase semplice detta bene, che una frase complessa detta a metà.

Routine sostenibile

La routine migliore è quella che riuscite a fare anche quando avete poca voglia. Io preferisco poco ma costante, perché la lingua è memoria e abitudine.

Un esempio realistico, senza diventare monaci:

  • 10 minuti di flashcard al giorno
  • 10 minuti di ascolto al giorno
  • 2 volte a settimana 15 minuti di “parlato”, anche da soli (ripetere frasi, simulare dialoghi)
  • una volta a settimana conversazione o lezione, se potete

Se avete più tempo, bene. Se ne avete meno, stringete. Ma tenete il ritmo.

Studiare da soli

Studiare da soli funziona, ma va impostato bene. Io vi direi di scegliere una “spina dorsale” e poi aggiungere il resto.

La spina dorsale può essere un libro, un corso, una serie di lezioni, un percorso che vi dà ordine. Se saltate da una cosa all’altra, imparate pezzetti e poi vi sentite sempre “a metà”.

Nel mio libro Instant Giapponese, per esempio, ho messo frasi, grammatica base, vocaboli e consigli pratici proprio con questa idea. Non lo dico come pubblicità: se non lo volete comprare va benissimo. Potete anche prenderlo in biblioteca e sfogliarlo. Il punto è avere un percorso che non vi faccia perdere tempo.

Studiare per JLPT

Se il vostro obiettivo è il JLPT, dovete fare un patto con voi stessi: lì servono anche cose meno “divertenti”. Lettura, kanji, grammatica più ampia, esercizi mirati.

Io imposterei così:

  • vocaboli e kanji giornalieri con ripasso serio
  • tanta lettura di livello adatto, ogni settimana
  • ascolto mirato con domande, non solo passivo
  • simulazioni d’esame quando vi avvicinate

Il JLPT si supera con strategia e allenamento, non solo “sapendo la lingua”. Sono due cose che si sovrappongono, ma non sono identiche.

Educazione linguistica

Un dettaglio che vi fa sembrare subito più naturali è la forma cortese. Non serve parlare “super formale”, ma usare le basi di educazione vi apre porte e vi fa ricevere risposte più calme e gentili.

Io vi consiglio di imparare presto:

  • le forme di ringraziamento e scuse
  • come chiedere permesso
  • come chiedere una ripetizione senza imbarazzo

Sono frasi che userete ogni giorno, e vi salvano anche quando non avete il resto.

Accento e naturalezza

Ogni tanto qualcuno scopre la questione dell’accento tonale e va nel panico. Io la vedo così: non ignoratelo per sempre, ma non fatelo diventare un’ossessione all’inizio.

Se pronunciate chiaro e parlate con ritmo semplice, vi capiscono. Poi, col tempo, migliorate la naturalezza ascoltando e copiando i madrelingua. È un lavoro che si fa a strati.

Venire in Giappone

La scorciatoia più potente, ovviamente, è essere qui. Non perché “imparate per magia”, ma perché la lingua vi entra addosso: cartelli, annunci, conversazioni, menu, piccole frasi ripetute mille volte.

Se potete fare un periodo in Giappone con l’idea di studiare e praticare, il progresso diventa più rapido e più stabile. E se vi serve un aiuto pratico per organizzarvi, orientarvi e non perdere settimane in burocrazia e indecisioni, io vi consiglio GiappoLife: è un servizio gratuito con cui vi aiutiamo in tutto, proprio per rendere più semplice fare questo passo.

Motivazione vera

La motivazione non è guardare un video ispirazionale. La motivazione è vedere che capite qualcosa in più ogni settimana.

Io vi giuro che la differenza tra “non capisco nulla” e “capisco abbastanza per cavarmela” spesso non è talento. È continuità e scelte intelligenti. Se tagliate le cose inutili all’inizio, e costruite una base che potete usare, il giapponese smette di sembrare un muro e diventa una strada.

Il mio consiglio

Se dovessi dirvelo in modo secco, farei così: frasi base subito, vocabolario utile ogni giorno, hiragana e katakana per leggere, grammatica minima per comporre frasi, parlare presto anche male, kanji a tappe quando siete pronti.

Poi, quando vi sentite più solidi, potete “raffinare” tutto. Ma prima serve la sostanza. E la sostanza è capire e farvi capire.

Alla fine è anche una scelta personale. C’è chi si diverte con i kanji, chi ama la grammatica, chi impara solo ascoltando. Io sceglierei la via più pratica, quella che vi dà risultati e vi fa venire voglia di continuare. E magari un giorno vi ritrovate a leggere un menu senza traduttore, a ordinare tranquilli, a capire una battuta semplice detta al volo. È lì che vi scatta qualcosa. E da lì non tornate più indietro.

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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).