Allungamenti vocalici in giapponese
Il giapponese ha una magia semplice: cambi una cosa piccola nella pronuncia, e cambia tutto il significato.
Gli allungamenti vocalici sono proprio questo. Una vocale tirata un filo più lunga, che per chi arriva qui per viaggio sembra un dettaglio, ma nella pratica è una delle cose che vi fa capire e farvi capire meglio, anche solo leggendo un menu o cercando una stazione sul telefono. Ve lo dico sinceramente: è uno di quei temi che, se lo afferrate bene una volta, poi vi resta lì per sempre.
Indice
Perché contano
In italiano siamo abituati a dare peso alle doppie: “pala” e “palla” non sono la stessa cosa. In giapponese succede una cosa simile con le vocali: una vocale lunga non è “la stessa vocale detta con calma”, è proprio un suono diverso, e spesso distingue parole diverse.
Questo si sente tantissimo con esempi super quotidiani. “Obasan” e “obaasan” sono due parole diverse: una è “zia”, l’altra è “nonna”. Non è un dettaglio da scuola: è una differenza che potete incontrare parlando di famiglia, guardando un cartello di un museo per bambini, o ascoltando una guida che racconta una storia. Se all’inizio vi sembra una sottigliezza, tranquilli: è normale. La buona notizia è che l’orecchio si abitua in fretta, se sapete cosa ascoltare.
Okaasan esempio base
L’esempio classico funziona sempre perché è chiaro: “okaasan” (mamma) ha la “a” lunga. Non si legge “oka-asan” scandendo due “a” separate, si sente una “a” che dura di più, come se la voce si allungasse.
Io di solito lo spiego così: immaginate la differenza tra dire “nonna” con la doppia e dire “nona” senza doppia. Non è che vi fermate a contare le lettere, è una questione di durata e ritmo. In giapponese la durata della vocale fa parte della parola, quindi se la tagliate troppo corta, a volte sembra proprio un’altra parola, o sembra “strana” anche se la persona capisce lo stesso.
Come si scrive
Se studiate con libri o app, vi capiteranno due modi per indicare le vocali lunghe in romaji.
Uno è con il trattino sopra la vocale: ā, ī, ū, ē, ō. È corretto e pulito, lo trovate spesso in testi più “accademici” o in dizionari.
L’altro è scriverle come suono, usando doppie vocali o combinazioni pratiche: “okaasan”, “chiisai”, “suugaku”. A me piace questo sistema perché vi obbliga a vedere subito che lì c’è qualcosa da allungare. E quando scrivete al computer o sul telefono, è più naturale digitare lettere normali che mettervi a cercare simboli strani.
Il trucco del ritmo
L’allungamento in giapponese non è “mettere enfasi”, è tenere il tempo. Se vi immaginate la parola come una sequenza regolare di battiti, la vocale lunga occupa due battiti invece di uno.
Questa idea vi aiuta anche a non esagerare. Molti, per paura di sbagliare, fanno vocali lunghissime tipo teatro. Non serve. Basta che siano un po’ più lunghe di una vocale corta, in modo coerente. Se riuscite a sentirlo voi, lo sentirà anche chi vi ascolta.
Errori più comuni
Gli errori tipici sono due, e ve li dico in modo secco perché li vedo spesso.
- accorciare tutto: vi viene naturale parlare “veloci” e tagliare le vocali. Risultato: parole impastate, e alcune differenze spariscono.
- separare le vocali: vedete “aa” e fate “a-a” come due pezzi distinti. In giapponese, di solito, è un allungamento fluido.
Se vi registrate col telefono e riascoltate, ve ne accorgete subito. Non serve farlo ogni giorno, ma farlo una volta ogni tanto è utilissimo.
Coppie che cambiano
Ci sono esempi che, quando li capite, vi fanno scattare una lampadina perché mostrano quanto conta la durata.
Uno è “biru” e “biiru”. Il primo è “edificio”, il secondo è “birra”. Capite subito perché conviene distinguerli, soprattutto se siete al bancone e dite una parola pensando all’altra.
Un altro è “ojisan” e “ojiisan” (zio / nonno). Stessa logica di prima, ma con suoni diversi. E poi c’è “koko” e “koukou” (qui / liceo), che vi fa vedere quanto la “o” lunga compaia spesso in parole comuni.
Non serve memorizzare liste infinite. Bastano alcune coppie come queste per allenare l’orecchio: da lì in poi, il cervello comincia a “crederci” e a notarle anche in parole nuove.
La vocale o lunga
Qui c’è un punto che confonde tanta gente: in romaji, la “o” lunga spesso si scrive “ou”. Ma non significa che pronunciate “o-u” come due vocali separate.
Esempio tipico: “arigatou”. La pronuncia è un “arigatoo”, con la “o” che dura di più. Lo stesso vale per “imouto”, che in pronuncia suona “imooto”.
Questa scrittura “ou” viene dal modo in cui la parola è scritta in kana. Non è un tranello, è solo che il giapponese ragiona in sillabe e suoni in modo diverso dall’italiano. A voi interessa una cosa sola: sentire che quella “o” è lunga, e farla durare un po’ di più.
La vocale e lunga
Anche la “e” lunga ha un trucco simile: spesso si scrive con “ei”, ma la pronuncia assomiglia a una “e” più lunga.
Esempio super comune: “kirei”. Molte persone la leggono “ki-re-i” con tre pezzetti. In realtà suona più come “kiree”, con la “e” allungata.
Poi è chiaro: nella vita reale sentirete variazioni, accenti regionali, velocità diverse. Ma come base, pensatela così: “ei” in tante parole vi indica che quel suono non è una “e” corta secca, ma una “e” che si stende un po’.
Kana e trattino
Fin qui abbiamo parlato di romaji, perché è quello che usate spesso quando iniziate. Ma quando vedete il giapponese scritto davvero, gli allungamenti si notano in modo diverso.
In katakana (quello usato per parole straniere, nomi, marchi), la vocale lunga spesso si scrive con un trattino orizzontale “ー”. Per esempio, in molte parole prese dall’inglese lo vedete chiarissimo: è letteralmente un segno che dice “tieni la vocale più lunga”.
In hiragana (quello usato per parole giapponesi “normali”), l’allungamento è spesso scritto aggiungendo una vocale. E qui tornano quei pattern di prima: per la “o” spesso compare una “う”, per la “e” spesso compare una “い”. Non dovete diventare professori: l’idea è solo capire che non è decorazione, è informazione sonora.
Piccole eccezioni
Come sempre, esistono eccezioni. Ve lo dico subito così non vi incastrate: non tutte le parole seguono sempre lo schema “o lunga = ou” o “e lunga = ei” in modo perfetto e prevedibile al 100%.
Ogni tanto trovate parole dove la storia della lingua ha lasciato forme un po’ particolari. Nei testi di studio, spesso vengono citati esempi come “oneesan” (sorella maggiore), “tooi” (lontano), “ookii” (grande), “koori” (ghiaccio). Sono utili perché vi fanno capire che il giapponese non è una macchina matematica, è una lingua viva con strati diversi.
Il modo più semplice per gestirla è questo: imparate la regola generale, poi accettate che alcune parole le assorbite “così come sono” perché le vedete e le sentite spesso.
Capire al volo
Quando siete in viaggio, la domanda pratica è: “Ok, bello, ma a cosa mi serve domani?”
Vi serve soprattutto in tre situazioni.
- quando cercate una parola sul telefono: se la digitate senza allungamento, a volte l’autocompletamento vi propone cose diverse o vi porta su un’altra parola.
- quando ripetete un nome: quartieri, stazioni, piatti. Se la vocale è lunga e voi la tagliate, chi vi ascolta spesso capisce lo stesso dal contesto, ma vi chiede di ripetere perché il suono non “chiude”.
- quando leggete cartelli con romaji: non sempre il romaji è scritto nello stesso modo ovunque, e saper riconoscere una vocale lunga vi evita confusione su parole simili.
Non è una cosa che vi blocca il viaggio, ovvio. Però è uno di quei dettagli che vi fa sentire meno “in balia” dei suoni, e più padroni di quello che state guardando e dicendo.
Pronuncia e cortesia
C’è anche un aspetto umano che secondo me vale la pena dire: provare a fare gli allungamenti non è “fare i fenomeni”, è un gesto di chiarezza. In Giappone la comunicazione quotidiana è piena di piccole attenzioni, e parlare in modo comprensibile rientra in quelle attenzioni.
Io onestamente consiglio di puntare a poche cose fatte bene: allungamenti vocalici, consonanti doppie (tipo il piccolo “tsu”), e un ritmo generale pulito. Non serve imitare un madrelingua o cambiare voce. Basta che il suono sia leggibile. Vi giuro che, anche con un accento straniero evidente, se il ritmo è giusto vi capiscono molto meglio.
Un esercizio semplice
Se volete allenarvi senza annoiarvi, c’è un esercizio che funziona perché è corto e concreto.
Scegliete 5 parole che sapete che hanno una vocale lunga e che potreste usare davvero (mamma, birra, bello, lontano, sorella). Le pronunciate lentamente una volta, poi le pronunciate a velocità normale mantenendo solo la durata giusta.
Poi prendete 2 coppie “corta vs lunga” (tipo biru/biiru, ojisan/ojiisan) e alternatele come se fossero due parole italiane diverse. L’obiettivo non è farle perfette, è farvi sentire la differenza. Dopo qualche giorno, la differenza vi sembra meno “teorica” e più naturale.
Quando ve ne accorgete
La cosa divertente è che a un certo punto succede una specie di clic: iniziate a riconoscere le vocali lunghe ascoltando, senza pensarci troppo.
Di solito succede quando cominciate a sentire spesso parole ripetute in contesti reali: annunci in stazione, commesse che chiedono una cosa standard, qualcuno che vi dà indicazioni. A quel punto il cervello smette di trattare la vocale lunga come “regola” e la tratta come parte del suono.
E lì cambiano anche le vostre letture in romaji: “okaasan” non lo vedete più come “due a”, lo vedete come “quella parola lì”, con quel ritmo.
Il mio consiglio
Se dovessi scegliere una sola cosa da portarvi via, sarebbe questa: non cercate di “studiare gli allungamenti”, cercate di sentirli come differenza di durata, come le doppie in italiano.
Poi, nella pratica, usate un sistema di scrittura che vi aiuta a ricordarveli. A molte persone fa comodo scrivere “okaasan” invece di “okāsan”, perché la doppia lettera vi rimane più impressa. Altre preferiscono il trattino sopra perché è più pulito. Va bene tutto, basta che vi porti a pronunciare meglio.
E soprattutto: non fatevi bloccare dalla paura di sbagliare. Pronunciate, ascoltate, aggiustate un millimetro alla volta. A fine giornata, la differenza tra vocale corta e vocale lunga non è una roba da esame. È una piccola chiave che apre tante porte, anche solo per ordinare una birra senza finire a parlare di edifici. Diciamocelo: già questo vale l’articolo, no?
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Autore
Marco Togni
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).