Samurai

I Samurai erano valorosi guerrieri a difesa dei nobili durante le numerose guerre tra piccoli stati rivali nell’antico Giappone feudale. Col tempo l’importanza e il prestigio di questa classe guerriera crebbe notevolmente, andando a diventare uno dei più alti ranghi della piramide sociale giapponese.

Il nome deriva da saburai, che nel periodo Heian stava ad indicare un servo. Talvolta i samurai venivano chiamati anche bushi, ossia “illuminati“, con riferimento alla conoscenza che caratterizzava questa classe sociale, dedita non solo alla guerra, ma anche a pratiche zen, speculative e filosofiche: grande fonte di ispirazione nella condotta del samurai era infatti costituita dai culti shintoisti, buddhisti e confuciani, culture spirituali che condizionavano e arricchivano la vita quotidiana dei samurai, rendendoli spesso raffinati e colti, oltre che esperti uomini d’armi.

A seconda dei periodi storici, i samurai godettero di reputazione altalenante e svolsero funzioni sociali differenti: da colti burocrati a rappresentati cerimoniali, da militari tout court a semplici guerrieri privi di vincoli e dediti ai saccheggi. Infine, nel corso del XIX , la classe samurai venne ufficialmente abolita, quando il Giappone optò per un esercito regolare in stile occidentale, pur mantenendo il rigido codice d’onore che caratterizzò e ancora oggi caratterizza la società giapponese moderna.

Devozione al padrone e codice d’onore

Il samurai era totalmente devoto al proprio padrone, il daimyo, e seguiva fedelmente il cosiddetto bushido, letteralmente “la via del guerriero”, un codice di comportamento da adottare sia in guerra sia nella vita quotidiana: sobrietà, dovere, saggezza, valore, coraggio, lealtà e onore, queste le parole chiave del bushido, il tutto in un armonioso equilibrio tra riflessione e azione.
Il vero samurai veniva formato sin da bambino, attraverso pratiche e sacrifici, mirando ad ottenere una perfetta padronanza della propria sfera emotiva.
In base alle regole scritte di Minamoto Yoritomo, ogni samurai si impegnava a servire e difendere il proprio signore fino alla morte, ricevendone in cambio un possedimento fondiario detto chigyochi: la solidità e indissolubilità di questo legame si traduceva spesso nel suicidio del samurai a seguito della morte del proprio padrone. I samurai che avevano perso il favore del loro padrone venivano chiamati ronin, ossia uomini-onda, liberi da ogni tipo di vincolo, spesso con accezione negativa.
La particolare cerimonia di investitura del X secolo prevedeva che il samurai bevesse il liquido in cui era stato sciolto il rotolo del giuramento, in modo da assorbirne e metabolizzarne simbolicamente il contenuto.

Le armi dei samurai

Uno dei tratti più caratteristici della cultura bellica dei samurai era proprio il massiccio utilizzo delle armi, da loro considerate una parte fondamentale del loro essere guerrieri, ben lontano da qualsiasi risvolto etico. Per un certo periodo si pensava addirittura che la katana (spada) di un samurai ospitasse la sua anima. Altra arma importante era l’arco, uno strumento che permetteva lanci precisissimi da distanze notevoli, usato sia a piedi che a cavallo, una pratica, quest’ultima, che finì per costituire un vero e proprio cerimoniale. Oltre ad arco e katana, i samurai si servivano spesso di lance, o yari, spesso più efficaci delle spade, soprattutto negli scontri di grande portata.

La solenne pratica del seppuku

Il seppuku indica un rituale di suicidio molto diffuso tra i samurai: secondo il pensiero comune, il ventre era la sede dell’anima, e trafiggersi questa parte del corpo significava mostrare che la propria anima era pura e priva di colpe, mentre l’harakiri, di fatto simile al seppuku, serviva più semplicemente per sfuggire alla morte per mano del nemico oppure per espiare le colpe commesse. Durante il rito del seppuku, il samurai si inginocchiava, in modo tale da evitare di cadere all’indietro e morire con onore cadendo invece in avanti; spesso accadeva che un compagno fidato del samurai, chiamato Kaishakunin, provvedesse poi alla decapitazione solenne del suicida in modo che il dolore non gli deformasse l’espressione del volto, pratica non prevista dall’harakiri.

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