Una coppia con cappelli di paglia e valigie attende il treno su una banchina ferroviaria in Giappone.

Vivere in Giappone da pensionati

Vivere in Giappone da pensionati è possibile, e se ci state pensando sul serio vale la pena studiarsi bene la parte burocratica prima di sognare la casetta in campagna. Il Giappone è un paese sicuro, pulito, con una sanità pubblica solida e trasporti che permettono di muoversi anche senza macchina. Per chi ha una certa età sono cose che contano parecchio.
Mi scrivono spesso persone in due situazioni molto diverse. Da una parte c’è chi vive già qui, magari da tanti anni, e si chiede cosa succede quando smette di lavorare.
Dall’altra c’è chi vive in Europa e vuole trasferirsi in Giappone una volta arrivata la pensione. Le due strade hanno regole completamente diverse, e per chi arriva da fuori la partenza è parecchio in salita.

Il visto per pensionati

Il Giappone non ha un visto per pensionati. In paesi come la Thailandia, le Filippine o il Portogallo basta dimostrare di avere una pensione o dei risparmi e si ottiene il permesso di restare. In Giappone questa possibilità non esiste, e il governo non ha mai voluto crearla.
Tutti i permessi di soggiorno giapponesi sono legati a qualcosa che fate: lavorare, studiare, essere sposati con qualcuno che vive qui. Avere un reddito, anche alto, non basta. Ricevere la pensione ogni mese non è un’attività riconosciuta per restare, e nemmeno comprare casa dà diritto al visto: potete diventare proprietari di un appartamento a Kyoto e comunque restarci solo da turisti.

Dall’Italia si entra in Giappone senza visto per un massimo di 90 giorni. È una permanenza da turista, pensata per viaggiare, e non si può usare per vivere qui facendo avanti e indietro per anni: chi passa mesi e mesi in Giappone con continui ingressi da turista rischia domande scomode al controllo passaporti.

Marco Togni in maglietta blu scatta un selfie all'interno dell'aeroporto di Narita davanti al tabellone degli arrivi.
Appena sbarcati a Narita il tabellone degli arrivi segna l'inizio di una nuova quotidianità. Per stabilirsi definitivamente serve un visto specifico.
Persone con bagagli percorrono un corridoio all'arrivo in Giappone all'aeroporto di Narita, decorato con grafiche di Donke...
Nel corridoio verso la dogana si mescolano turisti e futuri residenti. I controlli per chi si trasferisce richiedono la compilazione di moduli dedicati.

Chi vive già qui

Chi vive in Giappone da tempo è in una posizione molto più comoda, ma dipende tutto dal tipo di permesso che ha. Con la residenza permanente o con un visto da coniuge di un cittadino giapponese la pensione non cambia niente: si resta, si vive come prima e si continua a usare la sanità pubblica.
Il problema vero ce l’ha chi è qui con un visto di lavoro. Quel permesso esiste perché lavorate, e quando smettete non potete rinnovarlo. Per questo vi consiglio di pensare alla residenza permanente molto prima della pensione, non l’anno prima.

In linea generale per chiederla servono almeno 10 anni di vita in Giappone, di cui almeno 5 con un visto di lavoro o un permesso di tipo familiare. Conta moltissimo la regolarità: tasse, contributi della pensione e assicurazione sanitaria vanno pagati e pagati in tempo. Un pagamento fatto in ritardo, anche se poi saldato, pesa negativamente sulla domanda, e i requisiti vengono applicati in modo rigido.
Una volta ottenuta la residenza permanente, c’è una regola che molti pensionati sottovalutano. Se uscite dal Giappone con il permesso di rientro semplificato, quello che si sceglie al controllo passaporti in aeroporto, dovete tornare entro un anno.
Chi prevede di passare periodi lunghi in Europa, magari per stare vicino ai nipoti o per curare un genitore, deve chiedere prima all’ufficio immigrazione il permesso di rientro normale, che può durare fino a 5 anni. Se lo si dimentica e si resta via troppo, la residenza permanente si perde. Capita più spesso di quanto si pensi.

La pensione giapponese

Chi ha lavorato in Giappone ha versato contributi al sistema pensionistico giapponese, e questi soldi non vanno persi. Per avere diritto alla pensione di vecchiaia servono in generale almeno 10 anni di contributi, sommando quelli versati come dipendente e quelli pagati per conto proprio.
Chi lascia il Giappone prima di arrivare ai 10 anni può chiedere un rimborso parziale in un’unica soluzione, calcolato solo su un numero limitato di anni. È una somma che fa comodo, però è decisamente inferiore a quanto versato. Prima di chiederla conviene fare due conti, perché con il rimborso quegli anni di contributi si azzerano.

C’è poi un dettaglio importante per chi ha lavorato sia in Italia sia in Giappone. L’accordo previdenziale tra i due paesi serve soprattutto a evitare di pagare i contributi due volte a chi viene mandato all’estero dalla propria azienda. Gli anni versati in Italia e quelli versati in Giappone invece non si sommano: ogni paese guarda solo ai suoi, e i 10 anni vanno raggiunti in Giappone.
Molte persone che vivono qui da tanto finiscono con due pensioni, una giapponese e una italiana, entrambe non altissime. Messe insieme, però, spesso bastano per vivere dignitosamente, soprattutto fuori dalle grandi città.

Chi arriva dall'estero

Per chi non ha mai vissuto in Giappone l’unica cosa che si avvicina a un visto per pensionati è il permesso di soggiorno lungo per turismo e riposo. In giapponese si chiama tokutei katsudo, cioè attività designate, ed è pensato per persone benestanti dei paesi che entrano in Giappone senza visto.
I requisiti sono pochi ma pesanti. Bisogna avere almeno 18 anni e dei risparmi in banca per almeno 30 milioni di yen, che per una coppia sposata possono essere sommati; se però anche il coniuge chiede lo stesso permesso, la soglia sale a 60 milioni. Serve poi un’assicurazione sanitaria privata che copra malattie, infortuni e decesso per tutto il periodo, e l’estratto conto degli ultimi sei mesi per dimostrare che quei soldi sono davvero vostri.

Il permesso dura sei mesi e si può rinnovare una volta, quindi al massimo si arriva a un anno. Poi bisogna lasciare il Giappone. Non si può lavorare, non si ottiene la tessera di residenza e non si entra nella sanità pubblica.
Anche il tempo passato qui con questo permesso non conta per la residenza permanente. Ve lo dico sinceramente: più che un trasferimento è una lunga vacanza di lusso. Lo vedo adatto a chi vuole provare a vivere un anno in Giappone prima di prendere decisioni, non a chi vuole stabilirsi.

Le alternative possibili

Se l’obiettivo è restare per anni, bisogna rientrare in una delle categorie che il Giappone già prevede. Nessuna è stata pensata per i pensionati, e alcune sono realistiche solo in casi particolari.

  • Il visto da coniuge è la strada più semplice per chi è sposato con un cittadino giapponese o con uno straniero che ha la residenza permanente, e dopo alcuni anni permette di chiedere la residenza permanente.
  • Il visto da studente di una scuola di lingua giapponese non ha limiti di età scritti, ma dura al massimo circa due anni, obbliga a frequentare le lezioni ogni giorno e richiede di dimostrare di potersi mantenere. Le scuole guardano con attenzione chi si iscrive a 65 anni, perché temono che non sia un vero studente.
  • Il visto per aprire un’attività esiste, ma richiede un capitale molto alto, sui 30 milioni di yen, e almeno un dipendente a tempo pieno che sia giapponese o residente stabile. Serve un’azienda vera, non una scatola vuota per ottenere il permesso.
  • Il ricongiungimento di un genitore anziano con un figlio che vive in Giappone è possibile solo in casi eccezionali: in genere il genitore deve avere più di 70 anni, essere senza coniuge, senza altri figli che possano occuparsene e con problemi di salute seri.
  • Un visto di lavoro vero, con un impiego a tempo pieno e non un part-time, resta possibile per chi ha competenze richieste e trova un’azienda disposta ad assumerlo, ma oltre una certa età diventa difficile.

Io vi direi di non fidarvi di chi promette scorciatoie a pagamento. Ogni tanto spuntano agenzie che parlano di visti per pensionati in Giappone: se non rientrate in una di queste categorie, un permesso a lungo termine non c’è.

Sanità e assistenza

Chi ha un permesso di residenza superiore ai tre mesi è obbligato a iscriversi all’assicurazione sanitaria nazionale, gestita dal comune in cui vive. Si paga una quota annuale calcolata sul reddito, e in cambio si copre la maggior parte delle spese mediche.
La parte a carico del paziente cambia con l’età. Fino ai 69 anni si paga il 30% di visite, esami e medicine, mentre tra i 70 e i 74 anni si scende di norma al 20%. Dai 75 anni si passa a un sistema dedicato agli anziani, dove si paga in genere il 10%, che sale al 20% o al 30% per chi ha redditi più alti.

Dai 40 anni si versa anche l’assicurazione per l’assistenza agli anziani, che serve a coprire badanti a domicilio, centri diurni e case di riposo quando non si è più autosufficienti. Per un pensionato è una delle cose più preziose del sistema giapponese.
Tutto questo vale solo per chi è residente. Con il permesso turistico lungo di cui parlavo sopra si resta fuori, e un’assicurazione privata per una persona anziana costa parecchio.
Un altro limite concreto è la lingua: nelle grandi città si trovano medici che parlano inglese, ma in campagna è raro, e spiegare un sintomo o capire una diagnosi in giapponese a 75 anni non è una cosa da poco.

Pensione italiana e tasse

Chi si trasferisce qui e riceve una pensione dall’Italia può farsela pagare direttamente su un conto all’estero. L’INPS affida questi pagamenti a una banca internazionale e ogni anno chiede di dimostrare di essere ancora in vita, compilando un modulo che va firmato davanti a un testimone autorizzato, di solito il consolato o un ufficio locale riconosciuto.
Sulle tasse la situazione è più delicata. Italia e Giappone hanno una convenzione contro la doppia imposizione, e in linea di massima le pensioni private, come quelle dei lavoratori dipendenti di aziende, si tassano nel paese in cui si vive. Le pensioni di chi ha lavorato per lo Stato seguono regole diverse e di norma restano tassate in Italia.

Per non pagare due volte bisogna iscriversi all’anagrafe degli italiani residenti all’estero e chiedere all’INPS di non applicare la ritenuta italiana, dove la convenzione lo prevede. In Giappone poi va fatta la dichiarazione dei redditi ogni anno.
Sono passaggi dove un errore costa caro, e vi consiglio di farvi seguire da un commercialista esperto di fiscalità internazionale almeno il primo anno.

Casa e costi

Trovare casa in affitto da pensionati è la parte più difficile, e lo è anche per molti giapponesi. Circa la metà delle agenzie immobiliari ammette di aver rifiutato inquilini per via dell’età. Il timore principale dei proprietari è che la persona muoia da sola in casa e venga trovata tardi, con tutti i problemi che ne seguono.
Per uno straniero anziano si aggiunge la necessità di un garante. Quasi sempre si passa da una società di garanzia, che controlla il reddito e a volte chiede un contatto di emergenza che viva in Giappone. Qualche agenzia offre contratti con controlli periodici o sensori in casa proprio per accettare inquilini anziani, e vale la pena chiederli.

Comprare invece non ha limiti per gli stranieri, e fuori dalle grandi città le case costano poco, anche se, come dicevo, la proprietà non porta con sé nessun permesso.
Per i costi della vita, una coppia di pensionati giapponesi spende in media sui 250.000 yen al mese, mentre chi vive da solo intorno ai 150.000. Sono cifre che riguardano soprattutto persone che hanno già una casa di proprietà: se pagate l’affitto va aggiunto, e pesa molto di più in base alla città. Conviene comunque controllare i prezzi aggiornati prima di fare i conti definitivi.

Città o campagna

L’idea della vecchia casa in montagna con la vista sulle risaie piace a tantissimi, e a 65 anni può anche essere bellissima. Il problema arriva dopo, quando si invecchia davvero.
In campagna senza macchina non ci si muove, e in Giappone molti anziani riconsegnano la patente proprio per la sicurezza. Per vedere uno specialista a volte bisogna fare mezza giornata di viaggio, e le agenzie che mandano assistenti a domicilio sono poche e spesso già piene.
In alcune zone c’è anche l’inverno da considerare: in Hokkaido o nelle aree con tanta neve il riscaldamento si mangia buona parte di quello che si risparmia sulla casa.

Per questo a chi mi chiede consiglio suggerisco quasi sempre una città di medie dimensioni. Questi sono i criteri che guarderei:

  • Un grande ospedale raggiungibile in autobus o in treno, non solo un ambulatorio di quartiere.
  • Supermercato, farmacia e fermata dei mezzi a distanza di camminata, così da non dipendere dalla macchina.
  • Stazioni con ascensori e autobus con il pianale basso, perché le scale diventano un ostacolo prima di quanto si pensi.
  • Qualche medico o clinica che accetti pazienti stranieri, da cercare negli elenchi ufficiali delle prefetture.
  • Un inverno sopportabile e, se possibile, qualche altro straniero in zona con cui scambiare due parole.

Parecchie città di questo tipo hanno tutto questo con costi più bassi rispetto alle grandi metropoli. Prima di scegliere, io onestamente passerei almeno qualche settimana nella zona in stagioni diverse.

Il mio consiglio

Se vivete già in Giappone, la pensione qui è una cosa che si prepara con anni di anticipo: residenza permanente, contributi pagati in tempo, attenzione al permesso di rientro. Fatto questo, restare è abbastanza semplice.
Se invece partite dall’Europa senza un coniuge giapponese e senza parecchi milioni in banca, la verità è che trasferirsi qui a tempo pieno non si può. Si possono però fare lunghi soggiorni da turisti, uno o due all’anno, affittando un appartamento per qualche mese.
Al vostro posto farei così: prima un paio di viaggi lunghi nella città che vi piace, poi eventualmente l’anno col permesso turistico, se i risparmi lo permettono. E solo dopo decidere se ne vale la pena. Voi cosa scegliereste?

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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).