Visto per nomadi digitali in Giappone
Il Giappone ha un permesso pensato apposta per chi lavora online e vuole restare più dei tre mesi da turista. Si chiama visto per nomadi digitali, vale sei mesi e vi permette di vivere qui mentre continuate a lavorare per un’azienda o per clienti che stanno fuori dal paese.
Non è una porta aperta a tutti: c’è una soglia di reddito alta e una serie di limiti che vi conviene conoscere prima di innamorarvi dell’idea. Anche nella vita quotidiana cambia parecchio rispetto a chi ha un normale permesso di lavoro, a partire dalla banca e dalla casa.
Indice
Cos'è questo permesso
Il nome ufficiale non è visto per nomadi digitali, ma attività designate: è la categoria che il Giappone usa per i casi che non rientrano nei permessi classici. Tradotto, potete stare qui fino a sei mesi lavorando online per un datore di lavoro o per clienti che non sono giapponesi.
Il lavoro deve restare rivolto verso l’estero, quindi un contratto con un’azienda straniera oppure servizi e prodotti digitali venduti a clienti fuori dal Giappone. Quello che non potete fare è farvi assumere da un’azienda giapponese, nemmeno part time, nemmeno per poche ore alla settimana.
Questo non è il permesso di chi vuole trasferirsi qui. È quello di chi vuole lavorare dal Giappone per un periodo lungo restando, dal punto di vista burocratico, una specie di ospite prolungato.
Chi ci prova pensando che sia un primo gradino verso un visto di lavoro vero resta deluso, perché non si trasforma in nessun altro permesso.
Chi può chiederlo
Le nazionalità ammesse sono una cinquantina fra paesi e territori, e il criterio è doppio: serve che il vostro paese abbia l’esenzione dal visto per i soggiorni brevi in Giappone e che abbia firmato un trattato contro la doppia imposizione. L’Italia rientra, insieme a buona parte dell’Europa, Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud, Taiwan, Singapore, Hong Kong e altri.
Se il vostro passaporto non rispetta entrambe le condizioni, il discorso finisce lì: non esiste una via alternativa dentro questa categoria.
La professione, invece, conta meno di quanto si pensi. Non serve essere sviluppatori o designer: valgono anche consulenti, scrittori, chi gestisce investimenti, chi lavora nel marketing, purché il lavoro si possa fare da remoto e i soldi arrivino da fuori. Il vincolo vero non è il mestiere, è quanto guadagnate.
La soglia di reddito
Servono dieci milioni di yen di reddito personale all’anno, misurati al momento della domanda. È una cifra alta anche per gli standard giapponesi, ben sopra lo stipendio medio di un dipendente qui, ed è il motivo principale per cui questo permesso resta di nicchia: i numeri parlano di qualche centinaio di visti rilasciati ogni anno, non di migliaia.
Deve essere reddito da lavoro, non patrimonio. I risparmi sul conto non contano, nemmeno se avete una cifra importante da parte.
La prova va data con documenti seri, non con autocertificazioni. In genere si portano il certificato fiscale o la dichiarazione dei redditi del paese dove lavorate, più i contratti e gli estratti conto che mostrano i pagamenti in arrivo.
Chi è dipendente ha vita facile, perché basta il contratto e il documento fiscale. I liberi professionisti devono mettere insieme più pezzi, e io vi direi di preparare un fascicolo ordinato per cliente, con le fatture e i bonifici corrispondenti: è il punto su cui arrivano più richieste di integrazione.
L'assicurazione sanitaria
Qui non si scappa: serve un’assicurazione medica privata che copra tutto il periodo del soggiorno, con almeno dieci milioni di yen di copertura per cure legate a infortuni e malattie e con la parte relativa al decesso, cioè indennizzo o rimpatrio della salma.
Le tre condizioni devono valere tutte insieme. Una polizza che copre bene le spese mediche ma non prevede nulla sul decesso non basta.
L’assicurazione inclusa in una carta di credito può andare bene, ma solo se rispetta gli stessi requisiti, e spesso non li rispetta: i massimali sono più bassi e la durata coperta è di poche settimane, non di mesi. Prima di dare per scontato che siete a posto, fatevi mandare dall’assicurazione un certificato in cui i tre punti sono scritti nero su bianco, perché in ambasciata guardano quello e non il nome del prodotto.
C’è poi un fatto che pesa: con questo permesso non entrate nel sistema sanitario nazionale giapponese, quindi quella polizza è l’unica cosa che avete tra voi e il conto di un ospedale. Non è una formalità da sbrigare con la polizza più economica trovata online.
Come si fa domanda
La strada normale è chiedere il visto all’ambasciata o al consolato giapponese nel paese dove vivete, prima di partire. Alcune sedi accettano la pratica solo tramite agenzie autorizzate, altre hanno una procedura online, quindi la prima cosa da fare è leggere le istruzioni della sede che vi riguarda.
Mettete in conto tempi lunghi. Non è una pratica da pochi giorni e in alcuni casi si arriva a diverse settimane, a volte mesi, perché è un permesso poco frequente e non tutte le sedi lo trattano di continuo.
Quello che di solito vi chiedono è questo:
- Il modulo di domanda compilato, con la fototessera nel formato richiesto e il passaporto con validità sufficiente a coprire tutto il soggiorno.
- I documenti sul reddito, cioè certificato fiscale o dichiarazione dei redditi, insieme a contratti ed estratti conto.
- Una descrizione dell’attività che svolgerete dal Giappone, con la lettera del datore di lavoro o i contratti con i clienti esteri.
- Il certificato dell’assicurazione medica, con i massimali e il periodo coperto.
- Se viaggiate in famiglia, i documenti che provano il legame, come certificato di matrimonio e certificati di nascita dei figli.
Esiste anche la possibilità di entrare come turista e chiedere il cambio di status dall’interno del Giappone, all’ufficio immigrazione. Sulla carta è una scorciatoia, nei fatti è una corsa contro il tempo, perché la decisione può arrivare dopo che il vostro periodo da turista è scaduto.
Io onestamente la eviterei, a meno che non abbiate già tutti i documenti pronti e tradotti. Le traduzioni in giapponese di certificati fiscali e contratti vanno preparate in anticipo: è la parte che fa perdere più giorni.
Niente carta di residenza
Questo è il punto che cambia tutto, ed è quello che molti scoprono troppo tardi. Chi ha questo permesso non riceve la carta di residenza, il documento che in Giappone serve per quasi tutto: al suo posto vi mettono sul passaporto un foglietto che indica le attività consentite.
Senza carta di residenza non siete registrati all’anagrafe del comune, non avete il codice fiscale locale e non entrate nella sanità pubblica.
Le conseguenze si vedono nella vita quotidiana, e sono più di quelle che immaginate:
- Aprire un conto in banca giapponese è quasi sempre fuori discussione, perché quasi tutti gli istituti chiedono la carta di residenza o la registrazione all’anagrafe.
- Un contratto telefonico con abbonamento mensile di solito non ve lo fanno, per lo stesso motivo.
- Affittare un appartamento con contratto normale non è realistico, tra garante richiesto, durata di due anni e documenti che non potete produrre.
- Palestre, biblioteche comunali e alcune tessere sconto chiedono un indirizzo registrato, quindi restano fuori portata.
Non è un dramma, ma va messo in conto prima di partire. Vi conviene organizzarvi come si organizza un viaggio lungo, non come un trasloco: tutto quello che vi serve per lavorare e vivere deve funzionare con carte e servizi del vostro paese.
Dove dormire
Sei mesi sono il periodo peggiore per cercare casa in Giappone: troppo lunghi per l’albergo, troppo corti per un affitto tradizionale. La soluzione che usano quasi tutti è l’appartamento a mensile, cioè monolocali arredati che si affittano da poche settimane in su, con utenze e internet già inclusi nel prezzo.
A Tokyo un monolocale di questo tipo viaggia indicativamente tra i 100.000 e i 180.000 yen al mese tutto compreso, e si sale parecchio se puntate alle zone più centrali intorno a Shinjuku o Shibuya. Fuori dalla capitale i prezzi scendono in modo netto, e con la stessa cifra a Fukuoka o a Sapporo si prende molto di più.
L’altra strada sono le share house, dove avete una stanza vostra e cucina e bagno in comune: costano meno, accettano contratti brevi e non chiedono garante, ma dovete condividere gli spazi e non sempre c’è silenzio nelle ore in cui lavorate.
Gli affitti brevi turistici vanno bene per le prime settimane, però su sei mesi diventano cari e in alcuni quartieri la disponibilità è limitata. Se avete un lavoro con orari fissi, prima di firmare controllate la scrivania: in molti monolocali giapponesi non c’è, e passare mesi davanti a un tavolino basso vi rovina la schiena.
Telefono, soldi e coworking
Per la connessione la risposta più semplice è una eSIM o una SIM prepagata per stranieri, che si attivano senza contratto e senza documenti giapponesi. Funzionano bene, la copertura è ottima anche in metropolitana e nelle valli, e per sei mesi non avete bisogno di altro.
Per i pagamenti userete le vostre carte estere. Nelle grandi città la carta si accetta quasi ovunque, ma nei ristoranti piccoli, nei templi e nei mercati il contante resta indispensabile, e il prelievo si fa senza problemi agli sportelli dei konbini e degli uffici postali.
Sul lavoro, i coworking sono la scelta più sensata se passate qui molti mesi. Le formule mensili a Tokyo vanno da poche migliaia di yen per i piani base fino a diverse decine di migliaia per una postazione fissa, e quasi tutti offrono l’ingresso a giornata o a ore se preferite muovervi.
I caffè li usano in tanti, però mettete in conto una regola non scritta: nei locali piccoli e nelle ore di punta restare tre ore con un caffè davanti è visto male, e le videochiamate ad alta voce sono fuori luogo quasi ovunque. Meglio le catene grandi, le biblioteche aperte al pubblico e appunto i coworking, dove nessuno vi guarda storto se parlate al microfono.
Le tasse
Non essendo registrati all’anagrafe, non pagate la tassa di residenza comunale. Sull’imposta sul reddito, invece, entra in gioco il trattato fiscale tra il Giappone e il vostro paese.
La regola che conta è quella dei 183 giorni: se il soggiorno resta sotto quella soglia dentro l’anno fiscale o dentro dodici mesi consecutivi, e le altre condizioni del trattato sono rispettate, di norma il Giappone non tassa il reddito che guadagnate da un datore di lavoro estero.
Il problema è che sei mesi pieni stanno pericolosamente vicini a quel numero, e se sommate un viaggio precedente potete superarlo senza accorgervene. Chi ha una situazione un po’ articolata, tipo clienti in più paesi o una società propria, dovrebbe parlarne con un commercialista prima di partire, non dopo.
Vi giuro che è la parte che viene sottovalutata più spesso: il visto ve lo danno in ambasciata, ma il conto fiscale lo fate a casa vostra.
Coniuge e figli
La famiglia può venire, e questa è una delle cose migliori del permesso. Coniuge e figli rientrano in una categoria collegata, con la stessa durata massima di sei mesi, e devono rispettare le stesse condizioni di nazionalità e di assicurazione medica.
Il reddito richiesto resta quello del richiedente principale, non si somma: è una cifra sola per tutto il nucleo. Genitori, fratelli e altri parenti restano fuori.
Ci sono due vincoli di tempistica da ricordare. I familiari non possono arrivare prima del richiedente principale e non possono restare dopo che questo è uscito dal Giappone.
Il coniuge, inoltre, può svolgere solo attività di vita quotidiana: niente lavoro, nemmeno da remoto per un’azienda estera. Se lavorate entrambi online, la strada è che ciascuno chieda il proprio permesso, ognuno con il proprio reddito sopra la soglia.
Dopo i sei mesi
Il permesso non si rinnova e non si allunga, punto. Alla scadenza dovete uscire dal Giappone, e per ripresentare domanda devono passare sei mesi dalla partenza.
Dentro il periodo, invece, potete entrare e uscire liberamente: se volete fare un salto a Seul o in Thailandia per due settimane, si usa la procedura di rientro semplificata che si dichiara in aeroporto quando partite.
Questa rigidità è la ragione per cui molti nomadi digitali scelgono altri paesi, dove i permessi durano un anno o due e si rinnovano. Il Giappone offre sei mesi e una pausa forzata altrettanto lunga, che per chi lavora a progetti con scadenze diventa un calendario da costruire con attenzione.
Se sapete già di voler tornare, iniziate a pensarla come una stagione: sei mesi qui, sei mesi altrove, e la domanda successiva preparata con calma durante la pausa.
Le alternative
Non sempre questo è lo strumento giusto, e vi dico subito che a diverse persone che me lo chiedono finisco per consigliare altro.
- Se restate meno di tre mesi e non avete bisogno di dire a nessuno cosa fate dal computer, il soggiorno da turista senza visto copre già il viaggio: la maggior parte delle nazionalità ammesse ha novanta giorni.
- Se avete meno di trent’anni e il vostro paese ha l’accordo con il Giappone, il working holiday dura un anno, dà la carta di residenza e permette di lavorare anche per realtà giapponesi. È una condizione molto più comoda di questa.
- Se il vostro obiettivo è vivere qui davvero, la strada resta il visto di lavoro con un’azienda giapponese o il permesso da imprenditore, che chiedono più impegno ma vi rendono residenti a tutti gli effetti.
- Se lavorate in un settore tecnico e avete titoli ed esperienza, il permesso per professionisti altamente qualificati arriva a durate lunghe e a una serie di agevolazioni che il visto per nomadi non ha nemmeno di striscio.
Vale la pena?
Ha senso per un profilo preciso: reddito alto, contratto stabile con l’estero, voglia di passare mezzo anno in Giappone con la posizione regolare e senza zone grigie.
Se siete in questa casella, la tranquillità che dà è reale, perché al controllo passaporti potete dire con precisione cosa venite a fare e nessuno vi guarda male se restate cinque mesi e mezzo.
Per tutti gli altri, diciamocelo, è un percorso che chiede molto e restituisce poco più di quello che già avreste da turista. Sei mesi, nessun documento locale, nessuna banca, nessuna sanità pubblica, e alla fine una porta che si chiude per altri sei mesi.
Le condizioni possono cambiare nel tempo, quindi prima di muovervi controllate sempre i requisiti aggiornati sulle fonti ufficiali dell’immigrazione giapponese e della vostra ambasciata.
Il mio consiglio
Se fossi al posto vostro e avessi il reddito richiesto, non userei questi sei mesi per stare fermo a Tokyo. Prenderei un appartamento a mensile in una città media, magari a Fukuoka o a Kanazawa, e lascerei da parte i soldi risparmiati sull’affitto per muovermi nei fine settimana.
Lavorare da qui è comodo, tra internet veloce ovunque e treni che partono davvero all’orario scritto. Poi, alla fine, il ricordo non ve lo lasciano le videochiamate: ve lo lascia la sera in cui chiudete il computer e scendete a mangiare qualcosa in un locale dove non parla inglese nessuno.
Voi dove lo passereste, questo mezzo anno?

Autore
Marco Togni
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).
