Ingresso della tokyo universita komaba in Giappone con la torre dell'orologio in mattoni e persone che camminano.

Università in Giappone

Studiare in Giappone è una delle cose che più spesso mi vengono chieste, e la risposta non è mai breve.
Il sistema universitario qui somiglia a quello occidentale solo in superficie: cambia il calendario, cambia il modo di entrare, cambia il peso del nome dell’ateneo sul resto della vita di una persona. Ci sono quasi ottocento università sparse nel paese, dalle grandissime statali di ricerca ai piccoli atenei privati di provincia, e le regole sono più rigide di quanto si immagini.
Si comincia ad aprile, si entra con un esame o con una raccomandazione, si spende poco nelle statali e parecchio nelle private, e i quattro anni passano tra club studenteschi, lavoretti part time e la corsa al primo impiego.

Come funziona il sistema

Le università giapponesi si dividono in tre famiglie e la differenza conta parecchio. Ci sono quelle nazionali, finanziate dallo Stato e poco meno di novanta in tutto, quelle pubbliche gestite da una prefettura o da un comune, un centinaio, e poi la massa delle private, oltre seicento, che accoglie la maggior parte degli studenti.
La laurea di primo livello dura quattro anni e vale già come titolo pieno: qui non esiste la divisione triennale più biennio che molti conoscono. Medicina, odontoiatria e veterinaria durano sei anni, il master due, il dottorato altri tre.
Per laurearsi servono circa centoventi crediti, accumulati corso dopo corso, e la struttura è per facoltà: si entra direttamente in giurisprudenza, in economia, in ingegneria, e si resta lì.

Marco Togni sorridente scatta un selfie di fronte alla statua in bronzo di Hachiko e del suo proprietario a Tokyo.
Nel campus della Todai scatto una foto davanti alla statua del professor Ueno con Hachiko. Entrare in questa università è l'obiettivo accademico massimo per ogni studente.
Marco Togni sorridente posa per un selfie davanti all'Okuma Auditorium nel campus dell'università di Waseda a Tokyo.
Sotto la torre dell'orologio dell'Okuma Auditorium celebro il passaggio a Waseda. Questa università privata è celebre per aver formato molti dei leader politici nazionali.

Chi arriva da fuori resta colpito da quanto sia netta la gerarchia tra atenei. Non esiste solo una classifica ufficiosa, esiste un numero, l’hensachi, che misura la difficoltà di entrare in una certa facoltà di una certa università e che viene usato da tutti come metro di paragone.
Quel numero conta nelle assunzioni, nel modo in cui un ragazzo viene visto dalla famiglia, a volte perfino nelle amicizie. Ve lo dico sinceramente: è l’aspetto del sistema che mi convince di meno, ma ignorarlo vuol dire non capire come ragionano gli studenti giapponesi.

L'anno accademico giapponese

Le lezioni cominciano ad aprile, non a settembre. È il momento in cui fiorisce il ciliegio, e le foto delle cerimonie di ingresso con i genitori in giacca scura sotto gli alberi sono una delle immagini più riconoscibili del paese.
L’anno si divide in due semestri, il primo da aprile a inizio agosto, il secondo da fine settembre a gennaio o febbraio. Le vacanze lunghe sono quelle estive, che coprono agosto e buona parte di settembre, e quelle di fine inverno, spesso più lunghe di quanto ci si aspetti.
Alcuni atenei hanno anche un ingresso a settembre, quasi sempre legato ai corsi tenuti in inglese, ma resta l’eccezione: nel Giappone accademico l’anno vero parte ad aprile.

Questo ha una conseguenza pratica che molti scoprono tardi. Chi si diploma in un paese con l’anno scolastico che finisce a giugno si ritrova con diversi mesi vuoti prima di poter iniziare, e quei mesi vanno riempiti con qualcosa: una scuola di lingua, un corso preparatorio, un periodo di studio a casa propria.
Io vi direi di metterlo in conto fin dall’inizio, perché improvvisarlo all’ultimo diventa costoso.

Persona fotografa i ciliegi in fiore durante una giornata di sole a Shinjuku Gyoen in primavera.
Tra i rami in fiore le persone fotografano la fioritura primaverile. In Giappone l'anno accademico inizia proprio ad aprile, in esatta concomitanza con lo sbocciare dei petali.
Marco Togni con felpa colorata e occhiali rosa posa sotto un ciliegio in fiore in un parco a Tokyo.
Alzo le braccia per inquadrare la fitta trama dei fiori chiari. Molte matricole scelgono questi parchi cittadini per i primi ritrovi informali con i nuovi compagni di corso.

L'esame di ammissione

Il percorso classico per uno studente giapponese passa da un esame nazionale che si tiene a metà gennaio, nello stesso fine settimana in tutto il paese. Chi punta a una università nazionale o pubblica deve farlo per forza, e deve coprire un ventaglio ampio di materie: lingua giapponese, matematica, inglese, scienze, storia e educazione civica, con combinazioni che arrivano tranquillamente a otto prove.
Il punteggio si somma poi a quello della prova scritta della singola università, che si tiene a fine febbraio per la sessione principale e a marzo per quella di recupero. Le date sono fissate a livello nazionale, quindi di università statali se ne può tentare realisticamente una sola.

Le private funzionano in modo opposto: ognuna decide da sé date e materie, di solito tre, e finché i giorni non si sovrappongono si può fare domanda a quante se ne vuole. C’è chi ne prova otto o dieci, pagando una tassa d’iscrizione per ciascuna.
Chi non passa ha una via che seguono in tantissimi: prendersi un anno, iscriversi a una scuola preparatoria specializzata e ritentare l’anno dopo. Quei ragazzi si chiamano ronin, come i samurai senza padrone, e nessuno li guarda male: è considerato un passaggio normale, non un fallimento.

Entrare senza esame

L’immagine del Giappone dove tutto si decide con un esame durissimo è vera solo a metà, e nelle private è addirittura la parte minoritaria del quadro. Esistono due canali paralleli che contano moltissimo.
Il primo è la selezione su presentazione della scuola superiore: il liceo raccomanda lo studente, spesso su posti riservati a quel liceo da quella università, e si passa attraverso colloquio e tema scritto. Il secondo è una selezione basata sul profilo complessivo, dove contano motivazione, attività extrascolastiche, certificazioni, un progetto personale, un colloquio lungo.
Sommando i due, negli atenei privati si arriva a una quota di iscritti che supera la metà, e tutta questa parte si chiude entro dicembre, prima ancora che cominci la stagione degli esami veri.

Diversi di questi percorsi sono aperti anche a studenti con un curriculum estero, e valutano cose che un esame a crocette non vede:

  • Le certificazioni linguistiche contano davvero, sia quelle di giapponese sia quelle di inglese, e conviene averle in mano con largo anticipo.
  • Un diploma internazionale o un percorso liceale all’estero viene spesso valutato come profilo a sé, con criteri diversi da quelli dei candidati giapponesi.
  • Il colloquio in giapponese è il vero scoglio: non serve parlare in modo perfetto, serve saper argomentare perché volete quella facoltà e non un’altra.
  • Le domande si presentano molti mesi prima dell’inizio dei corsi, quindi la pianificazione parte con oltre un anno di anticipo.

Le università più famose

In cima alla piramide ci sono le due grandi statali, l’Università di Tokyo e quella di Kyoto. La prima, fondata alla fine dell’Ottocento, ha una particolarità che mi piace parecchio: i primi due anni si studiano al campus di Komaba, nella zona di Shibuya, con un percorso ampio di materie generali, e solo dopo si sceglie la facoltà, al campus storico di Hongo con il famoso portone rosso. Chi entra non decide subito cosa farà da grande, e questo ammorbidisce un sistema per il resto molto rigido.
L’Università di Kyoto ha una reputazione diversa, più anarchica e più legata alla ricerca pura, ed è l’ateneo giapponese con il maggior numero di premi Nobel usciti dalle sue aule.

Sotto di loro c’è il gruppo delle ex imperiali, le grandi statali regionali nate prima della guerra, sparse tra Sapporo, Sendai, Nagoya, Osaka e Fukuoka. Sono il punto di riferimento accademico della loro area e hanno costi identici a quelli di Tokyo, il che le rende una scelta sensata per chi non vuole vivere nella capitale.
Tra le statali specializzate vanno citate almeno Hitotsubashi, piccolissima e fortissima in economia e scienze sociali, e l’Institute of Science Tokyo, un grande ateneo scientifico nato dalla fusione tra il politecnico e l’università medica della città.

La torre dell'orologio in mattoni dell'universita tokyo komaba torre a Tokyo, in Giappone, durante il tramonto.
L'orologio sulla facciata storica del campus di Komaba scandisce i ritmi delle lezioni. L'architettura in mattoni richiama volutamente lo stile dei grandi atenei occidentali.
Veduta esterna dell'edificio principale del campus Komaba a Tokyo, in Giappone, con persone sedute ai tavoli.
I nuovi padiglioni alternano cemento e ampie vetrate luminose. Gli spazi comuni al piano terra sono pensati per favorire i lavori di ricerca di gruppo e le sessioni di studio.

Sul fronte privato il duello storico è tra due atenei di Tokyo. Waseda, fondata da un politico che è stato due volte primo ministro, è enorme ed eterogenea, ha il maggior numero di studenti stranieri del paese e una tradizione forte in scienze politiche e letteratura.
Keio, nata da una scuola privata aperta da un intellettuale che compare sulle vecchie banconote da diecimila yen, ha un’impronta più pragmatica e una rete di ex allievi nel mondo aziendale che pesa moltissimo sulle assunzioni.
Vicino a loro stanno Sophia, molto internazionale e di origine gesuita, e ICU, piccola e con un modello di studi generalisti raro qui. Nell’area di Kyoto e Osaka i nomi che sentirete di più sono Kansai, Kwansei Gakuin, Doshisha e Ritsumeikan, mentre a Tokyo il gruppo noto con la sigla March raccoglie Meiji, Aoyama Gakuin, Rikkyo, Chuo e Hosei, un gradino sotto Waseda e Keio ma con ottimi sbocchi.

Quanto costa studiare

Le università nazionali hanno una retta fissata a livello statale, uguale quasi ovunque: siamo intorno ai cinquecentomila yen l’anno, più una tassa di iscrizione una tantum di quasi trecentomila yen da pagare all’ingresso. Per gli standard giapponesi è una cifra abbordabile, ed è il motivo per cui le statali restano così competitive.
Nelle private il conto cambia. La retta media si avvicina al milione di yen l’anno, a cui si aggiungono iscrizione e contributi per le strutture, così il primo anno supera il milione e mezzo. Le facoltà scientifiche costano di più di quelle umanistiche, e medicina in una privata è un’altra categoria ancora, fuori portata per la maggior parte delle famiglie.
I costi cambiano nel tempo, quindi controllate sempre le cifre aggiornate sul sito dell’ateneo prima di fare i conti seri.

A questo va sommato il vivere. Un posto in una casa dello studente gestita dall’università costa una frazione di un affitto normale ed è la soluzione che consiglio a chiunque per il primo anno, anche perché risolve il problema del garante, che in Giappone blocca parecchie richieste di affitto.
Fuori Tokyo il costo della vita scende in modo netto, e in una statale di provincia si studia spendendo molto meno, con la stessa qualità di insegnamento.

Come entrano gli stranieri

Chi non ha fatto le superiori in Giappone non passa dall’esame nazionale, ma da una prova pensata apposta: un test per studenti internazionali che si tiene due volte l’anno, a giugno e a novembre, sia in Giappone sia in vari paesi asiatici. Le materie sono giapponese, matematica, scienze e un blocco di cultura generale che comprende geografia, storia ed economia, e si può scegliere se ricevere i testi in giapponese o in inglese, tranne ovviamente per la prova di lingua.
Le università guardano quel punteggio e poi aggiungono quasi sempre un colloquio e una prova propria. Alcune accettano anche domande presentate dall’estero, con ammissione decisa prima della partenza, ma sono una minoranza e vanno cercate una per una.

La strada più comune resta un’altra: arrivare con un visto da studente, frequentare una scuola di lingua giapponese per un periodo che va dai sei mesi ai due anni, e da lì preparare l’ammissione. Per seguire lezioni universitarie in giapponese serve un livello solido, intorno al secondo gradino della certificazione ufficiale, e sotto quella soglia si fatica parecchio.
Ci sono poi corsi preparatori interni alle università, di durata annuale, pensati proprio per studenti stranieri che devono colmare la lingua prima di iscriversi al corso di laurea vero.

Marco Togni indica un cartello informativo presso l'ingresso di una scuola di lingua in Giappone.
Indico la targa esterna di un istituto linguistico. Per gli stranieri frequentare queste scuole è spesso il primo passaggio obbligato prima di iscriversi a un ateneo nipponico.
L'insegna della Shibuya Language School presso il Prem Sakuragaoka Building a Tokyo, in Giappone.
L'insegna bilingue della scuola mostra i corsi disponibili. Valutate bene il quartiere in cui studierete perché la zona influirà in modo netto sui costi mensili degli affitti.

I corsi in inglese

Non serve per forza il giapponese, e questa è la notizia che cambia i piani a molte persone. Grazie a un piano del ministero per internazionalizzare gli atenei, una quarantina di università offrono percorsi di laurea interamente in inglese, dalla matricola al diploma.
Tra i più conosciuti ci sono programmi di arti e scienze liberali, facoltà internazionali con corsi sia nell’area scientifica sia in quella umanistica, e diversi percorsi negli atenei già citati. Un caso a parte è la Ritsumeikan Asia Pacific University, sull’isola di Kyushu, dove circa metà degli studenti viene dall’estero e le lezioni si tengono in doppia lingua.

Prima di buttarvici, però, tenete presente due cose che ho visto succedere spesso. La prima è che studiare in inglese non vi insegna il giapponese: se non lo studiate a parte, dopo quattro anni vi ritrovate con una laurea giapponese e senza la lingua, e a quel punto trovare lavoro qui diventa complicato.
La seconda è che le comunità di questi corsi tendono a restare separate dal resto del campus, quindi l’integrazione va cercata attivamente, iscrivendosi ai club o prendendo qualche corso nel percorso normale.

Borse di studio

Il canale più generoso è quello del ministero dell’istruzione, che copre retta, viaggio e un assegno mensile sufficiente a vivere. Ci si accede in due modi: tramite l’ambasciata giapponese del proprio paese, con una selezione che parte circa un anno prima della partenza, oppure tramite una raccomandazione diretta dell’università, di solito legata a un accordo tra atenei.
È una borsa molto ambita e la concorrenza è alta, ma non è irraggiungibile come si racconta: la selezione premia il progetto di studio più della perfezione linguistica.

Poi c’è tutta la fascia intermedia, quella che aiuta sul serio ma di cui si parla poco:

  • L’agenzia pubblica per gli studenti eroga un assegno mensile di circa cinquantamila yen a chi ottiene risultati alti, e in parte viene assegnato già in base al punteggio del test per studenti internazionali.
  • Molte università riducono o azzerano la retta agli studenti stranieri con reddito basso, e la domanda si presenta direttamente all’ateneo a ogni semestre.
  • Decine di fondazioni private e alcune amministrazioni locali offrono borse proprie, spesso poco pubblicizzate, che si trovano solo nella bacheca dell’ufficio studenti internazionali.
  • Alcune municipalità aggiungono contributi per l’affitto o alloggi a canone calmierato riservati a chi studia nella loro città.

Master e dottorato

Per chi è già laureato il percorso cambia completamente, e secondo me è la via d’ingresso più sensata per un adulto. Qui non si entra in un programma, si entra nel laboratorio di un professore: il primo passo è scrivere direttamente al docente con cui si vuole lavorare, allegando un progetto di ricerca serio, e ottenere il suo assenso di massima.
Solo dopo si sostiene l’esame di ammissione, che nelle materie scientifiche è tecnico e in quelle umanistiche si concentra sulla discussione del progetto.

Esiste anche una figura intermedia utilissima, lo studente ricercatore: ci si iscrive sotto la supervisione di un professore senza essere immatricolati in un corso di laurea, si frequenta il laboratorio per sei mesi o un anno, si migliora la lingua e si prepara l’esame dall’interno. Non dà titoli, ma dà il visto e soprattutto dà tempo.
Vi consiglio di scrivere ai professori con largo anticipo e in modo specifico: una mail generica spedita a dieci laboratori non riceve risposta, una mail che dimostra di aver letto i loro lavori quasi sempre sì.

La vita da studente

La sorpresa più grande per chi arriva è che l’università giapponese, dopo l’ammissione, è meno dura di quanto si creda. Entrare è durissimo, restare dentro molto meno: la frequenza conta, gli esami intermedi pure, ma la pressione cala e i quattro anni di laurea sono considerati un periodo di libertà prima del lavoro.
Il centro della vita sociale sono i club, sportivi e non, che vanno dal calcio all’astronomia alla cerimonia del tè. Alcuni sono impegnativi come una squadra professionistica, con allenamenti tutti i giorni e gerarchie rigide tra anni; altri si ritrovano una volta a settimana e finiscono all’izakaya. Se studiate qui, iscrivetevi a uno: è il modo più rapido per fare amicizie vere e per usare la lingua ogni giorno.

Dal terzo anno entra in scena il seminario, un gruppo ristretto di una decina di studenti che lavora con un singolo professore su un tema specifico, e che spesso diventa il riferimento principale per la tesi e per i contatti futuri.
Quasi tutti lavorano part time, nei convenience store, nei ristoranti, dando ripetizioni. Chi ha un visto da studente deve chiedere un permesso specifico all’ufficio immigrazione e non può superare le ventotto ore settimanali, con una soglia più alta durante le vacanze lunghe. Il limite viene controllato sul serio e superarlo mette a rischio il permesso di soggiorno, quindi non è una regola da prendere alla leggera.

La ricerca del lavoro

La fase più pesante dell’università giapponese si chiama shukatsu, ed è la caccia al primo impiego. Comincia durante il terzo anno, con stage estivi e incontri di presentazione, entra nel vivo a marzo con l’apertura ufficiale delle candidature e culmina l’estate successiva con i colloqui e le prime offerte.
Studenti con lo stesso completo scuro, la stessa cartella, lo stesso taglio di capelli, che girano da un’azienda all’altra per mesi: chi visita Tokyo in primavera li vede ovunque nelle stazioni.

Per gli stranieri conta sapere che tutto questo vale anche per loro, e che le aziende giapponesi assumono i neolaureati in blocco, una volta l’anno, spesso senza guardare la specializzazione. Chi si laurea in Giappone e trova un’azienda disposta ad assumerlo cambia il visto da studente a visto di lavoro senza dover uscire dal paese, ed è una delle strade più lineari per restare qui stabilmente.
Il giapponese, a quel punto, torna a essere decisivo: le posizioni che si aprono a chi parla solo inglese esistono, ma sono concentrate in poche aziende e in pochi settori.

Vale la pena?

Se dovessi scegliere io oggi, punterei su una statale fuori Tokyo per il rapporto tra costo e qualità, e mi darei un anno intero di lingua prima di iniziare. Il pezzo di carta conta, ma quello che cambia davvero la vita qui è quanto giapponese avete in bocca quando uscite dall’aula.
C’è chi arriva con l’idea di un paese che studia giorno e notte e trova invece campus pieni di ragazzi che suonano, si allenano, organizzano festival. Le due cose convivono, ed è forse la parte che sorprende di più.
Voi cosa scegliereste, un corso in inglese e quattro anni tranquilli, o la strada lunga in giapponese?

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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).