Tempio GyokuzoinA 136 metri
Pernottamento monastico e cerimonia del fuoco.
©freedom-man3 - ShutterstockUn tempio sparso su un fianco di montagna, sul monte Shigi in provincia di Nara, con una terrazza di legno appoggiata al pendio da cui si vede tutta la piana sotto. Il Chogosonshi-ji è la casa madre del culto di Bishamonten ed è pieno di tigri, a partire da quella gigante di cartapesta che vi accoglie all’ingresso.
Tra scalinate, templi minori, un passaggio buio sotto la sala principale e un sentiero che sale fino in cima alla montagna, si cammina parecchio e non ci si annoia mai. È perfetto se volete uscire da Nara città, se viaggiate con bambini o se vi va di camminare in salita senza gente intorno.
Si comincia dal basso e si finisce in cima, con gli edifici distribuiti sul pendio e collegati da scalinate di pietra e stradine dove qualche negozietto vende tigri di cartapesta di tutte le misure. Non è un tempio con un edificio solo da guardare: è un mezzo paesino verticale.

Il passaggio buio è buio davvero, non buio da tempio turistico: non si vede la mano davanti agli occhi e si va avanti a tentoni. Se gli spazi chiusi vi mettono in ansia saltatelo senza sensi di colpa, il resto basta e avanza.
La pagoda si guarda da fuori e non si sale, e nessuno dei tre templi minori è un museo: sono luoghi attivi, con i riti del fuoco nelle sale e il canto dei monaci che si sente da fuori. Mi capita di fermarmi dieci minuti sulla soglia solo per ascoltare.
L’errore più comune è arrivare alla sala principale, fare la foto dalla terrazza e tornare indietro. La maggior parte della gente fa esattamente così, e il pezzo migliore resta di sopra, lungo il sentiero per la cima: dopo pochi tornanti spariscono le voci e restano il bosco e il rumore dei passi sulla terra.
Chi cerca il tempio austero e composto qui non lo trova. Ci sono statue moderne, cartelli illustrati, bandierine, distributori di amuleti, tigri dipinte perfino sulle lanterne di pietra: è un posto vivo e un po’ sopra le righe, e per me è proprio quello il motivo per cui ci si divertono anche i bambini.
Quello che dà è più di quello che promette. Sulla carta è un tempio di montagna con una tigre grossa all’ingresso, nei fatti è una giornata in cui si cammina, si sale, si guarda il panorama, si entra in un corridoio nero e si finisce su una cima.
Ci torno quando ho voglia di un tempio senza pullman davanti all’ingresso, e scelgo soprattutto il tardo pomeriggio, perché la scalinata delle lanterne accese di Gyokuzoin è la cosa che mi resta più in testa di tutto il monte Shigi.

Nei giorni feriali di pomeriggio potete trovarvi in mezzo agli edifici senza incontrare nessuno per un bel po’, a parte qualche signore del posto che sale a pregare. La differenza con i giorni pieni è netta.
Nei fine settimana e nei giorni di festa la storia cambia e il monte si riempie. Negli anni della tigre il posto diventa una calamita e ci si muove a passo d’uomo tra la tigre gigante e la sala principale.
Le due stagioni forti sono primavera e autunno, e in entrambi i casi la sera fa la differenza. Con i ciliegi in fiore l’intera montagna cambia colore, ne hanno piantati qualche centinaio lungo le strade e tra gli edifici; in autunno ci sono mille aceri rossi più un ginkgo altissimo che diventa giallo pieno.
Al tramonto accendono le duemila lanterne di pietra dell’area e mettono i fari sulla sala principale: camminare tra gli edifici con quella luce bassa non ha niente a che vedere con il giro di mezzogiorno.
Con la pioggia non ci andrei. La terrazza della sala principale perde il suo senso se sotto c’è solo grigio, e il sentiero per la cima diventa un tornante di fango dove si scivola all’indietro.
In estate, se scegliete le ore centrali, mettete in conto che le scalinate al sole picchiano e che la salita finale si fa con la maglietta incollata.
Il sentiero per il tempietto in cima è la parte che consiglio a chiunque abbia gambe funzionanti. Sono circa settecento metri di tornanti stretti nel bosco, con tratti di gradini irregolari e radici, e la salita è continua, senza punti pianeggianti dove tirare il fiato.
La tradizione è portare su l’acqua. Alla fontana vicino alla sala principale ci sono le bottiglie apposta, si riempiono e si sale con quella in mano per versarla davanti al tempietto: è un gesto da niente che cambia completamente il senso della camminata, perché state portando qualcosa, non fate solo fatica.
In cima c’è un piazzale con il tempietto, qualche bandiera e una vista aperta su tre lati: la piana di Nara da una parte, le colline di Ikoma dall’altra e, nelle giornate pulite, i palazzi di Osaka in fondo. Attorno, nel bosco, si notano dei terrazzamenti strani nel terreno: quassù c’era un castello, e quelli sono i resti.
Il consiglio pratico è di fare la salita prima del resto, con le gambe fresche, e di tenere gli edifici del basso per dopo. Facendo il contrario si arriva su cotti e si guarda il panorama con la lingua di fuori.
Passeggini e carrozzine qui non passano, e anche solo il giro base tra la tigre gigante e i tre templi minori è una serie continua di scale e rampe. Se avete problemi alle ginocchia potete limitarvi alla parte bassa e alla sala principale, che già da sola ripaga, ma dimenticate la cima.
Le tigri sono il gioco del posto, e chi arriva con i figli lo capisce nel giro di cinque minuti. Contandole tutte, tra statue, lanterne scolpite, dipinti, cartelli e amuleti, si superano tranquillamente le sessanta.
Ce n’è una vecchissima che sorride, una coppia in oro e argento con la bocca aperta e chiusa, e una grande con la bocca spalancata dentro cui i bambini passano gattonando. Il motivo di tutte queste tigri è una leggenda: qui Bishamonten sarebbe apparso nell’anno, nel giorno e nell’ora della tigre.
Da allora la tigre è il simbolo del monte, e anche la testa che dondola della tigre gigante ha un senso preciso: porta fortuna perché un collo che si piega vuol dire uscire bene da qualunque difficoltà. Chiedete ai vostri di trovarne dieci e vi fate tutta la salita senza una lamentela. Con gli adulti va uguale, non fate finta di no.
Oltre alle tigri girano i centopiedi, che qui sono un simbolo di fortuna negli affari e finiscono su stendardi e insegne. Guardate le lanterne di pietra da vicino, le figure incise sono la parte che sfugge a tutti perché la gente passa di fianco con gli occhi sul telefono.
Il corridoio buio sotto la sala principale è il punto in cui i bambini si dividono in due categorie: quelli che entrano gridando per il gusto di farlo e quelli che si attaccano alla gamba dei genitori e non si muovono. Regolatevi voi.
Il tempo che chiede è tanto, perché tra salite, scale e il sentiero per la cima non è un posto che si liquida in due foto, ma la resa è altissima: si torna giù con la sensazione di aver fatto una giornata intera, non una visita. Vale la deviazione per una cosa precisa, cioè la combinazione tra un tempio che si sviluppa in verticale e una cima vera da raggiungere a piedi, che nei templi famosi delle città non esiste.
Se invece cercate arte antica, sale con capolavori e cartelli spiegati in inglese, questo non è il vostro posto e resterete a mani vuote. A chi ama camminare e ha voglia di un Giappone poco lucidato lo consiglio senza riserve.
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Tempio Shigisan Chogosonshi-ji
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Autore
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).