Tre salaryman camminano di spalle lungo un marciapiede cittadino in Giappone durante una sera illuminata.

Stage in Giappone

Fare uno stage in Giappone è una delle strade più dirette per capire come si lavora qui davvero, senza dover prima trovare un contratto a tempo pieno. Mi scrivono spesso studenti che vorrebbero provarci e si bloccano sempre sugli stessi due punti: quale visto serve e dove si trovano le aziende disposte a prendere uno straniero.
Le risposte esistono, ma sono sparse tra siti ministeriali, programmi europei e bacheche di annunci in giapponese. E la parola stage, in Giappone, non indica la stessa cosa che indica in Europa.
Chi studia ancora ha a disposizione programmi che coprono quasi tutte le spese, chi ha già finito può puntare sul visto vacanza-lavoro, e in tutti e due i casi lo stage costa più di quanto rende.

Cosa vuol dire stage

In Giappone la parola internship copre cose molto diverse tra loro. C’è l’incontro di una giornata in cui l’azienda si presenta e vi fa fare un lavoro di gruppo, e c’è lo stage vero da sei mesi in cui seguite un progetto come tutti gli altri.
I ministeri che si occupano di istruzione, lavoro ed economia hanno messo ordine dividendo le attività in quattro tipi: gli eventi di presentazione, i percorsi didattici organizzati con le università, gli stage operativi veri e propri e quelli avanzati per profili molto specializzati. Solo gli ultimi due contano come esperienza di lavoro, e hanno una durata minima: cinque giorni per quelli generalisti, due settimane per quelli legati a una competenza specifica. Tutto il resto, per uno studente europeo, è poco più di una visita aziendale.

C’è poi una confusione che vedo spesso. Il tirocinio tecnico, il programma con cui il Giappone fa arrivare lavoratori da altri paesi asiatici per l’agricoltura, l’edilizia e la manifattura, in italiano viene tradotto anch’esso con parole come tirocinante o apprendista, ma non c’entra niente con lo stage di uno studente universitario.
Sono due binari completamente separati, con requisiti, durate e finalità diverse. Se cercando online finite su pagine che parlano di tirocinanti tecnici e agenzie di collocamento, avete sbagliato strada.

Marco Togni indica un cartello informativo presso l'ingresso di una scuola di lingua in Giappone.
Davanti a questa scuola di lingua mostro i requisiti per le iscrizioni. Ottenere un visto studentesco è spesso il primo passo per cercare uno stage sul posto.
Edificio della Tokyo University of Science con facciata scura e vetrate in un contesto urbano di Tokyo, in Giappone.
I poli accademici come la Tokyo University of Science collaborano strettamente con le aziende per tirocini scientifici o di ricerca, aprite i canali universitari.
Operai in divisa lavorano in un'azienda produzione funghi shiitake, selezionando funghi su un nastro trasportatore.
Negli stabilimenti agricoli, come per la selezione di funghi shiitake, le regole igieniche sono severissime e si lavora in linea di produzione a ritmi costanti.
Un operaio indossa elmetto e imbracatura di sicurezza davanti a un cantiere edile protetto da pannelli a Tokyo.
L'imbracatura e il casco con le certificazioni sono obbligatori in tutti i cantieri urbani. Anche nei settori operativi la precisione del vestiario è fondamentale.

Il visto giusto

Il permesso di soggiorno che serve dipende da una cosa sola: se vi pagano o no. Il visto dedicato agli stage retribuiti si chiama attività designate numero 9, ed è pensato per gli studenti iscritti a un’università fuori dal Giappone che vengono qui a fare pratica come parte del loro percorso di studi.
La condizione principale non riguarda voi ma la vostra università: ci deve essere un accordo scritto tra l’ateneo e l’azienda o l’ente giapponese che vi ospita, e lo stage deve valere crediti formativi. Senza quel pezzo di carta la pratica non parte nemmeno.
La durata arriva fino a un anno, ma con un limite in più: non può superare la metà della durata normale del vostro corso di laurea. Chi vi ospita deve pagarvi direttamente e almeno il minimo salariale della prefettura in cui lavorate, straordinari compresi, quindi non esistono rimborsi in nero o compensi simbolici sotto questa voce.

Le alternative principali sono queste:

  • Il summer job, per chi viene durante la pausa estiva dell’università: dura al massimo tre mesi e serve un contratto scritto tra voi e chi vi accoglie.
  • Lo scambio culturale internazionale, sempre entro i tre mesi e sempre fuori dai periodi di lezione, per programmi di tipo culturale più che aziendale.
  • Il visto per attività culturali o il semplice ingresso da turista, che coprono fino a novanta giorni ma solo per stage non retribuiti: se vi pagano anche un solo yen siete fuori regola, e le conseguenze ricadono anche sull’azienda.
  • Il visto vacanza-lavoro, aperto ai cittadini tra i diciotto e i trent’anni dei paesi che hanno l’accordo con il Giappone, Italia compresa: dura fino a dodici mesi e vi lascia liberi di lavorare, ed è il modo più flessibile per farsi uno stage senza passare dall’università.

Vi dico subito che la strada del vacanza-lavoro è quella che consiglio più spesso a chi ha già finito gli studi e non ha più un ateneo alle spalle che possa firmare accordi.

Targa ufficiale dell'Ambasciata d'Italia a Tokyo fissata su un muro di pietra.
L'ingresso degli uffici dell'Ambasciata d'Italia a Tokyo. Registratevi all'AIRE se il vostro tirocinio supera i dodici mesi di permanenza.
Un uomo con zaino e valigia utilizza un distributore di carta Welcome Suica presso l'aeroporto di Narita.
Appena sbarcati serve subito una tessera prepagata come la Welcome Suica per i trasporti. Risparmia tempo prezioso nei trasferimenti casa-lavoro ogni mattina.

Se studiate già qui

Chi è in Giappone con il visto studente, università o scuola di lingua che sia, ha una regola sua. Serve il permesso per attività fuori dallo status, quello che si chiede all’immigrazione e che in molti aeroporti vi timbrano sul retro della carta di soggiorno appena atterrate: chiedetelo lì, vi risparmiate una mattinata in fila.
Con quel permesso potete lavorare fino a ventotto ore a settimana. Il conteggio è più rigido di come lo raccontano in giro: le ventotto ore valgono su qualsiasi finestra di sette giorni, non sulla media del mese, e sommano tutti i lavori che avete. Durante le pause lunghe dell’ateneo il tetto sale a otto ore al giorno.
Uno stage retribuito rientra pieno in questo conteggio, uno non retribuito no. Se fate già qualche ora in un locale o in un negozio, mettete tutto in fila prima di firmare: sforare vuol dire lavoro irregolare, e nei casi peggiori si arriva al rinnovo del visto negato.

Vulcanus in Japan

Se studiate ingegneria o una materia scientifica in un’università europea, questo è il programma migliore che esista, e lo dico senza giri di parole. Lo gestisce il centro per la cooperazione industriale tra Unione Europea e Giappone, va avanti dalla fine degli anni Novanta e ogni anno manda qui un gruppo ristretto di studenti, poche decine in tutto.
La struttura è sempre la stessa: un seminario introduttivo sul Giappone, due mesi di corso intensivo di lingua e poi sei mesi di tirocinio dentro un’azienda, per un totale di otto mesi che vanno da fine estate fino a marzo dell’anno dopo. Le aziende ospitanti sono nomi grossi dell’industria e della ricerca, e i progetti vanno dalla meccanica all’intelligenza artificiale, dalla chimica alle scienze della vita.
La parte economica è il motivo per cui vale la pena provarci: c’è una borsa intorno agli ottomila euro che copre viaggio, assicurazione e spese di vita, e l’alloggio lo mette l’azienda. Il corso di lingua e il seminario non li pagate voi.

Per candidarsi bisogna essere cittadini di un paese dell’Unione o associato, essere iscritti a un’università europea dal quarto anno in su fino al penultimo anno di dottorato, e parlare inglese in modo scorrevole. Il giapponese non è richiesto all’inizio, lo studiate qui.
Il bando apre in autunno e chiude verso gennaio, con una candidatura in due passaggi e poi una selezione fatta direttamente dalle aziende sulla rosa dei finalisti. La concorrenza è alta, ma molti si autoescludono pensando di non avere abbastanza titoli: io vi direi di provare comunque, perché la motivazione pesa quanto la media dei voti.

Il programma del METI

Il ministero dell’economia giapponese ha un suo programma di tirocini, costruito attorno alle piccole e medie imprese. È pensato per chi non vive già in Giappone: studenti all’ultimo anno o laureati, indicativamente dai diciotto ai trentanove anni, cittadini dei paesi che rientrano nelle liste di cooperazione internazionale.
Si sviluppa in due fasi, una parte online di qualche settimana e una in presenza di circa un mese lavorativo dentro l’azienda. Il compenso è un rimborso giornaliero di qualche migliaio di yen, quindi non è uno stipendio, ma volo andata e ritorno, assicurazione e pratiche di visto sono coperti, e l’alloggio lo fornisce l’impresa che vi ospita.
Sul fronte lingua chiedono almeno un N3 di giapponese oppure un livello intermedio di inglese. La selezione passa da tre filtri: documenti, colloquio con l’ufficio del programma e infine colloquio con l’azienda.

A me piace proprio perché vi porta dove il turismo non arriva. Le imprese coinvolte stanno spesso in prefetture di provincia, prendono una persona sola a testa e vi mettono in contatto diretto con chi decide, cosa che in una multinazionale di Tokyo non succede mai a uno stagista.

Un uomo anziano parla al telefono alla sua scrivania in una piccola società in Giappone, circondato da scaffali pieni.
Negli uffici delle piccole attività commerciali lo spazio scarseggia sempre. Lavorare qui significa adattarsi a scrivanie invase da campionari e scartoffie.
Un uomo anziano in un abito tradizionale giapponese dietro un bancone con una katana in un laboratorio.
Fare apprendistato presso un artigiano di katana richiede anni di osservazione silenziosa. Le botteghe non ammettono distrazioni e il rispetto dei ruoli è totale.

Altri programmi

Oltre ai due grandi nomi ci sono canali che vedo usare poco e che spesso sono più semplici. IAESTE lavora sugli studenti di materie tecniche e scientifiche e passa dal comitato nazionale del vostro paese: gli stage sono retribuiti, ma c’è una quota di iscrizione e una di gestione da mettere in conto.
AIESEC è più generalista e propone tirocini lunghi, da sei mesi a un anno, in aziende che collaborano con la rete studentesca locale.
Il canale che consiglio di battere per primo, però, è l’ufficio relazioni internazionali della vostra università. Molti atenei hanno già accordi firmati con università o aziende giapponesi, e un accordo che esiste risolve da solo il problema più grosso del visto da stage retribuito.

Cercare da soli

Se nessun programma vi calza, restano gli annunci. I posti dove guardare sono pochi e sempre gli stessi:

  • Wantedly è il sito più usato dalle startup giapponesi, ed è anche quello dove uno straniero viene letto con più curiosità che diffidenza.
  • GaijinPot, Daijob e Jobs in Japan pubblicano soprattutto posizioni a tempo pieno, ma ogni tanto escono tirocini, e le aziende che ci scrivono sanno già cosa vuol dire assumere una persona non giapponese.
  • LinkedIn qui pesa meno che in Europa, però rende bene con le filiali di gruppi stranieri e con il settore tecnologico.
  • Le bacheche giapponesi di stage lunghi sono piene di offerte pagate a ore, ma quasi tutte danno per scontato che abbiate già un visto valido e che parliate la lingua.

La candidatura spontanea via email, che in Europa finisce quasi sempre nel nulla, qui una risposta la ottiene più spesso, a patto che sia scritta bene e con i modi giusti. Meglio ancora se trovate il nome della persona che si occupa del personale invece di scrivere all’indirizzo generico.
Le aziende più aperte sono le startup di Tokyo, le filiali di gruppi esteri e le imprese che esportano in Europa: per queste ultime un tirocinante europeo non è un favore, è una risorsa che parla la lingua dei loro clienti.

Un uomo accovacciato a terra in una stazione di Tokyo mentre utilizza un computer portatile davanti a insegne gialle.
A volte tocca inviare una mail urgente al supervisore seduti sul pavimento di una stazione. Connessione e portatile sempre pronti sono la base per ogni stagista.
Un uomo in abito scuro cammina di profilo durante una camminata serale salaryman in Giappone, davanti a una vetrata.
I distretti finanziari restano illuminati fino a tardi e gli orari d'ufficio si prolungano spesso. Mettete in conto di uscire col buio durante i mesi invernali.

Le agenzie a pagamento

Esistono agenzie che vi trovano lo stage, seguono le pratiche del visto e a volte includono alloggio, assicurazione, lezioni di giapponese e assistenza sul posto. Costano, e non poco: si va da qualche centinaio a diverse migliaia di euro a seconda di quanto pacchetto prendete, di solito con pagamento diviso tra il momento del colloquio e quello della conferma del posto.
Non sono una truffa, ma vanno valutate per quello che sono: state comprando organizzazione, non uno stipendio. Prima di firmare chiedete tre cose precise, cioè se lo stage è retribuito, quali aziende hanno ospitato i partecipanti dell’anno prima e se potete parlare con qualcuno che ci è passato.
Se avete zero giapponese, nessun accordo universitario e poco tempo per gestire la burocrazia, l’agenzia si ripaga. Se avete un ateneo che collabora già con il Giappone, secondo me è denaro buttato.

Quanto si guadagna

Mettiamo in chiaro le cifre, perché è la domanda che quasi tutti fanno per ultima e che invece conta parecchio. La maggior parte degli stage aperti agli stranieri non è retribuita, oppure prevede un rimborso mensile piccolo.
Gli stage lunghi pagati a ore, quelli che fanno gli studenti già residenti qui, si muovono in genere tra i mille e i millecinquecento yen l’ora, con Tokyo sopra la media e le posizioni commerciali o tecniche che salgono ancora un po’. Lavorando due o tre giorni a settimana si arriva a una busta mensile tra i cinquantamila e i centomila yen, che copre la spesa e i trasporti ma non l’affitto.
Le spese di viaggio casa-ufficio quasi sempre ve le rimborsa l’azienda: è prassi normale qui e vale anche per gli stagisti. Chiedetelo comunque insieme al resto delle condizioni, e controllate i costi aggiornati prima di partire.

Il conto vero è sul soggiorno. Tra alloggio in una casa condivisa, assicurazione, trasporti e vita quotidiana, servono soldi da casa o una borsa che li copra, e questo è esattamente il motivo per cui un programma come Vulcanus batte qualsiasi ricerca fai da te.

Quanto giapponese serve

Dipende da dove finite, e la differenza è netta. Nelle startup e nelle aziende a capitale straniero di Tokyo si lavora in inglese senza problemi, e un N4 vi basta per la vita di tutti i giorni.
Nelle imprese giapponesi tradizionali, soprattutto fuori dalle grandi città, senza un N3 solido si fa fatica e senza N2 non vi affidano niente di significativo. Non è una questione di chiusura: le riunioni, i documenti interni e le chat di lavoro sono in giapponese, e nessuno ha il tempo di tradurre per voi.
Il keigo, il linguaggio formale, non ve lo chiede nessuno a livello perfetto. Quello che notano è se salutate entrando e uscendo, se avvisate quando finite un compito e se usate le forme cortesi di base con chi ha più anni di voi in azienda.

Candidatura e colloquio

Il curriculum giapponese ha un formato suo, il rirekisho, con foto tessera e caselle fisse, e per un’azienda giapponese quello vogliono. Per una filiale straniera va benissimo il curriculum europeo in inglese, purché resti su una pagina.
Il colloquio è più formale di quello che vi aspettate, anche nelle startup. Vi conviene arrivare almeno dieci minuti prima, vestiti in modo sobrio, e avere pronte risposte concrete su tre domande che tornano sempre: perché il Giappone, perché questa azienda e cosa volete portarvi a casa dallo stage.

Le cose da preparare prima di mandare la candidatura sono poche ma vanno fatte per bene:

  • Un curriculum nel formato giusto, con le date scritte senza buchi da spiegare.
  • Una lettera breve, dieci righe, in cui dite cosa sapete fare e non quanto amate il Giappone.
  • Il certificato di iscrizione all’università e, se serve il visto per stage, la disponibilità dell’ateneo a firmare l’accordo.
  • Un margine di tempo di almeno qualche mese, perché tra selezione, certificato di idoneità e visto la trafila non è breve.
Un pannello informativo con esempi di formati per fototessere che ritraggono una persona, una giovane donna.
Le macchinette per fototessere offrono opzioni specifiche per curriculum o passaporto. Usatele per allegare la foto al resume cartaceo richiesto dalle aziende.
Un uomo in giacca e cravatta scende una scalinata in una zona urbana di Tokyo, in Giappone.
Gli impiegati si muovono rapidi lungo i passaggi pedonali. Fate attenzione a non ostruire le linee gialle tattili a terra, lasciando sempre il passo libero.

Dentro l'ufficio

L’organizzazione del lavoro è la parte che sorprende di più chi arriva. Si riferisce tutto al proprio superiore, anche le cose piccole, e l’abitudine di comunicare quello che si sta facendo prima di farlo è una regola vera, non una formalità.
Le decisioni passano per più persone e viaggiano lente, le riunioni durano più di quanto vi sembrerà giusto e l’iniziativa personale di uno stagista viene apprezzata a parole più che nei fatti. Non è un giudizio: è il ritmo con cui si lavora qui, e conoscerlo prima evita mezza frustrazione.
Dall’altro lato, con uno straniero la pazienza è molta e la disponibilità a spiegare anche. Quasi sempre c’è qualcuno assegnato a seguirvi, e le cene di gruppo dopo il lavoro sono il posto in cui i colleghi parlano in modo molto più diretto di quanto facciano alla scrivania: se vi invitano, andateci.

Errori da evitare

Ne vedo sempre gli stessi, e sono tutti evitabili:

  • Pensare che il visto turistico basti: con l’ingresso da turista non si può fare uno stage pagato, e a rimetterci è anche l’azienda che vi ha preso.
  • Muoversi troppo tardi, quando tra candidatura, documenti dell’università e pratica di immigrazione servono mesi e non settimane.
  • Candidarsi solo a marchi famosi, che ricevono centinaia di richieste, ignorando le medie imprese dove uno stagista viene seguito davvero.
  • Non mettere per iscritto se lo stage è retribuito, quante ore si lavora e chi paga cosa, e scoprirlo una volta atterrati.
  • Sottovalutare l’assicurazione sanitaria: qui una visita al pronto soccorso senza copertura si sente eccome sul portafoglio.

Dallo stage al lavoro

Uno stage non si trasforma da solo in un contratto. Per lavorare in Giappone dopo la laurea serve un permesso di lavoro vero, di solito quello che copre i profili tecnici e umanistici, e per ottenerlo servono un titolo di studio coerente con la mansione e un’azienda che vi assuma.
Quello che lo stage vi dà è il resto: un nome giapponese sul curriculum, qualcuno che può garantire per voi e la prova concreta di aver retto sei mesi in un ufficio qui. Nelle selezioni per neolaureati, che seguono un calendario rigido e cominciano un anno abbondante prima dell’assunzione vera, questo pesa parecchio.
Molte aziende, tra l’altro, possono usare quello che hanno visto durante uno stage operativo come parte della valutazione per l’assunzione. Se il vostro obiettivo è restare, sceglietelo con quella testa: meglio un’impresa che assume stranieri stabilmente che un nome prestigioso dove siete l’esperimento del momento.

Il mio consiglio

Se siete studenti di materie scientifiche, provate Vulcanus e smettete di cercare altro finché non avete l’esito. Se studiate altro o avete già finito, il visto vacanza-lavoro vi toglie di mezzo il problema più grosso e vi lascia bussare alle porte che volete.
Il resto viene da sé, più di quanto sembri da fuori. Il Giappone del lavoro è un’altra cosa rispetto al Giappone che si vede da viaggiatori, con orari e modi che non tutti reggono, e sei mesi dentro un ufficio ve lo dicono meglio di qualsiasi articolo, questo compreso.
Poi magari scoprite che non fa per voi. Anche quella è una risposta che vale il viaggio.

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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).