Edificio moderno dai colori accesi inserito in un parco con rocce, alberi e un prato inclinato in pendenza.©Maya King - Shutterstock

Sito del Destino Reversibile

Un parco d’arte in mezzo alla campagna di Yoro, nella prefettura di Gifu, dove non esiste un metro quadro di terreno piano e dopo dieci minuti camminate piegati in avanti come se aveste bevuto.
Il Sito del Destino Reversibile è un catino scavato nel terreno con dentro padiglioni storti, collinette, buche e sentieri che si aggrovigliano, più due edifici in cui tavoli, cucine e lavandini spuntano dai muri e dal soffitto. Ci venite per l’effetto che fa al corpo, non per guardare delle opere da lontano.
È il posto giusto se vi piacciono le cose fuori scala e avete gambe buone; chi cerca un prato dove sedersi ha sbagliato indirizzo.

Cosa si vede

Diciottomila metri quadri in cui l’idea di partenza è togliere ogni linea orizzontale e verticale. Il risultato è che l’occhio non trova mai un riferimento e i piedi se ne accorgono subito.
Chi l’ha progettato era convinto che un terreno che mette alla prova il corpo a ogni passo lo tenga sveglio e riesca a rimandare l’invecchiamento, perfino la morte: il nome viene da lì.

  • Il campo ellittico: il grande avvallamento centrale, con i pendii che scendono da tutte le parti, nove padiglioni sparsi dentro e centoquarantotto sentieri che si incrociano e si perdono. A terra ci sono anche cinque sagome del Giappone di misure diverse, e per capire che ci state camminando sopra dovete salire.
  • La Casa della somiglianza estrema: il padiglione principale, con il tetto ritagliato come la forma della prefettura di Gifu. Dentro è un labirinto di corridoi stretti dove mobili, fornelli, letti e water sono conficcati nelle pareti e sopra la testa, e il soffitto marrone è il piano terra ribaltato.
  • L’edificio all’ingresso, dipinto con ventiquattro colori diversi: dentro pavimento e soffitto si rispondono uno all’altro rovesciati, ed è il punto in cui più gente si ferma a fare foto.
  • La montagna degli insetti: un ammasso di rocce che si sale usando le mani, con un pozzo in cima. Da lassù si vede tutto l’avvallamento in un colpo solo, padiglioni compresi.
  • La stanza buia chiamata spirito del luogo: si entra e non si vede niente, si avanza a tentoni lungo il muro finché non si arriva a una finestra ritagliata a forma di Giappone.
  • La cresta con i fori: muri bucherellati che inquadrano un pezzo di paesaggio per volta. Da qui, quando l’aria è pulita, si vede la pianura del Nobi che si apre oltre il parco, e dietro le montagne di Yoro.

Vi avviso subito che metà delle persone fa il giro sul bordo, guarda dall’alto e se ne va. Scendere dentro è tutto il senso del posto, e chi non scende esce dicendo che non ha capito.
La casa principale, poi, nelle foto sembra molto più spaziosa di com’è: i passaggi sono così stretti che si sta in fila indiana, e con lo zaino sulle spalle vi incastrate. Toglietelo prima di entrare.

Il terreno non ha protezioni. Ci sono buche e fossi larghi senza transenne né corrimano, e più di un punto in cui basta un passo storto per finire di sotto: se camminate con il telefono davanti agli occhi a filmare, prima o poi ci mettete il piede dentro.
Non è un posto per chi ha ginocchia messe male, e non è un posto da fare con la carrozzina o il passeggino, che restano fuori da quasi tutti i percorsi.

Quello che dà, però, è una cosa che non trovate altrove in Giappone. Non è arte da guardare, è arte che vi costringe a cambiare passo, ad allargare le braccia per stare in piedi, a guardarvi intorno per capire dove siete finiti. Nessuna targhetta spiega niente e nessuno vi dice da che parte andare.
Ci torno perché è l’unico posto dove mi accorgo davvero di come cammino: dentro il catino guardo dove metto i piedi con l’attenzione di un bambino di tre anni, e per tutto il tempo che sto lì non penso ad altro. Quando porto qualcuno dall’Italia che ha già visto templi e grattacieli, è la carta che tiro fuori.

Quando andare

Il momento migliore è la mattina presto, in un giorno feriale: il campo ellittico è vuoto, si sente solo il vento e potete stare fermi in mezzo a un pendio senza nessuno intorno.
La domenica verso mezzogiorno si riempie di famiglie, coppie e gruppi di ragazze, ma la fila non si fa da nessuna parte e lo spazio basta per tutti: al massimo vi tocca aspettare due minuti per infilarvi nei corridoi della casa principale.

Con la pioggia lasciate perdere. Il rivestimento dei sentieri e dei pendii diventa una saponetta e camminarci in discesa è pericoloso sul serio; anche il giorno dopo un acquazzone certi tratti restano viscidi.
Primavera e autunno sono le stagioni giuste: con tutta la fatica che si fa sui pendii, la temperatura conta parecchio. D’estate il sole batte sul catino dall’inizio alla fine e non c’è un posto dove mettersi al riparo; d’inverno, se ha nevicato o gelato, le pendenze diventano ingestibili.

Nel tardo pomeriggio i colori rendono meglio: con la luce bassa le colline artificiali fanno ombre lunghe dentro l’avvallamento e i muri colorati smettono di sembrare piatti. È anche l’ora in cui vengono le foto migliori, soprattutto dall’alto della montagna degli insetti e dal bordo superiore, con i padiglioni storti tutti nella stessa inquadratura.

Quanto si fatica

Parecchio, e più di quanto immaginate guardando le immagini. Si sale e si scende senza sosta, non esiste un tratto in cui si riposa camminando dritto, e si suda anche quando fuori non fa caldo.
All’ingresso prestano caschetti e scarpe da ginnastica, e non è un gadget: serve a chi arriva con i sandali o con un tacco, che qui sono una pessima idea.
Servono scarpe chiuse con la suola in gomma, roba che tiene su una discesa irregolare.

Meglio avere le mani libere, perché in diversi punti vi ritrovate ad arrampicarvi appoggiandovi alle rocce o a un muro inclinato. Portate da bere, che una volta dentro l’acqua vi manca in fretta.
In un paio di passaggi al coperto è talmente buio che senza la torcia del telefono non vedete dove finisce il pavimento.

Con i bambini

Per un bambino dai quattro anni in su è un parco giochi enorme travestito da museo: rocce da scalare, tunnel, colline da rotolare giù, stanze dove chiamarsi da una parte all’altra.
La reazione tipica è che vogliono rifare due volte lo stesso percorso, mentre i genitori arrancano dietro.

Il rovescio è che qui non potete mollare la mano nemmeno per un secondo. I dislivelli sono veri, le buche pure, e un bambino piccolo che parte di corsa in discesa non si ferma dove volete voi.
Sotto i tre anni il consiglio è di portarli sulle spalle o in braccio nei tratti peggiori e mettere in conto di saltare la parte bassa del campo ellittico.

In breve

  • Il pezzo forte: il catino con i nove padiglioni storti, da percorrere scendendoci dentro e non guardandolo dal bordo.
  • Quando andare: mattina infrasettimanale per averlo quasi tutto per voi, tardo pomeriggio per la luce; primavera e autunno, mai con la pioggia.
  • Ideale per: chi ha già fatto il giro dei templi e vuole qualcosa che gli resti addosso, famiglie con bambini che hanno voglia di correre, chi non ha problemi a camminare in salita.
  • Atmosfera: colori accesi, terreno che non sta mai fermo, poca gente sparpagliata su pendii e sentieri, silenzio rotto dai bambini che urlano dal fondo.

Conclusione

Vale la deviazione, e non per poco: si viene qui per una cosa sola, l’effetto fisico di camminare in un posto costruito apposta perché il corpo non sappia più dove si trova. Non è un museo e non è un giardino, e se arrivate aspettandovi opere da ammirare con le mani dietro la schiena vi annoiate in cinque minuti.
Chi ha problemi a camminare, chi spinge un passeggino o chi non ha intenzione di sporcarsi le scarpe può tranquillamente saltarlo. Tutti gli altri ci mettano piede almeno una volta, con le scarpe giuste e senza fretta.

Informazioni utili

Nome: Sito del Destino Reversibile
Orario: Lunedì: dalle 9 alle 17; Martedì: chiuso; Mercoledì - Domenica: dalle 9 alle 17
Indirizzo: 1298ー2 Takabayashi, Yoro, Yoro District, Gifu 503-1267, Japan
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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
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