Volante della polizia giapponese in transito notturno lungo una strada urbana in Giappone.

Polizia e koban in Giappone

Il Giappone è uno dei pochi posti dove mi capita di camminare di notte senza pensarci, e i koban c’entrano parecchio. Sono quelle cabine della polizia che trovate davanti alle stazioni, sugli incroci grandi, all’imbocco delle vie dei locali: piccole, con una luce rossa sopra la porta e uno o due agenti dentro.
Poi c’è la parte che quasi nessuno nota, cioè gli agenti in borghese che si muovono in mezzo alla gente e sembrano passanti qualunque. Qui vi racconto come riconoscere gli uni e gli altri, cosa potete davvero chiedere a un koban e cosa succede se vi fermano per un controllo.

Cos’è un koban

Un koban è un presidio di quartiere, aperto ventiquattro ore su ventiquattro, con gli agenti che si danno il cambio a turni. Il nome stesso viene da quell’idea di alternarsi nella guardia. In tutto il paese ce ne sono più o meno seimiladuecento, e accanto a questi esistono i chuzaisho, che sono la versione di campagna: un solo agente, che spesso ci abita dentro con la famiglia e conosce tutti quelli della zona per nome.
L’origine è vecchia, risale agli anni Settanta dell’Ottocento a Tokyo, quando erano solo punti fissi dove un poliziotto stava di piantone senza nemmeno una struttura. Col tempo sono diventati edifici veri, hanno cambiato nome un paio di volte e dal 1994 si chiamano ufficialmente così.

Il modello ha avuto talmente successo che è stato copiato all’estero: versioni del koban esistono in Brasile, a Singapore, in Corea del Sud, a Taiwan e in alcune città americane. Il motivo è semplice, e secondo me è l’aspetto più interessante di tutta la faccenda: invece di concentrare tutto in grandi commissariati, la polizia si spalma sul territorio in tanti puntini piccoli, a distanza di pochi minuti a piedi. Chi ci lavora fa pattugliamento in bicicletta, tiene d’occhio sempre le stesse strade e passa periodicamente a bussare alle case del quartiere per aggiornare l’elenco di chi ci abita.

Marco Togni fa il segno di vittoria davanti al posto di polizia Shibuya Ekimae a Shibuya.
Davanti al famoso koban dell'incrocio di Shibuya. Questi piccoli presidi di polizia sono il punto di riferimento principale per qualsiasi necessità in città.
Un edificio in mattoni con una cupola scura, identificato come un koban, di notte in una strada urbana di Tokyo.
Le strutture cambiano in base al quartiere. A Ginza, questo posto di guardia adotta uno stile architettonico in mattoni che si fonde con i palazzi circostanti.

Come riconoscerli

Il segnale più facile è la lampada rossa sopra l’ingresso, che di notte si vede da lontano. Sulla facciata c’è la scritta in kanji e quasi sempre anche Koban in lettere latine, più il nome del posto.
Davanti trovate una fila di biciclette bianche e nere con la scritta della polizia, e di solito una bacheca con le facce dei ricercati, i volantini contro le truffe telefoniche agli anziani e una cartina del quartiere con i punti dove sono avvenuti furti o borseggi.

Gli edifici cambiano parecchio da zona a zona. A Tokyo ne trovate di minuscoli, larghi quanto un chiosco, incastrati in un angolo fra due palazzi, e altri su due piani con la scala esterna. A Kyoto, nella zona di Gion, il koban è stato costruito in modo da somigliare alle case tradizionali intorno, con le assi scure e le tende all’ingresso: passandoci davanti la prima volta uno rischia di non capire cosa sia. Se dovete darvi un appuntamento in una zona che non conoscete, il koban è un buon punto di ritrovo: è fisso, è illuminato e ci si arriva chiedendo a chiunque.

Il piccolo edificio di guardia del koban ad Asakusa si staglia contro un moderno grattacielo con una scultura dorata.
Ad Asakusa la caserma in miniatura richiama i colori dei templi tradizionali, posizionandosi in netto contrasto con i grattacieli moderni sullo sfondo.
Veduta frontale del koban ueno tokyo, una struttura di polizia moderna in metallo scuro situata a Tokyo.
A Ueno il presidio assume invece forme metalliche e spigolose. La presenza costante della polizia scoraggia i reati e rende le strade estremamente sicure.

Chiedere indicazioni

Dare indicazioni stradali è letteralmente parte del lavoro, non un favore che vi fanno. Nei koban delle zone centrali c’è una mappa grande alla parete, spesso con i palazzi disegnati uno per uno e i nomi dei condomini, perché in Giappone gli indirizzi non seguono le vie ma i blocchi, e trovare un edificio col solo numero è complicato anche per chi è nato lì.
Io ci sono entrato tante volte per farmi indicare un ristorante in un vicolo o l’uscita giusta di una stazione enorme, e non mi è mai capitato di ricevere una risposta sbrigativa. Di solito l’agente esce fuori con voi, indica la direzione e vi dice a quale semaforo girare.

Vale la pena sapere che il koban non è solo per le emergenze. Ci potete andare per segnalare una bicicletta abbandonata, per chiedere dove si trova l’ufficio comunale, per far accompagnare un bambino che si è perso, o semplicemente per capire se il vostro albergo è di là o di qua. Il discorso cambia se la situazione è urgente davvero: in quel caso si chiama il numero d’emergenza e non si va a piedi a cercare la cabina più vicina, perché l’agente potrebbe essere fuori in ronda e trovare la porta chiusa con un cartello e un citofono.

Un agente di polizia in uniforme parla con Marco Togni che consulta una mappa lungo una strada a Shinjuku.
Chiedere indicazioni agli agenti è normale. Qui mostro una mappa cartacea a un poliziotto a Shinjuku, sempre pronto a orientare chi si perde nel traffico pedonale.
Una dettagliata mappa urbana del quartiere di Ueno in Giappone, che indica strade e punti di interesse.
Accanto ai posti di polizia si trovano spesso mappe dettagliate del quartiere. Consultatele per individuare le uscite della metropolitana o i parchi vicini.

Oggetti smarriti

Questa è la parte che stupisce di più chi viene in Giappone per la prima volta, e i numeri la raccontano meglio di qualsiasi aneddoto. Nella sola Tokyo ogni anno vengono consegnati alla polizia qualcosa come quattro milioni e mezzo di oggetti trovati per strada, nei negozi o sui treni, insieme a diversi miliardi di yen in contanti. Di quel denaro, circa sette decimi torna nelle mani di chi l’aveva perso.
In cima alla lista delle cose consegnate ci sono documenti e tessere, poi vestiti e scarpe, apparecchi elettronici, portafogli e una montagna di ombrelli.

Se perdete qualcosa, la procedura è sempre la stessa e conviene farla subito.

  • Andate in un koban qualsiasi, non serve che sia quello della zona dove avete perso l’oggetto, e fate la denuncia di smarrimento: entra in un database collegato a tutta la prefettura.
  • Portate un documento e un recapito telefonico, perché senza un contatto non possono avvisarvi quando l’oggetto salta fuori.
  • Descrivete il colore, la marca e il contenuto nel dettaglio, soprattutto per i portafogli: è così che distinguono il vostro da altri dieci uguali.
  • Se l’avete perso su un treno o dentro una stazione, provate prima all’ufficio oggetti smarriti della compagnia ferroviaria, perché per le prime ore resta lì e solo dopo passa alla polizia.
  • Se nessuno reclama l’oggetto entro qualche mese, il diritto passa a chi l’ha trovato, quindi non aspettate settimane prima di muovervi.
Un impiegato con mascherina lavora dietro un pannello di plastica presso l'ufficio oggetti smarriti in Giappone.
L'ufficio oggetti smarriti gestisce una mole di lavoro impressionante. Se perdete qualcosa, fare denuncia al koban più vicino aumenta le probabilità di ritrovarlo.
Una collezione di ombrelli portaombrelli in Giappone poggiata contro una parete esterna in un'area urbana.
Gli ombrelli dimenticati sono il classico oggetto smarrito. Spesso chi viene sorpreso dalla pioggia ne prende in prestito uno dai portaombrelli pubblici fuori dai locali.

Una cosa che noto sempre: qui è normale che uno raccolga un telefono da terra e faccia dieci minuti di strada per portarlo al koban. Non è buon cuore e basta, è un’abitudine radicata, e gli agenti compilano quei moduli tutto il giorno senza fare una piega.

Se restate senza soldi

Esiste una cosa che quasi nessun turista conosce: se vi rubano il portafoglio o lo perdete e vi ritrovate senza un yen per tornare in albergo, alla polizia possono prestarvi i soldi del biglietto. È un fondo previsto per chi resta bloccato fuori casa, e copre spese minime di trasporto.
Le cifre sono piccole, si parla in genere di un migliaio di yen, giusto per un biglietto del treno o del bus, e cambiano da prefettura a prefettura, perché dove i treni costano di più il tetto è più alto. Non ci sono interessi e nessuno vi rincorre, ma è denaro pubblico e va restituito, di solito tornando al koban o versandolo con un bollettino.

Ve lo dico sinceramente: non è una cosa da sventolare come se fosse un bancomat d’emergenza, e non la userete mai in vita vostra. Però sapere che esiste toglie parecchia ansia, soprattutto se viaggiate da soli e la carta di credito non funziona. Nello stesso giro di conversazione, se vi hanno rubato qualcosa, fatevi fare la denuncia di furto e chiedete il numero di pratica: senza quel foglio l’assicurazione di viaggio non vi rimborsa nulla.

Polizia in borghese

Camminando per Tokyo si ha l’impressione che di poliziotti in giro ce ne siano pochi, e invece ci sono eccome, solo che metà non ha la divisa. Nelle stazioni grandi e sui treni delle ore di punta lavorano squadre in abiti normali che danno la caccia a borseggiatori e molestatori: giacca e cravatta come un impiegato qualunque, oppure polo e jeans, in modo da non farsi notare. Alle partite, ai concerti e ai grandi eventi si mescolano alla folla e tengono d’occhio i punti dove la gente si ammassa.
Ci sono poi gli investigatori veri e propri, quelli della sezione criminale, che in borghese ci stanno sempre, e gli agenti dei reparti che si occupano di sicurezza nei quartieri dei locali notturni.

C’è anche l’equivoco opposto, e lo vedo capitare di continuo ai visitatori. Le persone in uniforme scura con la paletta luminosa davanti ai cantieri, ai parcheggi e all’ingresso dei centri commerciali non sono poliziotti: sono guardie private, non hanno alcun potere di fermarvi e servono a regolare il traffico e a indicare le entrate. Il poliziotto vero si riconosce dalla divisa blu scuro con lo stemma, dal distintivo sul petto e dal fatto che porta la pistola alla cintura. Se vi ferma qualcuno in borghese che dice di essere un agente, potete chiedergli il tesserino: si chiama keisatsu techo, è un libretto con foto e medaglione, e mostrarlo su richiesta rientra nelle regole.

Il controllo per strada

Il fermo per identificazione si chiama shokumu shitsumon ed è la cosa che più spesso mette a disagio chi vive qui. L’agente vi avvicina, si presenta, chiede dove state andando, cosa fate in Giappone, se avete un documento e a volte se può dare un’occhiata dentro la borsa.
La base legale è un articolo della legge sui compiti della polizia, che consente di fermare chi si comporta in modo da far sospettare un reato. Il punto importante è che si tratta di un atto volontario: non possono trascinarvi al koban, non possono frugare nello zaino senza il vostro permesso e rifiutare non è di per sé un reato. Nella pratica insistono, perché la persuasione fa parte del mestiere, e ci sono state sentenze che hanno dichiarato illegittimi controlli troppo lunghi o perquisizioni fatte oltre il limite.

Esiste anche un problema di cui si discute apertamente in Giappone, e cioè che chi ha un aspetto straniero viene fermato più spesso della media. Mi è capitato di sentirlo raccontare tante volte, sempre con lo stesso copione: nessuna aggressività, tanta cortesia formale, venti minuti buoni fra domande e telefonate alla centrale.
Il consiglio che do sempre è banale ma è quello che accorcia i tempi: fermatevi, rispondete con calma, tirate fuori il documento e non trasformatelo in una questione di principio. Se sentite che sta diventando lungo o scorretto, chiedete il nome dell’agente e a quale commissariato appartiene, che è una domanda del tutto legittima e di solito cambia subito il tono della conversazione.

Agenti di polizia effettuano un controllo di polizia nei pressi di un edificio in un vicolo di Kabukicho a Tokyo.
Nei vicoli di Kabukicho non è raro assistere a controlli mirati. Gli agenti con giubbotto tattico pattugliano costantemente le aree legate all'intrattenimento notturno.
Un'auto della polizia a Tokyo ferma a un incrocio circondata da edifici moderni in una giornata di sole.
Le auto di pattuglia hanno i lampeggianti sollevati per essere visibili nel traffico. Questo modello transita tra i grandi incroci commerciali di Hibiya.

Cosa portare addosso

Qui la regola è netta e vale la pena conoscerla prima di partire, perché non è come in molti altri paesi. Chi è in Giappone con un visto turistico deve portare con sé il passaporto e mostrarlo se un agente lo chiede: la fotocopia sul telefono non ha valore legale e non basta lasciarlo in cassaforte in albergo. Chi invece risiede qui ha la carta di soggiorno, e da sedici anni in su l’obbligo di averla addosso è lo stesso.
Le sanzioni previste per chi non ha il documento arrivano a una multa di alcune centinaia di migliaia di yen, e la cifra sale se ce l’avete e vi rifiutate di mostrarlo.

Nella realtà quotidiana quasi nessuno viene perquisito per strada e in tanti anni la maggior parte dei viaggiatori non parla mai con un poliziotto. Però il passaporto serve comunque in altre situazioni, dagli acquisti esentasse al noleggio dell’auto, quindi tanto vale tenerlo in una tasca interna insieme alla carta e abituarsi.
Io onestamente giro con una custodia sottile che sta nella tasca del giubbotto, e mi è servita più volte per gli acquisti che per la polizia.

Biciclette e controlli

Il motivo numero uno per cui un agente vi ferma in Giappone non è l’aspetto sospetto: è la bicicletta. Ogni bici venduta nel paese deve essere registrata con un adesivo antifurto che riporta un codice, e la polizia controlla quel codice contro l’elenco dei mezzi rubati, perché il furto di biciclette è uno dei reati più diffusi. La verifica si fa dal marciapiede in un paio di minuti via radio, e finisce lì.
I problemi nascono quando il nome sulla registrazione non è il vostro, per esempio se vi hanno prestato la bici di un amico o di un collega: a quel punto le domande si moltiplicano e ci vuole una telefonata al proprietario per chiudere la questione.

Se noleggiate una bici da turisti non avete pensieri, perché il codice è intestato all’azienda e il documento del noleggio ve lo danno insieme alla chiave: tenetelo con voi. Occhio invece a un paio di regole stradali che qui vengono fatte rispettare sul serio: guidare dopo aver bevuto è vietato anche sulle due ruote e viene trattato con la stessa severità dell’auto, il telefono in mano mentre si pedala è sanzionato e di notte serve il fanale acceso.
Le bici prese di seconda mano da un privato sono la trappola peggiore, perché la registrazione va cambiata di nome e quasi nessuno lo fa.

Un adesivo di divieto di sosta per biciclette è applicato sul telaio di una bicicletta in Giappone.
La polizia sanziona severamente il parcheggio selvaggio delle bici. Questo adesivo indica la rimozione forzata per chi lascia il mezzo fuori dagli spazi consentiti.
Cartello giallo di una stazione di noleggio bici in Giappone con il logo Hello Cycling su un marciapiede a Tokyo.
Per evitare multe è preferibile usare i servizi di sharing ufficiali. Le stazioni di noleggio sono distribuite regolarmente sui marciapiedi delle zone commerciali.

Numeri da sapere

Sono tre, si imparano in dieci secondi e vi consiglio di salvarli prima di arrivare.

  • Il 110 è la polizia, e si usa per furti, aggressioni, incidenti e qualsiasi cosa richieda qualcuno sul posto subito. Riceve qualcosa come dieci milioni di chiamate all’anno, cioè una ogni tre secondi, e tre quarti arrivano da cellulare.
  • Il 119 chiama insieme i pompieri e l’ambulanza, ed è lo stesso numero per entrambi.
  • Il numero con il cancelletto, 9110, è la linea per le situazioni non urgenti: molestie, liti con i vicini, dubbi su una truffa, consigli su come muoversi. Costa come una telefonata normale e vi risponde l’ufficio consulenza della prefettura in cui vi trovate.
Un'ambulanza del Tokyo Fire Department transita in un incrocio circondato da alti edifici in vetro a Shinjuku.
Il numero per chiamare un'ambulanza in Giappone è il 119, diverso da quello della polizia. I mezzi di soccorso si muovono con cautela anche tra i grattacieli di Shinjuku.
Gruppo di pompieri a Shinjuku con tute protettive gialle e arancioni riuniti su un marciapiede cittadino.
Spesso vigili del fuoco e polizia intervengono congiuntamente. Le squadre di soccorso operano per gestire rapidamente gli incidenti nelle aree metropolitane affollate.

Chi risponde al 110 vi chiederà per prima cosa dove siete, e il modo più veloce per spiegarlo è leggere l’indirizzo scritto su un palo della luce, su un distributore automatico o sull’insegna del negozio più vicino. Se chiamate da un telefono fisso, la centrale vede già la posizione. Non usate il 110 per chiedere informazioni o per denunciare una perdita: per quello ci sono i koban e la linea di consulenza, e ogni chiamata inutile toglie tempo a un’emergenza vera.

Un telefono pubblico verde NTT situato su una base metallica presso una stazione ferroviaria in Giappone.
I telefoni pubblici verdi permettono di chiamare i numeri di emergenza gratuitamente. Premendo l'apposito tasto rosso si attiva la linea diretta con le autorità.
Un telefono pubblico giappone NTT all'interno di una cabina trasparente posizionato lungo una strada in Giappone.
I modelli grigi all'interno delle cabine includono elenchi cartacei. Anche se usati raramente oggi, restano infrastrutture vitali in caso di disastri o emergenze.

Se non parlate giapponese

La lingua spaventa, ma la situazione è messa meglio di quanto pensiate. Nei koban delle zone turistiche e delle stazioni principali ci sono tablet con un’applicazione di traduzione vocale che copre una trentina di lingue, e gli agenti li usano senza imbarazzo. Ogni polizia prefetturale ha inoltre un centro interpreti raggiungibile per telefono, che entra in linea per le denunce, le chiamate d’emergenza e persino per le indicazioni stradali.
In alcuni posti sono andati oltre: il koban di Gion a Kyoto tiene agenti che parlano inglese in servizio a tutte le ore, e lo stesso vale per il presidio dentro l’aeroporto internazionale che serve Osaka.

Un paio di accorgimenti aiutano comunque parecchio. Scrivete o mostrate sullo schermo il nome del posto in giapponese invece di pronunciarlo, perché la pronuncia dei nomi propri è la cosa che si capisce meno al volo.
Se dovete fare una denuncia importante e non ve la sentite di gestirla a gesti, chiedete espressamente l’interprete: è un servizio previsto, non un piacere personale, e nessuno si offende.

Errori da evitare

Le cose che vedo andare storte sono sempre le stesse, e nessuna riguarda reati gravi.

  • Allontanarsi mentre un agente vi sta parlando è la mossa peggiore, perché trasforma un controllo di tre minuti in una faccenda lunga con rinforzi che arrivano.
  • Riprendere l’agente con il telefono alzato e il tono polemico non vi dà alcun vantaggio: se volete tutelarvi, prendete nota del nome e del commissariato.
  • Lasciare il passaporto in albergo per paura di perderlo vi mette nella posizione sbagliata proprio nel momento in cui servirebbe.
  • Andare via dopo un furto senza farsi rilasciare il numero della denuncia vi chiude la strada del rimborso assicurativo.
  • Trattare il koban come un ufficio informazioni turistiche per cose complicate, tipo prenotazioni o orari dettagliati: per le indicazioni vanno benissimo, per il resto no.

Il mio consiglio

Diciamocelo, di tutto questo la maggior parte di voi non userà niente, e va benissimo così. La sensazione che resta dopo un viaggio in Giappone è quella di un paese dove la polizia si vede poco e si sente ancora meno, e i koban sono il motivo principale: presenza diffusa, tanti piccoli punti fermi, poca esibizione di forza.
Se dovessi scegliere una sola cosa da portarvi dietro da questo articolo, sceglierei l’idea che quella cabina con la luce rossa è un posto dove si entra, non un posto davanti a cui si abbassa lo sguardo.

L’ultima volta che ho consegnato un portafoglio trovato per terra ci ho messo sette minuti di modulo e una firma, e l’agente mi ha ringraziato come se avessi fatto chissà cosa. Alla fine il sistema regge proprio su questo, molto più che sui controlli per strada. Voi entrereste a chiedere la strada, o restereste fuori col telefono in mano a girare la mappa?

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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).