Omiyage
L’omiyage è una delle abitudini giapponesi che trovo più belle da scoprire. Qui chi va in viaggio non torna mai a mani vuote. Porta a casa una scatola di dolci della zona per i colleghi, per la famiglia, per gli amici e a volte anche per i vicini.
Vista da fuori sembra una semplice storia di souvenir, ma funziona con regole sue: cosa si compra, come si confeziona, a chi si dà e come lo si porge. In questo pezzo vi spiego cosa sono davvero i regali in Giappone, da dove arriva questa usanza e come comportarvi sia se ne ricevete uno sia se volete regalarlo voi a un giapponese.
Indice
Cos’è l’omiyage
Omiyage è il regalo che si porta a qualcuno quando si torna da un posto. Non è un oggetto che ci si compra per ricordo, ma qualcosa che si condivide con le persone rimaste a casa. La parola si scrive con i caratteri di terra e prodotto, cioè il prodotto di un luogo, e già questo dice molto: un omiyage deve venire da lì.
Per questo nei negozi di souvenir giapponesi quasi tutto è cibo, e quasi sempre dolci. Biscotti, gelatine, mochi, cracker di riso, tutti con il nome della città scritto bene in grande sulla scatola. Un portachiavi o una maglietta esistono, ma sono più cose da gita scolastica: tra adulti il classico è la scatola di dolcetti.
Molti viaggiatori restano stupiti la prima volta che entrano in una stazione del Giappone e vedono file intere di negozi che vendono solo questo. Il motivo è semplice: la domanda è enorme e costante tutto l’anno. C’è chi torna dal paese dei genitori, chi rientra da una trasferta di lavoro, chi fa due giorni alle terme con gli amici, e tutti hanno qualcuno a cui portare qualcosa.
Da dove nasce
L’usanza viene da lontano e ha molto a che fare con i pellegrinaggi. La lettura miyage si diffonde tra il Trecento e il Cinquecento, e le spiegazioni più citate sono due. Una la collega a oggetti distribuiti nei santuari, l’altra al verbo che significa guardare in alto, con rispetto.
Il salto vero arriva nel periodo Edo, quando andare in pellegrinaggio al santuario di Ise diventa il sogno di tutti. Viaggiare costava tanto, e nei villaggi si formavano delle specie di associazioni: tutti mettevano da parte dei soldi e ogni tanto uno del gruppo partiva a nome di tutti. Chi restava dava al viaggiatore un regalo di partenza, il senbetsu, e lui al ritorno portava amuleti e prodotti del luogo per ricambiare.
In quel periodo ci sono state anche delle ondate di pellegrinaggi di massa verso Ise, con milioni di persone in cammino. Il meccanismo è rimasto quasi identico fino a oggi. Chi parte in qualche modo sta prendendosi una pausa mentre gli altri lavorano o restano a casa, e l’omiyage è il modo per dire grazie e condividere un pezzetto del viaggio.
A me piace proprio perché dietro a una scatola di biscotti c’è questa idea molto concreta di comunità, e capirla aiuta a non vederla come una formalità vuota.
Omiyage e temiyage
In giapponese esistono due parole che spesso vengono confuse, anche da chi vive qui da un po’. L’omiyage è il regalo di ritorno da un viaggio. Il temiyage invece è il pensiero che si porta quando si va a casa di qualcuno o a un incontro di lavoro, come quando in Italia ci si presenta a cena con un dolce o una bottiglia.
Le regole cambiano parecchio tra i due. Per l’omiyage conta che il prodotto venga dal posto visitato e che sia facile da dividere. Nel temiyage conta di più la qualità, perché è un regalo pensato per una persona o una famiglia precisa.
Sul temiyage c’è un dettaglio che vi consiglio di tenere a mente: evitate di comprarlo nel negozio sotto casa della persona che andate a trovare. Per un giapponese dà l’idea di un regalo preso all’ultimo minuto, e in più probabilmente conosce già quella pasticceria e sa quanto costa. Meglio prenderlo in un grande magazzino del proprio quartiere o, se venite da un’altra città, portarlo da lì.
Omiyage in ufficio
Il posto dove l’omiyage è più visibile è il lavoro. Dopo le ferie estive o il Capodanno, sulle scrivanie degli uffici giapponesi compaiono scatole aperte con dolcetti da tutto il paese, e ognuno ne prende uno passando. Nessuno lo mette per iscritto come obbligo, soprattutto per chi lavora part time, ma nella maggior parte degli ambienti tornare senza niente si nota.
Da qui arriva la caratteristica più giapponese di questi regali: i dolci sono tutti incartati uno per uno. Ognuno può prenderne uno, metterlo nel cassetto e mangiarlo quando vuole, e chi quel giorno è in ferie lo trova ancora lì al rientro.
Quando mi chiedono come si sceglie un omiyage per un ufficio, le regole pratiche sono sempre queste:
- Prendete una scatola con qualche pezzo in più rispetto alle persone, perché c’è sempre chi ne prende due o qualcuno dell’ufficio accanto che passa.
- Scegliete dolci incartati singolarmente, così si possono lasciare sul tavolo comune senza problemi di igiene.
- Guardate la scadenza: i prodotti che durano qualche settimana sono i più comodi, perché nessuno deve mangiarli subito.
- Tenetevi su una spesa normale, di solito tra i 1.000 e i 3.000 yen per un reparto, più o meno un centinaio di yen a persona.
- Evitate le cose che sporcano le mani o vanno tenute in frigo, perché in ufficio diventano un fastidio.
Come si sceglie
Il criterio numero uno è che il prodotto sia legato al posto. Sulla scatola deve esserci scritto chiaro da dove viene, e se è un’edizione che si trova solo in quella zona è ancora meglio. Le aziende lo sanno benissimo: il caso più famoso sono i Kit Kat, che in Giappone esistono in centinaia di gusti diversi, molti dei quali venduti solo in una regione.
Ogni zona ha poi i suoi dolci storici, quelli che tutti riconoscono al primo sguardo. A Tokyo il classico è il Tokyo Banana, un pan di spagna a forma di banana con dentro la crema, nato nei primi anni Novanta proprio come souvenir della capitale. Poi ci sono gli yatsuhashi di Kyoto, i Shiroi Koibito di Hokkaido, i momiji manju di Miyajima, e ogni prefettura ne ha almeno un paio.
Io vi direi di non puntare sempre sul più famoso. Per un collega va benissimo, ma per un amico o per qualcuno a cui tenete un prodotto meno scontato fa più piacere: un tè della zona, un condimento, un dolce di una pasticceria storica del posto. Chi lo riceve capisce che ci avete pensato.
Se il regalo è per una famiglia, informatevi prima su allergie o gusti. Gli alcolici in genere sono apprezzati, ma solo se sapete che in casa si beve.
Come si consegna
Il modo in cui si dà un regalo in Giappone conta quasi quanto il regalo stesso. Il sacchetto di carta del negozio serve solo a trasportarlo e a proteggerlo dalla polvere. Quando lo porgete, tiratelo fuori dal sacchetto davanti alla persona e dategli la scatola con tutte e due le mani, girata in modo che possa leggere.
C’è una frase famosa che si dice in queste occasioni, tsumaranai mono desu ga, cioè è una cosa da poco. È ancora conosciuta da tutti, ma oggi molte persone preferiscono formule più morbide, tipo spero sia di vostro gusto. Come straniero nessuno si aspetta la frase perfetta: un sorriso e due parole semplici bastano.
Gli errori che vedo fare più spesso sono questi:
- Dare il regalo ancora nel sacchetto, come se fosse la busta della spesa: fanno eccezione i casi in cui la persona lo deve portare via, e allora lo si dice.
- Porgerlo con una mano sola mentre si parla d’altro, che per un giapponese è un gesto un po’ sbrigativo.
- Dare il regalo sulla porta prima ancora di salutare, invece di aspettare di essere entrati e di aver fatto i saluti.
- Scegliere qualcosa di troppo costoso, che mette l’altra persona nella posizione di dover ricambiare con qualcosa dello stesso valore.
Dove comprarli
Il posto più facile sono le stazioni. Quelle grandi hanno intere gallerie di negozi dedicati, e alla stazione di Tokyo, dentro i tornelli, c’è una zona chiamata Gransta piena di dolci da regalo, compresi alcuni che si trovano solo lì. Anche gli aeroporti hanno un’ottima scelta, spesso con i prodotti migliori di tutta la regione concentrati in pochi metri.
Poi ci sono i piani interrati dei grandi magazzini, i depachika, dove trovate le pasticcerie storiche e le confezioni più eleganti. Sono il posto giusto per un temiyage da portare a casa di qualcuno, perché la confezione è già perfetta e il personale vi chiede se è un regalo.
Se avete dimenticato di comprare qualcosa durante il viaggio, a Tokyo esiste un rimedio. Tra Ginza, Yurakucho e Nihonbashi, a pochi minuti a piedi dalla stazione di Tokyo, ci sono tantissime antenna shop, i negozi ufficiali delle prefetture che vendono i prodotti tipici di ogni regione. Ci passo spesso anche solo per curiosare, perché si trovano cose che fuori dalla loro zona non si vedono.
Il bisogno di omiyage è talmente forte che a Osaka, per decenni, c’è stata una galleria soprannominata vicolo dell’alibi. Vendeva dolci di tutto il Giappone a chi voleva far credere di essere stato in un posto dove in realtà non era mai andato.
Regali per giapponesi
Se venite in Giappone e dovete incontrare qualcuno, un’amica, la famiglia che vi ospita o un collega, portare qualcosa dal vostro paese fa sempre piacere. Valgono le stesse regole di prima, solo al contrario: deve essere qualcosa che si capisce subito da dove viene, meglio se si mangia e se si divide facilmente.
Cioccolato, biscotti del vostro paese in confezioni singole, un buon olio o un prodotto tipico piccolo e ben confezionato sono scelte che vedo sempre apprezzate. Non serve spendere tanto. Molto meglio una scatola carina da mettere in mezzo al tavolo che un oggetto costoso che imbarazza. Se scegliete un set, fate caso al numero dei pezzi: il 4 e il 9 in giapponese si possono leggere come morte e sofferenza, quindi meglio evitarli nei regali. Nessuno ve lo farà notare, ma un set da 5 o da 6 è una scelta più tranquilla.
Tre accortezze pratiche prima di partire:
- Controllate le regole della dogana giapponese per salumi e prodotti a base di carne, che spesso non possono entrare nel paese.
- Evitate i prodotti freschi o che si rovinano col caldo, perché tra valigia, treni e giorni di viaggio arrivano male.
- Se il regalo è per un ufficio, contate le persone e scegliete una confezione con pezzi separati, come fanno i giapponesi.
Quando invece ricevete voi un omiyage, basta ringraziare con calma e magari aprirlo insieme se l’altra persona lo propone. Nessuno si aspetta che ricambiate subito, ma il modo più naturale per chiudere il cerchio è portare qualcosa voi la prossima volta che fate un viaggio.
Il mio consiglio
Ve lo dico sinceramente: all’inizio l’omiyage può sembrare un dovere in più da infilare tra le cose da fare in viaggio. Poi ci si abitua, e diventa un pezzo del viaggio stesso: l’ultimo giro in stazione prima di ripartire a scegliere la scatola giusta per ognuno.
Se dovessi darvi una sola regola, vi direi di pensare a chi lo riceverà prima che al prodotto. Per l’ufficio scegliete una scatola facile da dividere, per un amico qualcosa di meno scontato. E voi, cosa portereste a casa?

Autore
Marco Togni
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).
