Perché gli orientali hanno gli occhi a mandorla?
Gli occhi a mandorla sono uno dei tratti che distinguono i giapponesi dagli occidentali. La loro forma è data da una piega di pelle nell’angolo interno dell’occhio, ma da cosa deriva questa caratteristica?
Come forse già saprete, la morfologia corporea delle popolazioni è il risultato di un lungo processo di evoluzione, condizionato in maniera significativa dal clima e dall’ambiente: vale per il colore della pelle, più chiaro nei paesi nordici dove i raggi UV sono deboli e il corpo non ha bisogno di produrre molta melanina, e vale per l’altezza, la corporatura, i capelli e il naso. Anche la forma degli occhi segue la stessa logica.
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Le origini degli occhi a mandorla
Le popolazioni siberiane e dell’Asia centrale sono poi emigrate in varie zone del continente asiatico e di conseguenza l’occhio, pur restando a mandorla, ha assunto forme leggermente diverse a seconda dell’ambiente circostante e del clima, per questo i popoli dei paesi asiatici hanno occhi più o meno tondeggianti: occhi più “caucasici”, ovvero simili a quelli occidentali, sono tipici di territori temperati e tropicali.
Al tempo stesso ci sono anche tanti europei, in particolare nei paesi del Nord Europa e dell’Est che probabilmente discendono da antenati originari delle pianure della Russia e della Mongolia, che presentano tratti simili agli asiatici, in particolare per quanto riguarda gli occhi.
La mutazione genetica
Esiste però anche un’altra ipotesi: uno studio ha infatti identificato una mutazione genetica importante avvenuta 35mila anni fa, che si pensa sia all’origine dei tratti distintivi delle popolazioni asiatiche, come la conformazione dei denti, le caratteristiche della pelle e dei capelli, un seno più piccolo, ecc. Il gene in questione si chiama EDAR e secondo i test effettuati, è stata riscontrata una diversa variante del gene negli asiatici, rispetto ad europei e africani, ma ancora non è stata dimostrata un’effettiva correlazione tra questa mutazione e la forma degli occhi degli asiatici. Quello che rende interessante questa pista è che la stessa variante del gene si ritrova anche nei nativi americani, che se la sono portata dietro attraversando lo stretto di Bering. Sul perché si sia diffusa così tanto, l’ipotesi più accreditata non riguarda né i denti né i capelli ma il latte materno: in piena era glaciale, con poca luce e poca vitamina D, una ghiandola mammaria più ramificata avrebbe reso l’allattamento più efficiente, e tutto il resto sarebbe venuto di conseguenza.
Doppia palpebra o palpebra singola
Non tutti i giapponesi hanno la piega epicantica nella stessa misura, e la differenza più evidente riguarda la palpebra: c’è chi ha la palpebra singola, che in giapponese si chiama hitoe, e chi invece ha la doppia palpebra, il futae, cioè quella piccola piega che disegna un secondo solco sopra l’occhio. È una caratteristica che cambia da persona a persona, a volte perfino tra fratelli, e in alcuni casi compare o si accentua crescendo.
In Giappone la doppia palpebra è considerata molto attraente, e non a caso in qualsiasi negozio di cosmetici trovate scaffali interi di nastrini e colle per crearla in modo temporaneo. Chi vuole un risultato definitivo ricorre alla blefaroplastica, che è tra gli interventi estetici più richiesti nel Paese: camminando per i quartieri centrali di Tokyo capita spesso di vedere cliniche e cartelloni pubblicitari dedicati proprio agli occhi.
Faccia jomon e faccia yayoi
Se guardate bene i volti che incontrate in Giappone, vi accorgerete che gli occhi non sono affatto tutti uguali: c’è chi ha la piega molto marcata e chi quasi non ce l’ha. I giapponesi stessi hanno un modo tutto loro di raccontare questa differenza e dividono i visi in due famiglie: la faccia jomon, con lineamenti scavati, sopracciglia folte, naso pronunciato e doppia palpebra, e la faccia yayoi, più piatta e allungata, con l’occhio a mandorla stretto e la palpebra singola.
L’idea è che i primi somiglino ai cacciatori-raccoglitori che abitavano l’arcipelago da millenni, i cui tratti si ritrovano ancora oggi tra gli ainu dell’Hokkaido e in Okinawa, mentre i secondi discendano dai migranti del continente arrivati con la coltivazione del riso. È una classificazione popolarissima, la trovate perfino nei quiz delle riviste, anche se gli antropologi la considerano una gran semplificazione: il rimescolamento tra le due popolazioni è stato tale che oggi quasi tutti hanno un po’ dell’una e un po’ dell’altra.
E allora perché nei manga gli occhi sono enormi?
È una domanda che prima o poi viene a tutti: se i giapponesi hanno gli occhi a mandorla, perché i personaggi di manga e anime li hanno tondi e giganteschi? Il merito, se così si può dire, è soprattutto di Osamu Tezuka, il papà di Astro Boy, che da ragazzo era innamorato dei cartoni Disney e ne prese in prestito le linee morbide e gli occhioni espressivi.
Il motivo non era estetico ma pratico: occhi grandi permettono di far passare emozioni e sfumature con pochissimi tratti, un vantaggio enorme quando devi riempire tavole su tavole o risparmiare disegni in animazione. Da lì lo stile è diventato la norma, tanto che ai lettori giapponesi quei volti non sembrano affatto occidentali: li leggono come giapponesi, punto.

Autore
Marco Togni
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).
