Insegna del Nintendo Museum e installazioni decorative di Super Mario in un cortile all'aperto a Kyoto.©Rick Siu - Shutterstock

Nintendo Museum

Un museo dentro una vecchia fabbrica, a Uji, la cittadina del tè verde a sud di Kyoto. Il Nintendo Museum mette in fila praticamente tutto quello che Nintendo ha fatto, dalle carte da gioco fino alle console di adesso, e al piano di sotto ha otto postazioni dove si gioca davvero, controller giganti da manovrare in due compresi.
Ci venite se Nintendo ha fatto parte della vostra infanzia, e allora vi fermate davanti a ogni teca a riconoscere le scatole una per una. Ci si va anche con i bambini, mettendo in conto che la parte espositiva a loro dice poco e che la sostanza sta nelle postazioni di gioco.

Cosa si vede

Qui prima c’era lo stabilimento Nintendo di Uji Ogura, dove si stampavano carte da gioco e hanafuda e dove poi arrivavano le console da riparare: l’hanno svuotato e rifatto da dentro, e lo si capisce ancora dalle proporzioni dei capannoni e dal piazzale davanti. Il giro si chiude nel posto giusto, perché le carte da cui è partito tutto stanno nella prima vetrina e si fabbricavano proprio qui.
Ecco cosa c’è:

  • Il piano delle vetrine nel primo edificio: quasi tutto quello che Nintendo ha venduto in Giappone, in ordine cronologico, dalle carte hanafuda ai giocattoli strani degli inizi fino allo Switch. Le confezioni sono divise anche per mercato, giapponese, americano ed europeo, e vedere la stessa copertina in tre versioni diverse è più interessante di quanto sembri.
  • I controller appesi al soffitto: dodici modelli ingranditi nove volte, dal Famicom in poi, sospesi sopra la testa. È la prima cosa che vedete salendo ed è il momento in cui capite dove siete finiti.
  • Big Controller: controller enormi a terra, uno per console storica, e si gioca in due sullo stesso, uno alla croce direzionale e uno ai tasti. La leva analogica del Nintendo 64 va spinta con tutto il corpo.
  • Zapper & Scope SP: il tiro a segno con le pistole luminose proiettato su uno schermo lungo tutta la parete. È la postazione con la fila più lunga e anche quella che si mangia più monete.
  • Il laboratorio delle carte hanafuda, nell’edificio a fianco: si montano le proprie carte a mano e c’è un tavolo che riconosce le carte giocate e proietta le combinazioni, così le regole si imparano giocando invece che leggendo.
  • La parte esterna prima dell’ingresso: i tubi verdi, i blocchi, il fungo, l’asta con la bandierina e il barile di Donkey Kong dalla parte del piazzale, più i disegni a pixel a terra.

Le postazioni non finiscono lì: c’è la macchina lanciapalle degli anni dei giocattoli, montata in una stanza arredata come un salotto giapponese d’epoca, c’è Nintendo Classics con più di ottanta giochi vecchi, c’è il karuta delle cento poesie proiettato per terra dove giocano venti persone insieme, e c’è il Love Tester riportato in vita.
All’ingresso vi danno dieci monete e ogni postazione ne chiede da una a quattro. Fate il conto in partenza, perché tutto non ci sta: se il tiro a segno è il vostro obiettivo, ve ne restano sei per il resto.

Il limite vero del piano delle vetrine è che non spiega quasi niente. Cartellini minimi, nessuna audioguida, nessun racconto del perché una certa scelta è stata fatta: chi è cresciuto con quelle scatole si emoziona, chi non le ha mai viste si ritrova senza sapere cosa sta guardando.
Su quel piano le foto non si possono fare, e la regola viene applicata sul serio. Si fotografa al piano delle esperienze e fuori.

Se andate da soli, sappiate che i controller giganti si usano in coppia e senza un secondo giocatore quella parte ve la perdete.
Il negozio è l’altra cosa da pianificare: i cuscini a forma di controller e le scatole di biscotti spariscono nel corso della giornata, e chi ci passa dopo aver girato tutto trova gli scaffali sfoltiti.

Ci torno perché è l’unico posto dove quella roba si tocca invece di guardarla dietro un vetro, e perché la faccia della gente davanti ai controller giganti conta quanto le vetrine: adulti di cinquant’anni che si mettono in due su un pad del Nintendo 64 e ridono come se fossero in salotto.

Quando andare

La mattina è il momento buono per due motivi concreti: il negozio è ancora pieno di roba e il piano delle vetrine si gira con calma, fermandosi davanti a una teca quanto vi pare senza qualcuno dietro che aspetta.
Il pubblico cambia parecchio durante la giornata. Nelle prime ore girano soprattutto appassionati di una certa età, silenziosi, che leggono ogni cartellino; dal primo pomeriggio arrivano i gruppi di ragazzi e il piano delle esperienze diventa rumoroso, con applausi e urla ai controller giganti. Le due cose sono divertenti in modo diverso: per le vetrine meglio presto, per giocare meglio dopo.

Le attese si formano in due punti e sempre nello stesso momento: il tiro a segno e il caffè, a cavallo di pranzo. Al caffè si fa la fila in piedi davanti alla cassa e non si prende posto prima di aver ordinato, per cui mangiare prima che arrivi il grosso della gente è la mossa che fa risparmiare più tempo.
Nei giorni feriali si respira parecchio meglio che nel fine settimana, quando alle postazioni più richieste la fila si allunga.

Il tempo atmosferico quasi non conta, perché a parte il piazzale è tutto al coperto. Conta invece la luce: le foto ai tubi verdi e ai blocchi vengono bene di giorno, mentre la sera l’illuminazione esterna è debole e vengono fuori scure.

Com'è dentro

All’ingresso si passa un controllo tipo aeroporto, con le borse sul nastro e il metal detector. Dopo vi danno un tesserino, e già gli armadietti per i bagagli e i portaombrelli sono a tema: si capisce subito che non hanno lasciato al caso nemmeno una superficie.
Da lì in poi il giro è semplice: si sale al piano delle vetrine, si scende alle esperienze, si esce e si attraversa il piazzale per arrivare all’edificio con il caffè, il negozio e il laboratorio.

Camminare si cammina, ma è tutta pianura, niente salite e niente sentieri: il passaggio tra un edificio e l’altro si fa all’aperto, e con la pioggia o il caldo di agosto quei cento metri li sentite.
Lo spazio dentro è abbondante, le vetrine sono disposte ad anelli e non ci si tampona mai, cosa niente affatto scontata in un posto dove tutti guardano nella stessa direzione.

Il caffè si chiama Hatena Burger e il meccanismo è questo: scegliete pane, ripieno, tre aggiunte e salsa, con ingredienti locali tipo i peperoni manganji, il porro kujo e le verdure sott’aceto viola di Kyoto. Il panino è di dimensioni ragionevoli, non uno di quegli hamburger americani alti un palmo.
Sul negozio, che si chiama Bonus Stage, la cosa da sapere è che la merce è più sull’hardware che sui personaggi: piattini a pixel, portaoggetti a forma di cartuccia, spille, magliette con i loghi vecchi. Se cercate il peluche di Mario lo trovate più facilmente in mille altri posti in Giappone.

Con i bambini

Ai bambini dell’età dell’asilo, dai tre anni in su, danno un tesserino a forma di carta da gioco, e il personale li tratta bene: sorridono, spiegano, fanno provare.
Ci sono i fasciatoi e le stanze per l’allattamento su due livelli e il passeggino entra quasi dappertutto, con l’unica seccatura di doverlo lasciare fuori da alcune postazioni.

I problemi sono altri due. Diverse esperienze chiedono coordinazione e forza, e un bambino piccolo sul controller gigante o alla macchina lanciapalle si arrende dopo mezzo minuto; il laboratorio delle carte dura circa un’ora, tempo lungo per chi ha cinque anni.
Il piano delle vetrine, poi, per un bambino è una sequenza di scatole dietro un vetro che non si toccano. Questo è un museo pensato per chi quei giochi li ha comprati, non per chi li scoprirà adesso: portateci un ragazzino di dieci anni e si diverte, portateci un bambino di quattro e passate il tempo a tenerlo buono.

In breve

  • Il pezzo forte: il piano dove si gioca, con i controller ingranditi da usare in due e il tiro a segno a tutta parete.
  • Quando andare: mattina per le vetrine e per il negozio ancora fornito, feriale se potete scegliere, foto all’esterno con la luce del giorno.
  • Ideale per: chi è cresciuto con il Nintendo e vuole rivedere tutto in ordine, coppie e gruppi di amici, ragazzini dalle elementari in su.
  • Atmosfera: spazi larghi e luminosi, gente concentrata e composta davanti alle teche, chiasso allegro dove si gioca.

Conclusione

Il valore del posto sta nella parte fisica, non in quella da museo: le vetrine sono belle da vedere ma parlano poco, mentre le postazioni al piano di sotto sono la ragione per cui uno si organizza la giornata a Uji. Se Nintendo per voi è stata qualcosa, vale il viaggio fino a qui, perché da nessun’altra parte vi ritrovate col sorriso da scemi e un controller gigante in mano. Se invece i videogiochi vi lasciano indifferenti, qui non c’è abbastanza contesto per appassionarvi da zero: meglio impiegare la giornata nella parte vecchia di Uji.

Informazioni utili

Nome: Nintendo Museum
Orario: Lunedì: dalle 10 alle 20; Martedì: chiuso; Mercoledì - Domenica: dalle 10 alle 20
Indirizzo: Kaguraden-56 Ogurachō, Uji, Kyoto 611-0042, Japan
Sito Internet: Nintendo Museum
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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
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