Narita

A dieci minuti di treno dall’aeroporto di Narita c’è una cittadina che merita il viaggio. Si chiama Narita anche lei, ed è cresciuta attorno a Naritasan Shinshoji, un tempio buddhista fondato nel 940 che ancora oggi raccoglie più di dieci milioni di visite all’anno.
Dalla stazione al tempio c’è una strada sola, l’omotesando: poco meno di un chilometro di case basse, negozi di dolci e cucine che puliscono le anguille davanti alla finestra. Vi consiglio di tenerla in mente se avete una coincidenza lunga o un volo a orari scomodi, perché è la gita fuori Tokyo più semplice che ci sia: siete già lì, e vi basta il biglietto di un treno locale.

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Dai terminal alla città

Le stazioni sono due e si guardano quasi in faccia, JR Narita e Keisei Narita, e per arrivarci dai terminal basta un treno normale, senza pass e senza prenotazioni.
La strada per il tempio parte dal piazzale davanti alle stazioni e scende. Vuol dire che al ritorno si sale, e con una valigia al seguito è tutta un’altra faccenda.

  • Non state a scegliere fra le due stazioni: la strada per il tempio comincia dallo stesso punto, quindi prendete il treno che vi capita prima.
  • Gli armadietti a monete stanno nelle stazioni e da nessun’altra parte, così il bagaglio grosso conviene lasciarlo in aeroporto.
  • Contate almeno tre ore libere tra un volo e l’altro: altrimenti la passeggiata si trasforma in una corsa.

La strada in discesa

L’omotesando è lunga sugli ottocento metri e ci stanno dentro un centinaio e mezzo tra botteghe e ristoranti. Questa zona vive di pellegrini dall’epoca Edo, quando venire a Narita era una delle gite classiche della gente di Tokyo, e si vede dalle facciate di legno e dalle vecchie locande rimaste in piedi tra i negozi nuovi.
Il piatto di qui è l’unagi, l’anguilla grigliata. I cuochi lavorano dietro il vetro, su un tagliere ricavato da un unico pezzo di ginkgo, e davanti c’è quasi sempre un capannello di persone che guarda. Una scatola di anguilla e riso parte dalle tre migliaia di yen e sale in fretta: non è un pranzo da tutti i giorni, però secondo me qui ha senso spenderli, perché a Tokyo per la stessa cosa pagate di più e la mangiate in un centro commerciale.

Dentro il tempio

In fondo all’omotesando si sale una scalinata e ci si trova davanti a un complesso enorme, molto più grande di quanto ci si aspetti da una cittadina di provincia. Il tempio è dedicato a Fudo Myoo, la divinità dalla faccia arrabbiata che brucia le passioni, e nacque attorno a una statua portata da Kyoto per placare una rivolta: quella di Taira no Masakado, nel 940.
La sala principale è in cemento e non dice granché. Il bello sta negli edifici più vecchi lì attorno: la porta Niomon, la pagoda a tre piani del 1712 tutta intagli e colori e le sale in legno dell’epoca Edo, nascoste dietro.
Se vi chiedete come mai mezzo Kabuki passi di qui, la risposta è la famiglia Ichikawa Danjuro: da tre secoli i suoi attori si dicono devoti al tempio, e ancora oggi a teatro il pubblico li chiama col grido “Naritaya!”.

I negozi chiudono nel tardo pomeriggio, uno dopo l’altro, mentre il tempio non ha cancelli e ci si può entrare anche col buio. Dietro la sala principale si apre un parco grande sedici ettari, con laghetti, sentieri in salita e susini che fioriscono a febbraio: se vi avanza un’ora è lì che la spenderei.

Restare fino a sera

Gli alberghi davanti alle stazioni fanno la navetta gratuita per i terminal, mezz’ora scarsa di strada, e diversi partono già prima dell’alba. Per un volo del mattino io vi direi di dormire qui invece che a Tokyo: si spende meno, vi risparmiate il treno delle sei con i bagagli e la sera avete una strada da fare a piedi invece di un corridoio d’hotel.
Chi si ferma vede anche il momento più tranquillo, quando le saracinesche sono giù e restano solo i lampioni e qualche izakaya aperta.

Due volte l’anno la città cambia completamente. A inizio febbraio c’è il setsubun, con il lancio dei fagioli dal palco del tempio e i lottatori di sumo tra gli ospiti; a luglio il Gion di Narita tira dieci carri di legno su e giù per la salita dell’omotesando, a mano, per tre giorni di fila.
Ve lo dico sinceramente, alla prima visita in Giappone non ci passerei mezza giornata. Ma con sei ore di scalo da smaltire mi sembra un peccato restare seduti davanti a un gate, quando a pochi minuti di treno c’è una discesa che sa di anguilla sulla brace.

Come arrivare

Dall'aeroporto prendete un treno locale Keisei o JR fino alla stazione di Narita: sono circa 10 minuti e bastano poche centinaia di yen, senza pass.
Le due stazioni sono una accanto all'altra. Uscite sul piazzale e imboccate l'omotesando in discesa: in 10-15 minuti a piedi arrivate al portale di Naritasan Shinshoji.
Al ritorno la strada sale, quindi calcolate qualche minuto in più.

Informazioni utili

Nome: Narita
Durata visita: 2-3 ore per omotesando e tempio, mezza giornata se aggiungete il parco
Consigli utili: Dentro la sala principale del tempio si celebra più volte al giorno il goma, il rito del fuoco dedicato a Fudo Myoo. Si entra gratis e ci si siede in fondo: tamburi, fiamme e preghiere sono l'esperienza più intensa della visita, e quasi tutti i turisti passano oltre senza saperlo.
Trasporti:
  • Stazione Keisei Narita (Keisei Main Line): uscita omotesando
  • Stazione JR Narita (JR Narita Line): uscita est

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Narita

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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
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