Benesse House MuseumA 400 metri
Opere contemporanee e architettura in cemento.
©TETSU Snowdrop - ShutterstockUn museo d’arte contemporanea a Naoshima, l’isola dell’arte nel mare interno del Giappone, infilato in una valle stretta tra l’acqua e le colline: da fuori si vedono un prato, qualche pietra e una colonna di cemento piantata in mezzo all’erba.
Il Museo Lee Ufan sta mezzo sottoterra, l’edificio è di Ando Tadao e dentro le opere sono pochissime: pietre, lastre di ferro, tele con un punto e una linea.
È il posto giusto per chi a Naoshima cerca un momento di silenzio vero e per chi va matto per il cemento a vista. Chi si aspetta sale piene di quadri resterà spiazzato.
La prima cosa davanti a voi non è il museo, è un prato in discesa con sopra dei pezzi di pietra e di acciaio messi lì come se ci fossero sempre stati. L’edificio quasi non si vede: spunta un muro di cemento grigio e basta, il resto è sotto il livello dell’erba.

C’è anche una stanza più buia con una sola lastra d’acciaio appoggiata al muro, e un’altra con una pietra scavata e sul pavimento immagini proiettate di acqua, mare e luna. Non c’è una didascalia, non c’è un pannello, non c’è niente da leggere: entrate, guardate e vi fate l’idea vostra.
Vi avviso subito: dentro le opere si contano sulle dita di due mani, e chi arriva pensando a un museo classico esce arrabbiato. Chi ne esce deluso è quasi sempre chi si aspettava quadri appesi uno accanto all’altro.
La parte all’aperto è forte quanto quella al chiuso, e prima di arrivarci non ve lo immaginate. Un sacco di persone scendono dal prato, fanno la foto sotto l’arco d’acciaio e risalgono senza entrare: si perdono la sala della meditazione, che secondo me è la cosa più bella dell’isola.
L’ingresso poi non è segnalato come ve lo aspettate, e capita di girare intorno al muro prima di capire da che parte si passa.
Quello che dà è esattamente quello che promette, solo che lo promette a voce bassissima. Non ci sono effetti, non c’è niente di spettacolare da riconoscere, e chi ha bisogno di capire prima di guardare farà fatica.
Se invece vi mettete nell’ordine di idee di stare fermi due minuti davanti a una pietra e un pezzo di ferro, succede una cosa strana: cominciate a sentire il cemento, il legno sotto i piedi, l’aria che cambia temperatura passando da una stanza all’altra.
Ogni volta che torno a Naoshima lo rimetto nel giro, e quasi sempre è l’ultimo posto della giornata: dopo tre musei pieni di gente questo mi rimette in ordine la testa, e la sala della meditazione è l’unico posto dell’isola dove nessuno parla davvero.

Andateci all’apertura. La luce entra bassa dai tagli nel soffitto e disegna righe nette sul cemento, il prato è ancora bagnato e nella piazza dei pilastri non c’è nessuno: la colonna la fotografate senza un braccio alzato davanti.
A metà giornata cambia tutto, perché arrivano i traghetti e l’isola si riempie di colpo. Anche allora qui si sta molto meglio che negli altri musei dell’isola, dove si fa la fila fuori.
Il tardo pomeriggio è l’altro momento buono, con il sole basso che taglia il prato e l’arco d’acciaio che diventa arancione da un lato e grigio dall’altro.
Il fine settimana la differenza si sente soprattutto fuori: sotto la porta d’acciaio si aspetta il proprio turno per passarci in mezzo senza estranei nell’inquadratura.
D’estate la piazza è dura: non c’è un filo d’ombra, l’erba riflette il caldo e il cemento scotta. Portatevi acqua e cappello, perché dentro non si mangia e non si beve.
In primavera e in autunno è tutto un altro paio di maniche, si sta fuori sul prato senza fretta e il verde delle colline intorno è bello pieno.
Quando sull’isola c’è la rassegna d’arte che si tiene ogni tre anni, Naoshima si riempie da mattina a sera: se potete scegliere, evitatela.
Con la pioggia perdete parecchio, perché metà della visita è all’aperto e il cortile triangolare è scoperto. Il cielo grigio però al chiuso non toglie niente: anzi, nella sala più buia si vede anche meglio.

Si scende. Dal prato si va giù verso l’ingresso e poi ancora sotto il livello del terreno, con gradini e cambi di quota che per una carrozzina o un passeggino sono un problema serio.
Il pavimento fuori è ghiaia ed erba, dentro è cemento liscio e legno. Le borse grandi si lasciano negli armadietti.
Le stanze sono poche e collegate da passaggi stretti, con il cortile scoperto nel mezzo che vi fa rivedere il cielo prima di rientrare al buio. Alcune sono bianchissime, altre in penombra, e il passaggio tra le une e le altre è il momento più forte della visita: dopo dieci secondi gli occhi si riaprono e vedete cose che prima non c’erano.
Niente bar, niente audioguida, niente musica. Si sentono i passi degli altri e ogni tanto un uccello da fuori.
Il personale è molto presente e piuttosto rigido: non si tocca niente, nemmeno i muri e i vetri, e non si sta seduti dove capita. La prima volta può dare fastidio, poi si capisce che è quello che tiene il posto così com’è.
Con i bambini piccoli è complicato, perché qui l’unica cosa da fare è stare fermi e in silenzio. Con ragazzini più grandi invece può scattare qualcosa, soprattutto nella stanza con le immagini proiettate a terra.
Dentro non si fotografa, punto: né foto né video, e il telefono va tenuto via. Se venite per portarvi a casa immagini, sappiatelo prima.
Tutto quello che potete fotografare sta fuori, ed è tanto. Il colpo migliore è dal basso del prato, con la colonna di cemento che taglia il cielo e il muro grigio che fa da fondo: viene una foto pulitissima, senza niente che disturbi.
L’altra è sotto la porta d’acciaio, mettendosi in asse con l’arco in modo che dentro ci finiscano il mare e le colline. La luce buona è presto la mattina o verso sera, quando il sole radente stacca il metallo dal verde.
Nelle ore centrali la superficie lucida dell’acciaio spara riflessi e il prato diventa una macchia chiara senza dettaglio.

Qui non si viene per la quantità: le opere sono una manciata. Si viene per come sono messe, per il modo in cui si passa dal prato aperto al sottoterra e per quei due minuti in cui nella sala bianca non pensate più a niente.
Vale la deviazione per una ragione precisa: è l’unico posto di Naoshima dove il museo, il paesaggio e le opere sono la stessa identica cosa, e lo capite mentre ci camminate dentro. Se però l’arte contemporanea vi lascia freddi e volete portarvi a casa un elenco di cose viste, risparmiatevi la discesa e restate sul prato a guardare l’arco: quella parte parla anche a chi non ci si ritrova.
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Lee Ufan Museum
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Autore
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).