A 406 metriParco della PaceA 406 metri
In ricordo della bomba atomica.
©Dwi Putri - ShutterstockUn museo a Nagasaki, nella zona del Parco della Pace, che si visita scendendo: si entra al livello della strada e le sale stanno due piani sotto terra.
Il Museo della bomba atomica di Nagasaki mette in fila tre cose: la città com’era prima, quello che succede la mattina del bombardamento, quello che resta dopo. In fondo c’è una sala sulle armi nucleari di oggi. La parte che vi resta addosso sono gli oggetti veri, non i pannelli con le spiegazioni.
Se a Nagasaki avete un giorno solo, per me è il posto da cui partire. Con i bambini piccoli invece va pesata bene, perché certe fotografie stanno lì e non si evitano.
Si comincia dalla Nagasaki di prima: fotografie di strade, di negozi, di gente al lavoro nella valle di Urakami, il quartiere che poi si è preso la bomba in pieno. Poi il museo cambia marcia e smette di raccontare, e vi mette davanti le cose.

In mezzo a tutto questo ci sono le fotografie delle persone ustionate e i disegni fatti dai sopravvissuti, e su questi non c’è modo di girarci intorno: sono la parte dura del percorso, stanno all’altezza degli occhi e occupano pareti intere. Ci sono anche le testimonianze filmate, con le cuffie, e un plastico della città con l’animazione che mostra come si è propagato il calore e poi l’onda d’urto.
Il grosso delle didascalie è anche in inglese e con il telefono si leggono le spiegazioni in altre lingue, per cui la visita si fa senza sapere il giapponese.
Davanti alla replica della bomba si ferma tutto il mondo con il telefono in mano, ma la sala che mi resta in testa quando esco è l’ultima, quella con i numeri degli arsenali di adesso: è la parte che sposta il discorso dal 1945 a stamattina, ed è anche quella che la maggior parte della gente attraversa di corsa perché è già satura.
Rispetto al museo di Hiroshima è più compatto e c’è meno calca: davanti a una vetrina si riesce a stare fermi due minuti senza che qualcuno vi spinga, e per un posto così cambia tutto. In compenso il racconto è più asciutto e meno costruito, e secondo me ci guadagna.
Se cercate il contesto storico ampio, la politica, il perché di quella decisione, qui ne trovate poco. Il museo sta sui fatti materiali e sulle persone.
Quello che promette lo mantiene tutto, e lo mantiene con pochissima retorica. Ci torno ogni volta che passo da Nagasaki, e ci vado prima del Parco della Pace, mai dopo: le statue e i monumenti all’aperto restano decorazione finché non avete visto la cisterna piegata e il vetro colato, e dopo invece hanno un peso diverso.

La mattina presto è il momento buono, appena aprono: le sale sono vuote, si sente solo il rumore dei passi e potete stare davanti alle teche quanto volete. A metà giornata la cosa cambia parecchio.
Nella stagione delle gite scolastiche, tarda primavera e autunno, arrivano i pullman e il museo si riempie di ragazzi delle medie con il taccuino in mano, tutti insieme, tutti nella stessa sala. Non è un dramma, ma se capitate nell’ora di punta vi trovate in coda dentro il percorso e le teche dove gli oggetti vanno guardati da vicino diventano difficili da vedere.
Anche il tardo pomeriggio si affolla, perché ci arriva chi ha fatto il giro della città e lo tiene per ultimo.
Il tempo fuori non conta niente, visto che è tutto sotto terra: con la pioggia anzi è la scelta ovvia e si vede dalla quantità di gente che ha avuto la stessa idea. L’unico periodo davvero da evitare se volete calma è quello dell’anniversario del bombardamento, ad agosto, quando tutta la zona è piena di cerimonie, delegazioni e giornalisti.

Se potete scegliere, un giorno feriale d’inverno è la condizione migliore che esista: dentro c’è una manciata di persone e davanti a ogni vetrina siete soli.
Dall’ingresso si scende lungo una rampa che gira su se stessa, larga, in penombra, senza un gradino. È un pezzo di architettura pensato bene: mentre scendete la città sparisce, il rumore cala, e quando arrivate in fondo la luce del giorno è già lontana. Nell’atrio, prima della rampa, ci sono le catene di gru di carta colorate che arrivano da tutto il mondo, appese a cascata.
Il percorso è tutto sullo stesso piano e si segue da solo, con una sala che entra nell’altra senza bivi. Si cammina meno di quello che sembra, ma si sta parecchio in piedi fermi, ed è quello a stancare: le panche sono poche e finiscono subito.
Non serve fare scale, c’è l’ascensore, prestano sedie a rotelle e passeggini e i bagni sono attrezzati. Per chi ha problemi a muoversi è una delle strutture più semplici da girare che conosca in Giappone.

Nel piano sopra le sale trovate un caffè con qualche tavolo, il negozio, una sala video e una biblioteca aperta a tutti, piena di materiale sulla bomba e sulla pace, con un settore per i ragazzi. Il caffè non è un dettaglio da poco: uscire dalle sale e sedersi dieci minuti prima di tornare fuori serve più di quanto pensiate.
Accanto al museo c’è la sala nazionale per la memoria delle vittime, mezza interrata, con una vasca d’acqua tonda in superficie e sotto una stanza circondata da colonne di vetro illuminate e dagli scaffali con i registri dei nomi. Si entra a parte, e la stanza sotto è quella dove la gente rallenta di più senza che nessuno glielo chieda.

Le fotografie delle ustioni, i corpi, i bambini feriti: sono esposte grandi, in sequenza, e un bambino di sei o sette anni non ha gli strumenti per reggerle. Se viaggiate con i piccoli vi conviene dividervi e fare la visita a turno, oppure lasciar perdere e portarli solo al parco all’aperto.
Dai dodici anni in su invece è un’altra storia, e per un ragazzo delle medie o del liceo questa è una delle poche esperienze di viaggio che si porta a casa davvero.
Il problema non sono gli spazi, è il contenuto: all’uscita della sala centrale le panche sono occupate da adulti seduti con la testa bassa, e non è per modo di dire.
Anche per un adulto, se arrivate già stanchi o provati, mettete in conto che è una visita che chiede energia e che ve ne toglie.
Il valore di questo posto non sta nella quantità di roba esposta, che non è tanta, ma nel fatto che le cose le avete davanti a mezzo metro: il vetro colato, la cisterna piegata, la parete della cattedrale. È la differenza tra sapere una cosa e vederla, e vale la deviazione anche se Nagasaki non era nei vostri piani.
Chi cerca una lezione di storia con date, mappe e strategia militare troverà poco, e chi viaggia con bambini piccoli farà meglio a lasciarli fuori. Per tutti gli altri è una delle visite più forti che si possano fare in Giappone, e si esce con la testa piena per il resto della giornata: organizzatevi il pomeriggio di conseguenza.
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Museo della bomba atomica di Nagasaki
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Museo della bomba atomica di Nagasaki - lì vicino trovate:
A 406 metriIn ricordo della bomba atomica.
A 2348 metriVestiti economici ma di alta qualità.
Catena di panetterie.
Deliziose ciambelle.
A 2636 metriPer vedere il panorama di Nagasaki.
A 3002 metriNegozio con Hello Kitty e altri personaggi.

Autore
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).