Hitachi Seaside ParkA 48188 metri
Fioriture di nemophila e kochia.
©Sora_nus - ShutterstockUna montagna con due cime in Ibaraki, alle spalle della città di Tsukuba: arrivati in alto si vede la pianura del Kanto fin dove arriva l’occhio, con lo Skytree e il Fuji quando l’aria è pulita. Il monte Tsukuba è conosciuto per le sue due punte gemelle, per i macigni con i nomi che si incontrano salendo nel bosco e per il santuario che sta in parte alla base e in parte sulle vette.
È la montagna giusta per chi vuole camminare in salita davvero senza essere un camminatore esperto, e va bene anche con i bambini o con i genitori al seguito, perché da un lato c’è la funicolare e dall’altro la funivia.
Le cose da vedere stanno su tre piani: l’area del santuario in basso, il bosco con le rocce a metà, e le due cime con la sella in mezzo.

La roccia in punta alla cima femminile è il motivo per cui si viene su e allo stesso tempo il collo di bottiglia della giornata: nei giorni pieni si sta in coda una mezz’ora sull’ultimo pezzo di sentiero, e quando tocca a voi conviene fare la vostra foto e liberare il posto, perché dietro c’è gente in piedi sulle pietre che aspetta il suo turno.
Se avete voglia di salire su una sola delle due, prendete la femminile. La maschile costa una rampa di pietra ripida, quella che stanca di più in tutta la salita, e in cambio dà un affaccio parziale: ci si va per dire di averle fatte entrambe, non perché si veda meglio.
Il sentiero delle rocce non è una passeggiata di quelle che si fanno chiacchierando. Nella parte alta è tutto pietra, e le pietre sono lucidate da chi è passato prima: con l’umido scivolano, e con le scarpe da città rischiate di scendere seduti.
Chi si immagina una montagna silenziosa in cima ridimensioni le attese: nella sella tra le due punte ci sono i banchi con le magliette e le confezioni di dolci, il vociare di chi mangia udon ai tavolini e i bambini che corrono sulla ghiaia. Il silenzio ce l’avete nel bosco a metà salita, dove si sentono solo gli uccelli e i propri passi sui gradini di pietra.
Quello che questa montagna dà, e che poche montagne raggiungibili in giornata da Tokyo danno, è il contrasto tra le due metà: sotto un bosco fitto pieno di massi che hanno un nome e una storiella attaccata, sopra un balcone aperto su una pianura senza niente che la interrompa. Non è alta, non arriva a novecento metri, e nonostante questo l’effetto dall’alto è quello di una montagna molto più grande, perché intorno è tutto piatto.
Ci torno quando ho voglia di camminare in salita senza mettermi a organizzare niente, e ci porto chi viene a trovarmi dall’Italia e vuole vedere com’è fatta una montagna sacra giapponese: le due punte sono il dio della montagna, e la cosa si capisce da sé quando si arriva in cima sudati e si trova la gente che batte le mani davanti a una saletta di legno grande come uno sgabuzzino. Sulla cima maschile è venerato Izanagi, su quella femminile Izanami, la coppia di dei che nei miti giapponesi ha dato vita all’arcipelago.

La prima ora del mattino, nei giorni feriali: sotto siete quasi soli sul sentiero e sopra trovate la terrazza libera.
Il fine settimana è un’altra cosa, e nei ponti diventa pesante: alla funicolare e alla funivia si aspetta in fila, e sull’ultima rampa verso la cima femminile si cammina a passo d’uomo, uno dietro l’altro. A mezzogiorno i tavoli nella sella sono tutti occupati e chi si è portato l’onigiri da casa lo mangia sulle panchine di legno, che è anche la mossa che vi consiglio.
Le stagioni cambiano davvero il posto. A novembre il bosco diventa rosso e giallo ed è il momento in cui la montagna è più bella e più affollata insieme: si sale in mezzo agli aceri, ma mettete in conto che il resto del Kanto ha avuto la stessa idea.
D’inverno l’aria è pulita come in nessun altro periodo e il Fuji si stacca netto sull’orizzonte, bianco, dall’altra parte della pianura: fa freddo e tira vento sulle cime, però è la stagione in cui si vede più lontano. Tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera fioriscono i pruni del pendio a mezza costa, bianchi e rosa in mezzo ai massi grigi, ed è la fioritura che mi piace più dei ciliegi perché il pendio è ripido e gli alberi si guardano dall’alto in basso.
L’estate è il periodo da evitare: caldo appiccicoso nel bosco, foschia che mangia tutto e dall’alto si intuisce appena qualche tetto. Con la pioggia lasciate perdere del tutto: le rocce diventano una saponetta e non c’è nessun motivo per arrivare in cima dentro una nuvola.
Partendo dal santuario alla base si fanno circa seicento metri di dislivello, su un sentiero segnato bene e mai esposto: non c’è un passaggio dove serva mettere le mani per paura, ma di gradini irregolari, radici e pietroni da scavalcare ce n’è in abbondanza.
Il bosco fa ombra su quasi tutto il sentiero, e ci sono panchine a intervalli regolari. Le scarpe con una suola decente sono il minimo, i bastoncini li usano in tanti e in discesa aiutano parecchio.
Anche il tratto tra le due cime, che sulla mappa sembra una passeggiata, ha i suoi sali e scendi di roccia: dalla sella verso la femminile è un mezzo chilometro con pietroni, verso la maschile è più corto ma più cattivo, una scaletta di roccia da fare con calma soprattutto tornando giù.
Vi consiglio di salire a piedi e scendere con la funivia o la funicolare. La discesa su quelle pietre lisce è la parte che fa più male alle ginocchia e non aggiunge nulla a quello che avete già visto.
Il passeggino qui non serve a niente, è da lasciare giù. I bambini che camminano da soli, invece, si divertono come matti nel tratto delle rocce, perché si passa sotto i massi e dentro i buchi e c’è sempre qualcosa da arrampicare. Chi non se la sente di salire arriva comunque in alto e gira la sella e le due cime a piedi, a patto di sapere che anche quei pezzi hanno pietre e scalini.
Dalla roccia in punta alla cima femminile si prende tutta la pianura in una sola inquadratura, con le montagne più lontane sullo sfondo e la sagoma dell’altra punta sulla destra. Lì però avete pochi secondi di pace: mettetevi d’accordo prima su chi scatta e come.
Se volete stare comodi, la terrazza sul tetto dell’edificio nella sella è il posto migliore: c’è spazio per appoggiare i gomiti al parapetto e sulla sinistra entra il lago Kasumigaura.
Nel bosco il fotogramma buono è quello del masso incastrato sopra il sentiero, ripreso dal basso con la luce che passa tra gli alberi: l’effetto della pietra sospesa sopra la testa viene meglio con il cielo coperto. Il masso si chiama Benkei Nanamodori, cioè i sette ritorni di Benkei: perfino il monaco guerriero, uno che di paura non ne aveva, sarebbe tornato indietro sette volte prima di trovare il coraggio di passarci sotto.
C’è anche una cosa che si vede solo da lontano: al tramonto, guardando la montagna dalla pianura, il profilo delle due punte diventa violaceo. È il motivo per cui la chiamano la cima viola, e quando torno giù verso sera mi fermo sempre a guardarla da un pezzo di strada tra le risaie.

Il valore di questa montagna non sta nei monumenti, che sono piccoli e spartani, ma nella fatica che chiede: una salita di gradini e macigni con un premio molto concreto in cima, e un bosco che nella parte bassa è una bellezza a sé. Vale la deviazione fuori Tokyo per questo motivo preciso, e ancora di più se scegliete una giornata d’inverno con il cielo pulito.
Non fa per voi se cercate templi ricchi o se non avete scarpe adatte. E se l’idea di camminare in fila su una rampa di pietra vi fa passare la voglia, scegliete un giorno in settimana: nei ponti e nel fine settimana la stessa montagna si fa in coda.
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Monte Tsukuba
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Fioriture di nemophila e kochia.
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Autore
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).