Veduta panoramica delle montagne di Omine Okugakemichi con campi di erba alta in primo piano sotto un cielo sereno.©LesserCuckoo - Shutterstock

Monte Omine

Una montagna sacra in mezzo ai boschi di Yoshino, nella zona di Nara, dove il sentiero passa dentro vecchie case da tè di legno e sbuca davanti a un tempio annerito piantato a più di millesettecento metri.
Il Monte Omine, che sulle mappe giapponesi trovate come Sanjogatake, è il posto dove è nata la via dei monaci di montagna, e quella roba lì la vedete ancora in funzione: rocce da salire con le catene, strapiombi usati per le prove, gruppi vestiti di bianco che salgono recitando.
Ci si va per camminare parecchio e per vedere una cosa che nel resto del Giappone non c’è più. Un avviso subito, perché conta: le donne non possono salire, il divieto è ancora in piedi.

Cosa si vede

Questa salita non è una sequenza di panorami: è una sequenza di cose costruite dagli uomini in mezzo al bosco, tutte con una funzione precisa.

  • Il cancello del divieto: una porta di legno scuro all’imbocco del sentiero, con la sbarra e la scritta che segna dove le donne si fermano. È la prima cosa che incontrate e mette subito in chiaro dove state entrando.
  • Le case da tè lungo la salita: baracconi di legno con le panche, le statue dentro, i bicchieri di tè caldo e il daranisuke, il digestivo amarissimo di corteccia che si fa qui da sempre. Il sentiero non gira intorno all’edificio, ci passa dentro: entrate da una porta e uscite dall’altra.
  • Kanekake-iwa: una parete di roccia con le catene e una scaletta di ferro, da fare a mani nude sul serio. Chi non se la sente prende la variante che la evita, senza drammi.
  • Nishi no Nozoki: lo strapiombo dove i monaci calano i pellegrini nel vuoto a testa in giù, legati con una corda, finché non rispondono alle domande. Anche solo affacciarsi dal bordo, sdraiati sulla roccia, è la cosa più forte di tutta la giornata.
  • Ominesanji, il tempio in cima: legno scurissimo, tetto largo coperto di rame, e intorno gli alloggi dei monaci. Vedere un edificio di quella stazza lassù, dove ogni asse di legno è arrivata a spalla, fa un certo effetto.
  • Il prato dietro il tempio: la cima vera non è un cocuzzolo ma un dosso aperto di bambù nano che scende dolce, con una roccia recintata dalle corde sacre. Da lì avete davanti Inamuragatake e tutta la fila di creste dell’Omine, fino a Misen e Hakkyogatake.

Il tempio in sé è meno impressionante di come suona sulla carta, e ve lo dico prima così non restate male: è una grande sala di legno, niente oro, niente colori, un cortile sassoso e basta. Quello che conta è tutto intorno.
Molti si fermano davanti alla sala principale, fanno la foto e tornano giù: se lo fate anche voi vi perdete il prato dietro, che è la parte migliore e sta a due minuti scarsi.
Le rocce con le catene non sono da alpinisti, ma sono rocce vere: se l’esposizione vi mette in crisi, sappiatelo prima di partire.

Ci torno perché è l’unico posto dove vedo la religione giapponese ancora al lavoro e non messa in vetrina per i turisti. Si incrociano i gruppi in bianco che salgono in fila con il suono della conchiglia che rimbalza nella valle, e chiunque passi vi saluta con la stessa formula fissa, una specie di buon pellegrinaggio, anche se siete stranieri in scarponi.

Quando andare

Partite presto, prestissimo. Nelle prime ore il bosco è tutto vostro, il sentiero è ancora bagnato e capita di salire sopra le nuvole, con la valle sotto coperta dalla nebbia e le creste che spuntano fuori.
A metà giornata il sentiero si riempie e davanti alle catene si aspetta il proprio turno.

Nei giorni feriali la differenza si sente parecchio. Nei fine settimana e nei giorni di festa di primavera arrivano i gruppi organizzati, che salgono compatti e occupano le case da tè: è uno spettacolo di per sé, ma se cercate il silenzio avete sbagliato giornata.
L’autunno secondo me è il momento migliore: il bosco cambia colore su tutta la fascia bassa e l’aria pulita allunga la vista sulle montagne intorno.

In piena estate la salita è pesante nella parte bassa, mentre in cima si sta bene anche quando giù si scoppia: portatevi qualcosa di caldo, perché sul prato tira vento e la temperatura cambia di colpo.
Con la pioggia lasciate perdere. Non tanto per bagnarvi, quanto perché le rocce delle catene diventano una saponetta e dallo strapiombo non vedete niente, solo grigio.
D’inverno la montagna si copre di neve ed è un altro sport, con un’altra attrezzatura: non è la gita di cui stiamo parlando.

Quanto si fatica

Non è una passeggiata e non prendetela sottogamba: si sale per circa ottocento metri di dislivello, e il primo pezzo è una salita continua nel bosco che non dà tregua.
Poi il sentiero si mette in piano sui fianchi della montagna, si respira, e l’ultima parte torna a impennarsi tra le rocce.

Il fondo è tenuto bene, perché qui ci cammina gente tutti i giorni e sono passaggi di pellegrinaggio, non un sentiero abbandonato: gradini di legno, tratti lastricati, corrimano dove serve.
Ci vogliono scarponi veri, non le scarpe da ginnastica con cui vedo partire qualcuno. Le case da tè sono l’unico punto dove ci si siede al coperto, e vi assicuro che il tè caldo a metà salita cambia l’umore.

Con i bambini piccoli, i passeggini o le ginocchia messe male, non è il posto giusto e non c’è modo di girarci intorno: non esistono scorciatoie, non c’è niente di meccanico, si sale e si scende con le gambe.

Il divieto alle donne

Su questo non c’è margine di interpretazione: il divieto è ancora in vigore, ci sono quattro porte di legno che chiudono gli accessi e nessuna donna sale oltre quelle.
Non è una legge dello Stato, è una regola religiosa che qui viene rispettata alla lettera, e sul posto lo prendono molto sul serio.

Se viaggiate in coppia o in famiglia, organizzatevi sapendolo prima e non davanti al cancello. La montagna accanto, Inamuragatake, è aperta a tutti e viene chiamata l’Omine delle donne: si cammina bene, è una cima diversa ma dello stesso mondo, e dal Sanjogatake ve la trovate davanti per tutto il tempo.
Che la cosa vi stia bene o vi faccia storcere il naso, la scelta di andarci resta vostra.

In breve

  • Il pezzo forte: lo strapiombo di Nishi no Nozoki e il dosso di bambù nano dietro il tempio, con le creste in fila fino all’orizzonte.
  • Quando andare: partenza all’alba, giorni feriali, autunno per i colori; con la pioggia rimandate.
  • Ideale per: chi cammina volentieri in salita e vuole vedere il mondo dei monaci di montagna dal vivo, non in un museo.
  • Atmosfera: legno annerito, conchiglie che suonano tra i valloni, file di pellegrini in bianco, vento freddo sul prato.

Conclusione

Qui non si viene per un monumento e nemmeno per il panorama, che pure c’è: si viene per la salita in sé, per le case da tè che vi si aprono davanti in mezzo al bosco e per l’idea che quel sentiero venga percorso allo stesso modo da una quantità di tempo che non riuscite a immaginare.
Vale la deviazione fin dentro le montagne di Nara, ma solo se avete gambe e voglia di sudare: per me è il posto sacro più intenso del Giappone.
Se cercate un tempio comodo da vedere in scioltezza, o se siete una donna e volete camminare fin sopra, guardate altrove senza rimpianti.

Informazioni utili

Nome: Monte Omine
Indirizzo: Omine mountain, Dorogawa, Tenkawa, Yoshino District, Nara 638-0431, Japan
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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).