Panoramica autunnale dalla piattaforma di osservazione Usui Pass a Karuizawa con montagne sullo sfondo.©AaronChenPS2 - Shutterstock

Monte Myogi

Una montagna di roccia nella parte ovest di Gunma, tra Tomioka e Shimonita, che da lontano sembra una fila di denti rotti piantati nel verde. Il Monte Myogi non è una cima sola: è un muro di torri e guglie con dentro due santuari, arcate di pietra naturali sotto cui si passa a piedi e una statua dorata alta come un palazzo di sei piani.
Ci si va per camminare e guardare in su, ma anche chi non ha gambe da montagna si porta a casa la sua parte.
È il posto giusto se avete già visto i grandi templi delle città e volete un Giappone fatto di pareti, catene e pianura che si apre sotto i piedi.

Cosa si vede

Da sotto sembra un blocco unico, grigio e pieno di punte. Appena ci si infila dentro si divide in pezzi, e i pezzi sono questi.

  • Il santuario Myogi: un portale di legno rosso acceso all’ingresso, poi centosessantacinque gradini ripidi e stretti, e in cima la sala principale laccata di nero con gli intagli dorati, draghi sulle colonne e uccelli sulle assi delle pareti. Dietro, la parete della montagna arriva addosso.
  • I tre cedri accanto al portale di bronzo: tronchi che in due non si abbracciano, piantati a triangolo. La gente si mette in mezzo e resta lì un minuto senza parlare.
  • Il giro delle porte di pietra: quattro arcate scavate nella roccia dall’acqua e dal tempo, si passa sotto camminando. La prima è la più larga, una trentina di metri, e quando ci siete sotto non entra nell’inquadratura.
  • La roccia cannone: uno sperone orizzontale che sporge nel vuoto e sembra davvero la canna di un cannone puntata sulla valle. Si vede incorniciata dalla quarta arcata, che è il punto dove tutti si siedono.
  • Il santuario Nakanotake e la statua del Daikoku: venti metri di divinità dorata che tiene in mano una spada invece del martelletto. Sopra c’è una parete di lava scura a strapiombo, ed è quella che lì si venera al posto di un edificio.
  • Il parco dei ciliegi sul fianco sud: una quarantina di ettari di prati e sentieri con quattromila alberi e quarantacinque varietà diverse, per cui la fioritura non finisce in tre giorni ma va avanti per settimane.

Il sentiero di mezza costa che lega i due santuari è quello da tenere a mente: passa sotto le torri, tocca due punti aperti sulla pianura del Kanto e vi porta alle porte di pietra senza mettervi in cresta.
Non è una passeggiata di campagna, però. Ci sono catene, scalette di ferro vecchie, e almeno un paio di tratti in cui si gira attorno alla roccia con poco spazio sotto le scarpe.

Il giro delle arcate è la parte più fisica e anche la più divertente. Subito dopo la prima porta c’è un traverso di una decina di metri con la catena fissata alla parete: si va di fianco come i granchi e da un lato il terreno sparisce.
Più avanti si scende su una doppia catena di otto metri, ed è lì che si forma la coda quando c’è gente, perché chi non ha mai toccato una catena ci mette il suo tempo. La deviazione per arrivare in punta alla roccia cannone potete saltarla tranquillamente: è il passaggio più esposto di tutti e la roccia la vedete benissimo da sotto.

Le creste alte sono un’altra montagna e non c’entrano niente con il sentiero di mezza costa. Lassù ci sono morti ogni anno, il tracciato è considerato il più duro tra quelli segnati del Paese e una delle cime è chiusa e basta.
Se non avete esperienza vera di roccia, restate più in basso: non vi perdete il bello, vi perdete solo il rischio. La montagna poi fa selezione da sola: tanta gente arriva in auto, guarda la statua dorata, sale i centotrenta gradini del Nakanotake e riparte, e dopo il primo chilometro intorno non c’è quasi più nessuno.

Ci torno una o due volte l’anno, sempre in autunno, perché è l’unico posto raggiungibile in giornata da Tokyo dove cammino mezza mattina con le mani su una catena e la faccia contro la roccia fredda, e poi giro un angolo e mi ritrovo la pianura aperta fino all’orizzonte. E perché il rumore che resta in testa non è quello dei turisti ma quello dei corvi tra le guglie.

Quando andare

L’autunno è il momento in cui questa montagna dà il meglio di sé, senza discussioni. Il rosso comincia in alto già a ottobre e scende lentamente fino a metà novembre, e il gioco è tutto nel contrasto: le foglie accese contro la roccia grigia e le torri che le bucano.
Nei fine settimana di novembre i parcheggi si riempiono presto e sul sentiero si cammina in fila indiana nei punti stretti; nei giorni feriali, alla stessa ora, incrociate quattro persone in tutto.

La primavera è l’altra stagione buona, ed è una cosa diversa: sotto, il parco dei ciliegi con le varietà che si accendono a scaglioni tra aprile e i primi di maggio; sopra, la roccia ancora spoglia che fa da fondale. Anche al santuario Myogi ci sono ciliegi a rami cadenti lungo il viale, molto vecchi e molto grossi.
Se vi interessa la fioritura senza la ressa, anche qui puntate sui giorni infrasettimanali: nei fine settimana di aprile il prato è pieno di teli e famiglie.

L’estate qui ve la sconsiglio davvero, e non solo per il caldo. Dalla stagione delle piogge in avanti sul sentiero ci sono le sanguisughe, la roccia scotta, l’ombra sotto le pareti dura poco e i temporali di pomeriggio arrivano in fretta.
L’inverno invece è limpido e vuoto, l’aria pulita fa vedere la pianura fino a molto lontano, ma se ha gelato le catene e le scalette di ferro diventano una brutta faccenda.

Con la pioggia, lasciate stare del tutto. Le rocce di questa montagna sono cenere vulcanica compattata con dentro pezzi di lava, sotto l’acqua diventano viscide e il giro delle arcate smette di essere una gita.
Con il cielo coperto basso perdete anche i due punti aperti sulla pianura, e con loro un bel pezzo della giornata.

Quanta fatica costa

Le scale sono la prima cosa che mi chiedono tutti. Al santuario Myogi la scalinata ha gradini alti e irregolari, senza corrimano continuo, e con le ginocchia messe male si sentono tutti; esiste una salita laterale più dolce per arrivare in cima senza affrontarla.
Al Nakanotake la scalinata è più corta ma molto più ripida, quasi una scala a pioli di pietra, e chi soffre di vertigini la scende di schiena.

Sul sentiero di mezza costa non ci sono salite lunghe da spaccare le gambe, è più un continuo saliscendi con radici, ghiaia e gradini scavati. Quello che pesa sono i passaggi attrezzati: due o tre punti con la catena, qualche scaletta metallica su costoni sottili, e tratti in cui il corrimano è l’unica cosa tra voi e il vuoto.
Scarpe da trekking con la suola che tiene sono obbligatorie, le sneakers da città qui sono una pessima idea. Mani libere, zaino in spalla e niente ombrello aperto.

Con i bambini si può fare, ma scegliendo. Il santuario Myogi, la statua dorata e il parco dei ciliegi sono gestibili anche con i piccoli; il giro delle arcate no, non con bambini sotto i sette o otto anni e non se non camminano già bene da soli.
Passeggini e carrozzine si fermano ai piazzali e ai vialetti del parco: sul resto non c’è niente da fare.

Ultima cosa pratica: siamo in montagna vera, con gli orsi. I campanelli da appendere allo zaino si vedono addosso a tutti i giapponesi che salgono, e non è folklore.

La foto migliore

Quella che portano a casa tutti è la roccia cannone dentro la quarta arcata: vi mettete nello spiazzo sotto l’arco, la pietra fa da cornice tutt’intorno e lo sperone resta sospeso al centro con la valle dietro. A metà giornata la luce entra dall’alto e il contrasto è duro, mentre nel tardo pomeriggio la parete si scalda di colore e viene molto meglio.
Se c’è coda, si aspetta il proprio turno: nello spiazzo ci stanno poche persone per volta.

L’altra immagine forte è dal basso, dai piazzali sotto il Nakanotake: la statua dorata in primo piano e la parete nera che le sta sopra, con le guglie che spuntano ai lati. Non serve avvicinarsi, anzi, allontanandosi di qualche decina di metri entra tutto.
Chi ha gambe e testa per la catena può salire allo sperone con la grande lettera bianca sopra il santuario Myogi: da lassù il tetto del santuario è un puntino in mezzo agli alberi e la pianura si stende senza più ostacoli.

In breve

  • Il pezzo forte: le arcate di roccia naturali e lo sperone a forma di cannone sospeso sulla valle.
  • Quando andare: da ottobre a metà novembre per il rosso sulle pareti, aprile per i ciliegi; fine settimana affollati, estate da evitare.
  • Ideale per: chi ha voglia di camminare tra le rocce con catene e scalette, e chi cerca un Giappone diverso dai templi cittadini.
  • Atmosfera: torri di pietra sopra la testa, corvi, ghiaia sotto le scarpe e pochissime voci appena ci si allontana dai parcheggi.

Conclusione

Qui non si viene per un edificio o per una singola vista, ma per la forma della montagna: il cammino sotto pareti che sembrano finte e la sensazione fisica della roccia sotto le mani. Vale la deviazione da Tokyo per questo motivo preciso, e i due santuari sono il premio in più, non il motivo del viaggio.
Se cercate una gita comoda, con tutto in piano e le scarpe pulite alla fine, questa montagna non fa per voi e non c’è modo di addolcirla. Se invece accettate un po’ di gambe, un po’ di catene e un paio di momenti in cui guardate giù e deglutite, difficilmente trovate di meglio in tutto il Kanto.

Informazioni utili

Nome: Monte Myogi
Indirizzo: Mount Myōgi, Matsuidamachi Goryo, Annaka, Gunma 379-0302, Japan
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Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
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