Parco HanamiyamaA 36751 metri
Fioriture coltivate e sentieri panoramici.
©Spyan - ShutterstockUn ciliegio di mille anni in mezzo alla campagna di Miharu, nella prefettura di Fukushima, con campi e un pendio tutto intorno e un sentiero ad anello che lo circonda. Il Miharu Takizakura è uno dei tre ciliegi più famosi del Giappone, un piangente con i rami larghissimi che arrivano quasi a terra: quando fiorisce fa l’effetto di una cascata rosa pallido, e dal punto più alto lo si guarda dentro la conca in cui sta.
Non c’è altro: né un tempio, né un museo, né un giardino. Si viene per l’albero e per i campi gialli intorno, ed è il posto giusto per chi in primavera vuole vedere una cosa sola.
Da lontano è una macchia rosa su una collina e uno pensa di aver capito tutto. Poi si scende verso la conca dove sta l’albero e cambia la faccenda: i rami si allargano per venticinque metri da un lato all’altro e ci si ritrova davanti una parete di fiori alta come una palazzina di quattro piani.

Vi avviso subito che fuori dalle settimane in cui fiorisce qui non c’è niente. Un albero spoglio o verde in mezzo a un campo, un sentiero e una collina. Se capitate dalle parti di Fukushima a giugno o a ottobre, lasciate perdere e andate altrove.
Poi c’è il problema del davanti. Tutti arrivano, si piazzano nello stesso punto sotto i rami, tirano fuori il telefono e non si spostano più: lì si sta stretti anche quando il resto del percorso è libero. La parte alta dietro, invece, se la perde parecchia gente, ed è quella che secondo me vale la deviazione da sola, perché vedete contemporaneamente l’albero intero, i campi gialli e le colline.
Un’altra cosa da mettere in conto: sotto i rami non si passa. C’è una recinzione bassa tutto intorno e la distanza minima è quella, per cui le foto con la persona in mezzo alla cascata di fiori non si fanno.
Un ciliegio così non assomiglia a niente di quello che si vede nei parchi delle città giapponesi. Lì i ciliegi sono tanti e fanno tunnel, qui ce n’è uno solo e fa tutto lui.
Ci torno ogni primavera in cui riesco a incastrarlo, e ogni volta resto fermo davanti più di quanto avessi previsto, senza fare niente di particolare, a guardare come si muovono i rami se tira vento.

La finestra buona è corta e cade verso metà aprile, con qualche anno in cui anticipa ai primi giorni del mese. Non è una cosa che si programma a gennaio: si guarda come sta andando la stagione e si decide all’ultimo, perché tra boccioli chiusi e petali già per terra ballano pochi giorni.
Pioggia e vento forte in quei giorni fanno danni veri. Con l’acqua i fiori si appesantiscono e il pendio diventa fango, e una giornata di vento può chiudere la partita in anticipo.
Il momento migliore è la mattina presto in un giorno feriale, quando sul sentiero ci sono quattro fotografi con il treppiede e due signori del posto. La luce arriva bassa da dietro e i fiori sembrano più chiari di come sono.
Il peggio è il fine settimana a metà giornata, quando davanti all’albero ci si muove a passo d’uomo e per infilarsi nel punto della foto si aspetta il proprio turno. Con trecentomila persone che passano di qui in una stagione, scegliere un giorno infrasettimanale cambia tutto.
Tenete presente che Miharu sta nell’entroterra e ad aprile la sera fa freddo davvero, anche se di giorno c’è il sole. Giacca pesante, non la felpa.
Il percorso è un anello che parte dal basso, gira attorno alla conca e risale sul fianco della collina. Non è lungo, ma non è nemmeno tutto piano: ci sono gradini, un tratto in salita e fondo di terra battuta e ghiaia.
La parte bassa davanti all’albero è comoda per tutti, anche con il passeggino o con una persona che cammina male. Da lì in su, con le ruote, si complica: i gradini ci sono e non si aggirano.
Ombra non ce n’è, il che in aprile non è un problema, ma il sole in faccia per tutto il giro c’è eccome nelle giornate limpide.
Più si sale, più la gente si dirada: sul prato in alto c’è chi si siede e resta lì mezza giornata.
Per la foto, i due punti che contano sono quello in basso davanti, con i rami che scendono e riempiono tutta l’inquadratura dall’alto in basso, e quello in cima al pendio, con il giallo della colza in primo piano.
Di sera accendono i fari e l’albero diventa un’altra cosa: su sfondo nero i fiori sembrano più fitti e il rosa vira verso il bianco caldo. Le famiglie si siedono sull’erba del pendio e la gente parla piano, cosa che di giorno non succede.
Se ci andate, non arrivate quando accendono: con il cielo ancora chiaro le luci non si vedono quasi, e serve aspettare che il buio sia pieno perché la differenza salti fuori.
Chi fotografa di sera porti il treppiede e una torcia piccola, perché il sentiero al buio è illuminato poco e i gradini si vedono male.
Dal vivo, per me, la versione serale è meno importante di quella del mattino presto: il contorno sparisce, restano solo l’albero e il nero. Bellissimo, ma è mezza storia, perché è il paesaggio intorno a dare la misura di quanto sia grosso.


Qui si viene per un albero e per due settimane l’anno: se azzeccate il periodo, è una delle cose più forti che si possano vedere in Giappone in primavera, e la salita sul retro è quella che vi resta in testa più della foto da sotto. Se invece passate da queste parti fuori stagione, o se l’idea di fare strada per guardare una pianta vi sembra poco, questo non è il posto per voi e non c’è nient’altro a compensare.
A conti fatti è una gita che chiede molto e restituisce una scena sola, ma quella scena non si ripete da nessun’altra parte.
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Miharu Takizakura
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Autore
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).