Lavorare in Giappone senza giapponese
Si può lavorare in Giappone anche senza parlare giapponese, ma bisogna sapere bene dove cercare e cosa si ha in mano. È una delle domande che mi arrivano più spesso, da anni, con tante varianti: sono laureato, non so una parola di giapponese, posso trasferirmi a Tokyo e trovare lavoro?
Rispondo sempre con un’altra domanda, e cioè come la vedreste se un ragazzo giapponese vi dicesse che vuole venire a lavorare a Milano senza sapere l’italiano. Può farcela? Forse sì, ma è difficile. Alcune porte sono aperte, soprattutto con il visto giusto e il mestiere giusto, ma tante altre senza la lingua restano chiuse.
Indice
Come un giapponese in Italia
Il paragone con l’Italia non è una battuta, secondo me è il modo più onesto per inquadrare la situazione. Un giapponese che arriva a Bologna senza italiano può trovare lavoro in un’azienda che lavora con l’estero, in un ristorante giapponese o come insegnante della sua lingua. Difficilmente però lo prenderanno in un ufficio comunale, in banca o come commesso in centro.
In Giappone è la stessa cosa, anzi un po’ più rigida: l’inglese nella vita quotidiana non lo parla quasi nessuno, le riunioni si fanno in giapponese, le email ai clienti pure. Tutte le aziende locali, dalla piccola ditta al grande gruppo giapponese, lavorano in giapponese e basta.
Chi arriva senza lingua quindi non si gioca tutto il mercato del lavoro, ma una sua fetta molto piccola. Ci sono settori dove l’inglese basta, ma in tutti la concorrenza è internazionale: vi confrontate con persone che arrivano da tutto il mondo e che spesso l’inglese lo hanno come lingua madre.
Prima il visto
Prima ancora del lavoro bisogna ragionare sul visto, perché senza un permesso che vi autorizzi non potete lavorare nemmeno un’ora. Il visto di lavoro più comune per chi fa un lavoro d’ufficio è quello che in Giappone chiamano “Engineer/Specialist in Humanities/International Services”, e la legge non chiede nessun livello di giapponese. Chiede invece una laurea, oppure tanti anni di esperienza documentata nel settore: di solito dieci, che scendono a tre per alcuni lavori legati all’estero come traduzione o rapporti con clienti stranieri.
Il visto non ve lo fate da soli. È l’azienda che vi assume a fare da garante e a presentare la pratica all’immigrazione, e questo significa che prima serve un’offerta di lavoro vera. Non si arriva col visto turistico sperando di trovare qualcosa e poi sistemare le carte in un pomeriggio.
Esistono poi visti dove la lingua diventa un requisito scritto, e qui molte persone si illudono:
- Il visto per lavoratori specializzati, usato per edilizia, ristorazione, assistenza agli anziani e altri settori con carenza di personale, richiede un esame di giapponese di livello base, più o meno un N4.
- Esiste un visto pensato apposta per i laureati che lavorano a stretto contatto con clienti giapponesi, e lì serve il livello più alto in assoluto, l’N1.
- Medici, infermieri, avvocati, commercialisti e tutte le professioni con un esame di stato locale sono di fatto chiuse, perché l’esame si sostiene in giapponese.
Informatica e tecnologia
Se lavorate nell’informatica, il vostro è il settore dove l’inglese apre davvero delle porte. Il Giappone ha una carenza di sviluppatori e tecnici piuttosto seria, e a Tokyo ci sono diverse aziende, sia straniere sia giapponesi con team internazionali, dove la lingua di lavoro è l’inglese. Sviluppo software, cloud, dati, intelligenza artificiale: sono i ruoli dove si trovano più annunci senza requisito di giapponese.
Le aziende di questo tipo di solito sono anche quelle che pagano meglio e dove si lavora in modo più simile a quello che conoscete, con meno straordinari obbligati e meno gerarchia.
C’è però un limite che vedo sorprendere quasi tutti quelli che mi scrivono. I posti senza giapponese sono quasi tutti per persone con esperienza, perché queste aziende ricevono candidature da tutto il mondo e si possono permettere di scegliere. Se siete neolaureati e state cercando il primo impiego, le possibilità calano parecchio.
Io vi direi di fare qualche anno di esperienza seria in Italia o in Europa, meglio ancora in un’azienda con clienti o sedi internazionali, e poi candidarvi. Un curriculum con tre o quattro anni su tecnologie richieste pesa molto più di un corso di giapponese appena cominciato.
Insegnare inglese
L’insegnamento dell’inglese è il classico primo lavoro degli stranieri in Giappone. Ci sono le scuole di conversazione chiamate eikaiwa, i doposcuola privati e le agenzie che mandano assistenti linguistici nelle scuole pubbliche, e assumono tutto l’anno. Il giapponese non serve, anzi spesso vi chiedono di non usarlo in classe.
Il problema, per chi viene dall’Italia, è che quasi tutte queste realtà cercano madrelingua inglesi. Per il visto serve comunque una laurea, in qualunque materia, e molte scuole accettano solo passaporti di paesi anglofoni oppure chi ha fatto molti anni di scuola in inglese.
Non è impossibile trovare una scuola che prenda un italiano con un inglese davvero ottimo e una certificazione alta, ma sono eccezioni. Poi c’è lo stipendio: insegnare inglese in Giappone permette di vivere, non di mettere via soldi, e le possibilità di crescita sono poche.
Molto più realistico, per chi è italiano, puntare sull’insegnamento dell’italiano. Esistono scuole di lingue e istituti culturali che cercano insegnanti, anche se i posti sono pochi e spesso a ore. Anche qui un minimo di giapponese aiuta tantissimo, perché gli studenti sono principianti e le spiegazioni all’inizio passano dalla loro lingua.
Stagioni sulla neve
In inverno, nelle località sciistiche di Hokkaido e di Nagano, succede una cosa che nel resto del Giappone non vedete. Arrivano tantissimi sciatori australiani, asiatici ed europei, e in quei mesi la lingua che si sente di più per strada è l’inglese.
Hotel, scuole di sci, noleggi, ristoranti e bar cercano personale che parli inglese per la stagione, più o meno da fine novembre a marzo. I lavori tipici sono reception, cucina e sala, noleggio sci, navette, pulizie e, per chi ha il brevetto, maestro di sci o snowboard.
Le paghe orarie sono basse, ma molti datori di lavoro offrono l’alloggio o i pasti, e chi non spende quasi nulla riesce a mettere da parte qualcosa. Quasi tutti però assumono solo chi ha già un visto working holiday: la sponsorizzazione di un visto di lavoro vero la fanno raramente, di solito per i maestri di sci qualificati o per chi torna più stagioni.
A me piace consigliarlo proprio perché è uno dei pochi modi per vivere qualche mese in Giappone lavorando senza parlare la lingua. Non aspettatevi però una carriera: finita la neve, il lavoro sparisce.
Il working holiday
Per chi ha tra i 18 e i 30 anni, il visto working holiday tra Italia e Giappone è la strada più semplice per provare. Vi permette di stare in Giappone fino a un anno, viaggiando e lavorando per mantenervi, senza bisogno di un’azienda che vi sponsorizzi.
Si chiede all’Ambasciata o al Consolato del Giappone in Italia, bisogna essere residenti in Italia al momento della domanda e si può ottenere una sola volta nella vita. Servono tra le altre cose un curriculum, una lettera di motivazione, un programma di massima di quello che volete fare, l’assicurazione sanitaria e la prova di avere abbastanza soldi per mantenervi all’inizio.
Ci sono lavori che con questo visto sono vietati, cioè tutti quelli legati all’intrattenimento notturno: locali per adulti, host e hostess club, certi bar. Fate attenzione, perché alcuni annunci sembrano normali lavori da cameriere e poi il locale è proprio di quel tipo.
Con il working holiday e senza giapponese i lavori realistici sono quelli della stagione invernale, gli ostelli e le guesthouse per stranieri, qualche ristorante in zone molto turistiche e i lavoretti per aziende che lavorano con i turisti. Ve lo dico sinceramente: è un ottimo modo per capire se il Giappone vi piace anche da lavoratori, non da turisti, prima di investire anni su un trasferimento.
Ristorazione italiana
Chi è italiano pensa subito ai ristoranti italiani, che in Giappone sono tantissimi. Esiste un visto apposito per cuochi di cucina straniera, e la cucina italiana rientra tra quelle ammesse, ma chiede almeno dieci anni di esperienza documentata come cuoco, contando anche gli anni di scuola alberghiera. Non è la strada per chi ha fatto qualche stagione come aiuto cuoco.
Per camerieri, baristi e personale di sala non esiste un visto dedicato. Il visto per lavoratori specializzati copre anche la ristorazione, però come vi dicevo richiede l’esame di giapponese di base.
Nella gran parte dei ristoranti italiani in Giappone lo staff è giapponese e anche lo chef spesso lo è. Ha studiato in Italia, parla qualche parola di italiano, ma in cucina si lavora in giapponese.
Un cuoco italiano esperto viene apprezzato, ma deve comunque capire gli ordini, parlare con i fornitori e seguire le norme igieniche locali. Chi arriva in cucina senza lingua passa i primi mesi a fatica, anche con dieci anni di esperienza alle spalle.
Lavorare da remoto
Molte persone mi chiedono se possono semplicemente continuare a lavorare per un’azienda italiana da Tokyo, col portatile. L’idea è comoda, ma con il visto turistico lavorare non è previsto, nemmeno se lo stipendio arriva dall’Italia e non incontrate nessun cliente giapponese.
Il Giappone ha un visto per nomadi digitali che permette di restare fino a sei mesi lavorando da remoto per un’azienda straniera. I requisiti sono pesanti: un reddito annuo molto alto, un’assicurazione sanitaria privata e nessuna possibilità di trasformarlo in residenza stabile.
Secondo me ha senso solo per chi guadagna già bene e vuole passare un periodo lungo in Giappone senza cercarsi un lavoro locale. Per chi sogna di trasferirsi davvero non è una soluzione, perché dopo sei mesi si torna a casa.
Un’altra strada, più lenta ma solida, è entrare in una multinazionale in Italia e chiedere un trasferimento nella sede giapponese. Chi viene mandato dalla propria azienda arriva con visto, stipendio e spesso anche aiuto per la casa, e in questi casi il giapponese quasi mai è un requisito.
La vita fuori ufficio
Anche se trovate un lavoro tutto in inglese, la giornata non finisce in ufficio. L’affitto della casa, il conto in banca, il comune per la residenza, il medico, il contratto del telefono: sono tutte cose che si fanno in giapponese, con moduli in giapponese.
A Tokyo esistono agenzie immobiliari per stranieri e alcuni servizi in inglese, ma appena uscite dalla grande città l’inglese sparisce quasi del tutto. E trovare casa da stranieri, senza lingua e senza un garante, è già complicato di suo.
Poi c’è la carriera. In un’azienda internazionale potete crescere anche senza giapponese, ma arrivati a un certo punto la differenza si sente: chi parla con i clienti, chi va alle cene con i partner, chi capisce le discussioni in corridoio viene considerato per i ruoli più importanti.
Io onestamente a chi mi scrive dico sempre di iniziare a studiare comunque, anche se il lavoro non lo richiede. Non serve arrivare all’N1 prima di partire, ma saper leggere hiragana e katakana, capire un menu e fare due chiacchiere con il vicino rende la vita qui molto meno faticosa.
Dove cercare
Gli annunci di lavoro in inglese in Giappone si concentrano su pochi siti. Vi consiglio di partire da questi:
- GaijinPot Jobs, il più conosciuto tra gli stranieri, con tanti annunci per insegnanti, turismo e lavori in cui si usa l’inglese.
- CareerCross e Daijob, più orientati a lavori d’ufficio e ruoli per bilingui, dove però molti annunci chiedono anche il giapponese e vale la pena filtrare bene.
- TokyoDev e Japan Dev, dedicati agli sviluppatori, con aziende dove si lavora in inglese e spesso con indicazione chiara del livello di giapponese richiesto.
- LinkedIn, dove le aziende straniere a Tokyo pubblicano le posizioni e dove un profilo in inglese ben compilato attira anche i selezionatori.
- I siti delle singole località sciistiche e delle agenzie per la stagione invernale, che aprono le candidature parecchi mesi prima della neve.
Quando leggete un annuncio controllate sempre due cose: se l’azienda sponsorizza il visto e che livello di giapponese chiede davvero. Tanti annunci scrivono che la lingua non serve e poi, nelle righe sotto, mettono un business level come preferenza, che vuol dire che a parità di curriculum sceglieranno chi lo parla.
Candidarsi dall’Italia è normale, i primi colloqui si fanno quasi sempre online. Mettete però in conto tempi lunghi tra l’offerta, la pratica per il visto e la partenza, spesso diversi mesi.
Il mio consiglio
Tornando al ragazzo giapponese che vuole lavorare a Milano senza parlare italiano: se è un bravo programmatore con qualche anno di esperienza, probabilmente ce la fa. Se ha appena finito l’università e vuole fare un lavoro qualsiasi, gli direi di studiare un po’ d’italiano prima.
Per il Giappone vale uguale. Se avete meno di 31 anni, al vostro posto partirei con il working holiday, per capire come si sta qui e iniziare a studiare la lingua sul posto. Se invece avete un mestiere richiesto e un bel curriculum, cercate un’azienda internazionale e fatevi sponsorizzare il visto.
In tutti e due i casi, il giapponese prima o poi vi servirà, e iniziare adesso vi fa guadagnare tempo.

Autore
Marco Togni
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).
