A 2995 metriSantuario SumiyoshiA 2995 metri
Un grande santuario ad Osaka.

Una catena di negozi di coltelli giapponesi con sedi a Osaka, Kyoto e Tokyo, legata a un laboratorio di Sakai, la città dove questi coltelli si fanno da secoli. Jikko vende di tutto per chi taglia in cucina: dal santoku per casa alle lame tradizionali dei cuochi di sushi, più pietre per affilare, custodie e scatole regalo.
È la catena a cui penso quando qualcuno mi chiede dove comprare un coltello giapponese serio da riportare in Italia, per sé o come regalo importante, con un commesso che vi spiega in inglese cosa state comprando.
Qui si comprano coltelli fatti a Sakai, divisi in due famiglie che conviene avere chiare prima di entrare: quelli a doppio filo, che somigliano ai nostri e si usano in qualsiasi cucina, e quelli tradizionali giapponesi affilati da un lato solo. Poi ci sono gli attrezzi per tenerli in forma e tutto quello che serve per trasportarli o regalarli.
I coltelli in acciaio al carbonio tagliano in modo impressionante, ma se li lasciate bagnati nel lavello arrugginiscono in una sera. Se in casa vostra i coltelli finiscono in lavastoviglie, prendete l’inox e basta.
Le lame a un filo solo sono bellissime in mano, però nella cucina di tutti i giorni si usano male e sono fatte per chi taglia con la destra. Per un italiano che cucina a casa il gyuto o il santoku sono la scelta sensata nove volte su dieci.
Tenete presente anche il viaggio di ritorno: un coltello da cucina va nel bagaglio da stiva, mai in quello a mano. Se viaggiate solo con il trolley in cabina, qui guardate e basta.
Sui prezzi non è un negozio da acquisti a caso. Un santoku o un gyuto in inox per la cucina di casa sta sui 15.000–40.000 yen, le lame in acciaio al carbonio più lavorate salgono sui 40.000–80.000 yen, e gli honyaki partono da sopra i 100.000 yen per arrivare a cifre da collezionisti.
È una fascia medio-alta, ma la differenza con il coltello da 3.000 yen del supermercato la sentite al primo pomodoro, e un coltello del genere, tenuto bene, dura decenni.
Quando un amico mi chiede di portargli un coltello dal Giappone è il primo nome che mi viene in mente, perché con 20.000–30.000 yen esce un santoku in inox che regge anni di cucina vera e ha il nome inciso a mano sulla lama. Quello che pagate è l’acciaio e il lavoro di chi l’ha forgiato e affilato, non il marchio.
I negozi Jikko sono tutti costruiti allo stesso modo: pochi metri quadri, luce calda, coltelli allineati in teche di vetro uno accanto all’altro, ognuno con il suo cartellino. Sembra più una piccola galleria che una coltelleria, e l’effetto è voluto. Qualche sede è minuscola e ci si sta in pochi, altre sono su due piani, ma il formato resta lo stesso.
Niente scaffali da cui prendere la roba da soli: dite cosa cercate, il commesso apre la vetrina, tira fuori due o tre modelli e ve li fa impugnare. Vi chiede cosa cucinate, se siete destri o mancini, quanto tempo volete dedicare alla manutenzione, e da lì restringe la scelta.
Il personale è la parte che rende questa catena diversa dalle coltellerie dove vi mettono il coltello in mano e aspettano che paghiate. In quasi tutti i negozi c’è qualcuno che parla inglese bene, spiega la differenza tra un acciaio e l’altro senza fretta e non spinge verso il modello più caro.
Il rovescio è che si serve un cliente alla volta. Nel fine settimana, con i turisti che entrano a gruppi, se davanti a voi c’è una coppia indecisa tra due gyuto si aspetta in piedi guardando le vetrine. Nei giorni feriali si sceglie con molta più calma.
La cosa che vi porterete a casa con più piacere è il nome inciso sulla lama. Un artigiano lo scolpisce a mano con martello e scalpello, a mano libera e senza disegno sotto, un carattere alla volta: si può scegliere in katakana, che è il modo giapponese di scrivere i nomi stranieri, oppure in kanji. Per le scritte più lunghe o in alfabeto latino usano il laser.
L’incisione a mano sul momento però non la fanno in tutti i negozi: in alcuni il coltello va al laboratorio e torna dopo qualche giorno. Se ripartite il giorno dopo, chiedetelo prima di scegliere.
Oltre all’incisione, la catena si occupa di affilatura e riparazione dei coltelli, e fa anche manici personalizzati per chi vuole un pezzo unico.
Il tax free lo fanno, per cui portatevi il passaporto: su un coltello da decine di migliaia di yen la differenza si sente. Con la carta si paga senza problemi.
Per i regali preparano la confezione con carta e fiocco e, a richiesta, la scatola in legno di paulownia, quella che fa capire subito a chi lo riceve che non è un coltello qualunque. Chiedete anche il fodero in legno: in valigia protegge la lama e anche i vestiti.
Pro:
Contro:
Ideale per: chi vuole un coltello giapponese vero per la propria cucina o un regalo che resti per anni
Da comprare: un gyuto o un santoku in inox, se è il primo coltello giapponese
Atmosfera: vetrine illuminate, spazi raccolti, commessi che tirano fuori una lama alla volta
Da Jikko non si entra per spendere poco né per portarsi via cinque coltelli: si esce con uno solo, scelto parlando con chi sa spiegarvi perché proprio quello. Il valore sta nella combinazione di acciaio buono, consiglio onesto e nome scolpito sulla lama, tre cose che difficilmente trovate insieme altrove. Se cucinate davvero, i soldi sono spesi bene: fra dieci anni quel coltello sarà ancora nel cassetto e taglierà come il primo giorno.
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Autore
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).