MujiA 32 metri
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©Phoenixproduction - ShutterstockUn museo di storia naturale dentro un centro commerciale, a Marunouchi, con lo scheletro di una giraffa in mezzo alla sala e un coccodrillo fossile lungo otto metri montato su una parete. L’Intermediatheque è la cosa più strana che ci sia in quella zona di uffici, banche e grattacieli: dentro ci sono le collezioni dell’università di Tokyo, messe in vetrine di legno scuro che arrivano dalle vecchie aule, senza un percorso da seguire e con pochissimo scritto sui cartellini.
Ci venite se avete un buco nel programma, se piove e cercate un posto al chiuso, o se i musei grandi li avete già visti tutti e volete qualcosa che non somiglia a niente.
Si entra e la prima cosa che si capisce è che qui non si legge, si guarda. Gli oggetti sono tantissimi e stanno tutti insieme, uno accanto all’altro, ossa vicino a strumenti scientifici e maschere africane vicino a minerali.
Le didascalie sono ridotte all’osso: due righe, a volte solo il nome della specie, e parecchi pezzi non hanno nemmeno quelle. Se siete il tipo che legge tutti i pannelli di un museo dall’inizio alla fine, qui vi arrabbiate.
Non c’è nessuna freccia e nessun senso di marcia: si gira dove tira l’occhio, si torna indietro due volte sugli stessi oggetti e va bene così. Il risultato è che la parte sul retro, quella con gli strumenti e i modellini, la gente la salta quasi tutta perché si ferma davanti agli scheletri all’ingresso.
Poi un avviso serio: qui ci sono ossa umane, animali impagliati con gli occhi di vetro e una mummia. Se queste cose vi mettono a disagio, o se pensate di portarci un bambino molto impressionabile, tenetene conto prima di entrare.
Non aspettatevi i dinosauri giganti e i diorami spettacolari del museo di scienze di Ueno: la scala è un’altra e il gioco è un altro. Quello che avete davanti è la roba vera che gli studiosi usavano per lavorare, tirata fuori dai magazzini e messa in mostra come si mettono le opere in una galleria.
Ci torno ogni volta che ho un’ora libera da quelle parti, e quando qualcuno viene a trovarmi dall’Italia ce lo porto sempre: è il posto dove capisco meglio la differenza tra un museo che ti spiega le cose e un museo che te le mette lì e si fida di te.
Nei giorni feriali si gira con calma, senza nessuno alle spalle, e davanti alle vetrine potete restare quanto volete. Nel fine settimana c’è più gente, soprattutto nel pomeriggio, ma non si arriva mai alla ressa: al massimo aspettate venti secondi che qualcuno si sposti dalla teca degli uccelli.
Il momento in cui rende di più è la sera, nella seconda metà della settimana. Con la luce di fuori che cala, i faretti sulle vetrine diventano l’unica cosa illuminata e le ombre degli scheletri finiscono sui muri.
La pioggia non è un problema, anzi: è uno dei pochi posti di Tokyo dove un giorno grigio non toglie niente, perché non c’è un panorama da guardare né un giardino da attraversare. Stagioni e fioriture non contano, dentro è identico a marzo e ad agosto.
L’unica differenza stagionale vera è il condizionamento: d’estate si entra con il sudore addosso e si esce freschi, e questo secondo me è il motivo migliore per infilarlo in una giornata di luglio a Tokyo.
Il posto è quello del vecchio ufficio postale centrale, e si vede: soffitti alti, colonne bianche, finestroni sulla strada e il parquet recuperato dall’università sotto i piedi. Le teche sono quelle originali dei dipartimenti, legno scuro e vetro, alcune con ancora le targhette di ottone e i cassetti che si intravedono sotto.
Questo è il vero motivo per cui il museo è così bello: gli oggetti non sono dentro scatole moderne tutte uguali, ma dentro i mobili in cui stavano da sempre, e i faretti li lasciano al buio tranne dove serve.
Si sviluppa su due livelli collegati da una scala, si cammina poco ma si sta molto in piedi fermi, davanti alle vetrine, che alla lunga stanca più di una passeggiata. I punti dove sedersi sono pochi, per cui se avete le gambe stanche mettetelo in conto.
All’ingresso ci sono gli armadietti e il portaombrelli: se girate con il trolley o con le buste degli acquisti, lasciate tutto lì invece di trascinarlo fra le teche, si passa in spazi stretti.
Le foto si possono fare per uso personale, senza flash, senza video e senza treppiede, e qualche pezzo ha il divieto segnalato accanto. Il punto migliore è dal livello superiore verso il basso, con il coccodrillo in primo piano e la giraffa dietro: da lì entra tutta la sala e si capisce come sono messe le cose.
Il rovescio della medaglia è che con poca luce e senza flash servono mani ferme, e le vetrine riflettono parecchio. Appoggiatevi al parapetto e fate due o tre scatti, non uno solo.

Le ossa funzionano sempre, e i bambini vanno dritti verso la giraffa, il coccodrillo e i pesci, cioè verso le cose che riconoscono. Il carapace della tartaruga smontato è un altro pezzo che li inchioda lì cinque minuti buoni.
Quello che non troverete è un bottone da schiacciare, uno schermo da toccare o un laboratorio: zero attività, zero cose da prendere in mano, e questo per i più piccoli è un limite vero.
Il pubblico è fatto di adulti e di studenti, si parla a voce bassa e non c’è il rumore da gita scolastica che si sente negli altri musei di scienze. Con un bambino che ha bisogno di correre non è il posto giusto, con uno che ama i dinosauri e gli animali sì.
Si viene qui per come sono esposte le cose, non per quante ce ne sono: lo stesso scheletro di struzzo, in un altro museo, lo guardereste tre secondi. Vale la deviazione anche se siete di corsa e anche se la storia naturale non vi ha mai detto granché, perché in mezz’ora capite subito se vi prende o no.
Non è il posto giusto per chi vuole imparare leggendo, per chi porta bambini che hanno bisogno di toccare, e nemmeno per chi cerca il museo con il pezzo famoso da fotografare e via.
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Autore
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).