Braciere dell'incenso al tempio Senso-ji circondato da persone in preghiera avvolte dal fumo denso nel quartiere di Asakusa.

grazie in giapponese

Dire grazie in giapponese è una delle cose più belle e più semplici da imparare prima di un viaggio, e vi assicuro che lo userete decine di volte al giorno. Nei negozi, al ristorante, sul treno quando qualcuno vi fa passare, al konbini mentre vi danno lo scontrino.
Il fatto è che non esiste un solo grazie. Ce ne sono diversi, e cambiano in base a chi avete davanti, a cosa è successo e perfino a quando è successo. Per un viaggio ne bastano pochi, ma conviene sapere come si pronunciano, in quali momenti usarli e cosa rispondere quando è qualcun altro a ringraziare voi.

Arigato e arigato gozaimasu

La parola che conoscono tutti è arigato, e va benissimo, ma da sola è la versione informale. Si usa con amici, familiari, colleghi stretti, bambini. Detta a un commesso o a un signore anziano che vi ha appena indicato la strada suona un po’ troppo alla buona, come dare del tu a uno sconosciuto.
La forma che vi consiglio di usare come base è arigato gozaimasu. Gozaimasu aggiunge cortesia e la rende adatta praticamente a tutte le situazioni con persone che non conoscete. Se volete fare ancora meglio c’è domo arigato gozaimasu, che è il grazie mille più completo e rispettoso della lingua di tutti i giorni.

Per la pronuncia, la sillaba finale di gozaimasu si mangia quasi del tutto: si sente qualcosa come gozaimas, con la u appena accennata. Anche la o finale di arigato in realtà è lunga, e chi la dice bene la allunga leggermente.
In ordine, dal più amichevole al più cortese:

  • Arigato: da usare con amici, partner e persone con cui avete già confidenza.
  • Arigato gozaimasu: la versione da tirare fuori con chiunque altro, che va bene in ogni occasione.
  • Domo arigato gozaimasu: quando qualcuno ha fatto qualcosa di più del solito per voi o volete essere particolarmente gentili.
Marco Togni sorridente si scatta un selfie con una dipendente del Ramen Chonmage Osaka Tenroku Ten che porge una ciotola.
Qui prendo una ciotola fumante al bancone. È il momento perfetto per un cenno del capo e un arigatou gozaimasu rivolto allo staff del locale.
Una lunga tavolata apparecchiata per una cena in ryokan in Giappone con piatti tipici, carne cruda e pentole per shabu-shabu.
La cura millimetrica di una cena in ryokan merita rispetto. Prima di prendere le bacchette è usanza unire le mani per ringraziare del pasto.

Da dove viene arigato

Arigato deriva da arigatai, un aggettivo che in origine significava qualcosa come raro, difficile che esista. Si scrive con i caratteri di esistere e difficile, e l’idea di fondo è che quello che avete ricevuto è una cosa preziosa, che non capita tutti i giorni.
Questo significato ha radici buddiste: nei testi antichi si parlava della rarità di nascere come esseri umani e di incontrare l’insegnamento del Buddha. Solo col tempo la parola è passata a indicare la gratitudine verso qualcuno.

Circola anche una leggenda secondo cui arigato verrebbe dal portoghese obrigado, portato in Giappone dai missionari e dai mercanti nel Cinquecento. Suona simile, è vero, ma è solo una coincidenza.
La parola arigatai compare in testi giapponesi molto più antichi dell’arrivo dei portoghesi, già nel periodo Heian, quindi la storia è carina da raccontare ma non regge.

Domo, la parola jolly

Domo da sola è uno dei grazie più usati in assoluto, e a me piace proprio perché è corta, veloce e va bene in un sacco di situazioni. Quando il cassiere vi passa il resto, quando qualcuno vi tiene la porta, quando il cameriere vi porta l’acqua, un domo con un piccolo cenno della testa basta e avanza.
Va detto che è un grazie un po’ sbrigativo. Tra uomini, soprattutto, è molto comune, mentre in contesti più formali o con persone anziane rischia di sembrare frettoloso.

È anche una parola strana, perché di per sé significa più o meno molto o davvero, e si appoggia ad altre espressioni. La trovate in domo sumimasen, domo arigato, e la sentirete persino usata come saluto veloce quando si entra in un posto o si incontra qualcuno.
Per chi viaggia è una delle prime parole da imparare: si sbaglia poco e copre i mille piccoli scambi che fate durante la giornata.

Sumimasen per ringraziare

Molte persone conoscono sumimasen come scusi o mi scusi, quello che si dice per chiamare il cameriere o per farsi largo sul treno. In realtà i giapponesi lo usano tantissimo anche per ringraziare, ed è una delle cose che all’inizio confondono di più.
Se qualcuno ha fatto una fatica per voi, vi scusate per il disturbo che gli avete dato, e così il grazie e la scusa finiscono per diventare quasi la stessa cosa. Per esempio, se qualcuno raccoglie qualcosa che vi è caduto, la risposta più naturale non è arigato ma sumimasen, magari con un mezzo inchino.

Lo uso spesso anch’io in situazioni del genere, e vi consiglio di provarci: suona molto più naturale di quanto pensiate. Quando qualcuno vi fa passare in un corridoio stretto, quando un passante vi aiuta con la valigia sulle scale, quando un commesso va a cercare in magazzino la taglia che volevate.
Esiste anche la versione più cortese, moshiwake arimasen, ma quella è più una scusa formale che un grazie, e la sentirete soprattutto dal personale dei negozi o delle ferrovie.

Grazie a tavola

A tavola il ringraziamento ha due frasi fisse che si dicono prima e dopo il pasto, e che conviene imparare subito. Prima di mangiare si dice itadakimasu, spesso a mani giunte, che vuol dire più o meno ricevo con umiltà. È un grazie rivolto a chi ha cucinato, a chi ha coltivato o pescato il cibo e al cibo stesso.
Alla fine del pasto si dice gochisosama deshita, letteralmente era un banchetto. Si dice al cuoco o a chi vi ha ospitato.

Al ristorante gochisosama deshita è la frase giusta da dire uscendo, soprattutto nei locali piccoli dove il cuoco lavora davanti a voi, come ramen, sushi al bancone o izakaya di quartiere. Il personale risponderà quasi sempre con un arigato gozaimashita a voce alta, e si crea un piccolo scambio che ai giapponesi fa piacere.
Qualche accortezza pratica per non sbagliare:

  • Dite itadakimasu anche se mangiate da soli: molti giapponesi lo dicono sottovoce persino davanti a un bento del konbini.
  • Gochisosama si usa anche quando qualcuno vi offre la cena, per ringraziarlo esplicitamente di aver pagato.
  • Nei locali dove si paga alla cassa all’uscita, dite gochisosama deshita dopo aver pagato, mentre vi avviate alla porta.
  • Con gli amici potete accorciare in gochisosama, senza deshita.

Al passato o al presente

Arigato gozaimasu e arigato gozaimashita non sono la stessa cosa: la seconda è al passato. Si usa quando quello per cui ringraziate è già concluso.
L’esempio classico è il negozio: quando uscite dopo aver comprato, il commesso vi dirà arigato gozaimashita, perché la vendita si è chiusa. Lo stesso vale per la fine di una lezione, di una visita guidata, di un viaggio in taxi.

Se qualcuno vi sta ancora aiutando, o state ringraziando per qualcosa che deve ancora succedere, si usa il presente. Se invece vi ha già aiutato e vi state salutando, il passato suona più preciso.
Non è un errore grave confonderli, e nessuno vi guarderà storto se usate sempre gozaimasu. Però sentire uno straniero che usa il passato nel momento giusto fa un certo effetto, e capita spesso che la persona davanti sorrida.

Formule più formali

In ufficio, nelle email di lavoro o con persone di un certo livello, il grazie diventa molto più elaborato. Osewa ni narimashita significa più o meno vi siete presi cura di me e si dice a chi vi ha aiutato per un periodo, per esempio ai proprietari di un ryokan quando ve ne andate, a un insegnante a fine corso, ai colleghi quando cambiate lavoro.
Nelle email aziendali si usa invece osewa ni natte orimasu all’inizio del messaggio, come formula fissa di ringraziamento per il rapporto in corso, anche se non c’è un motivo specifico.

Altre espressioni che vi capiterà di sentire o leggere:

  • Kansha shimasu, o la versione ancora più alta kansha itashimasu, vuol dire esprimo gratitudine e si usa molto nei discorsi ufficiali e nei comunicati.
  • Osoreirimasu è molto cortese, tipica del personale di hotel e grandi magazzini quando ringrazia per la vostra pazienza o per un favore.
  • Kyoshuku desu è ancora più formale, e la trovate soprattutto in contesti aziendali o scritti.
  • Otsukaresama desu tecnicamente non è un grazie ma un riconoscimento della fatica dell’altro, e tra colleghi a fine giornata ne fa spesso le veci.

Per un viaggio non vi servono quasi mai, ve lo dico sinceramente. Però riconoscerle aiuta a capire cosa vi stanno dicendo, soprattutto negli hotel di livello alto, dove il personale parla un giapponese molto più ricercato di quello che si sente per strada.

La reception a The St. Regis Osaka con due scrivanie in marmo, un grande dipinto dorato e un lampadario sferico.
Nelle reception degli hotel di fascia alta il servizio è impeccabile. Al termine del check-in è opportuno usare la forma di ringraziamento più completa.
Corridoio interno dell'hotel The St. Regis Osaka con lampadari in cristallo e pareti color crema.
I corridoi immacolati delle strutture alberghiere riflettono il lavoro continuo del personale. Un senso di gratitudine passa anche dal rispetto di questi spazi.

Okini e i dialetti

A Osaka e in generale nella zona del Kansai sentirete un grazie diverso: okini. È la forma dialettale tradizionale, e la usano soprattutto le persone più anziane, i negozianti dei mercati e i ristoratori della vecchia guardia.
Okini in origine era un pezzo di okini arigato, cioè molto grazie, e col tempo è rimasta solo la prima parte. Anche a Kyoto è diffusa, con una sfumatura più gentile e un po’ cantilenata.

Non vi consiglio di usarla a Tokyo, dove suonerebbe strana, ma a Osaka dirla a un venditore di takoyaki o in un’izakaya della zona di Namba di solito strappa un sorriso. Al nord, invece, nelle regioni del Tohoku, ci sono altre forme locali che anche molti giapponesi di altre città fanno fatica a capire.
Tra i ragazzi giovani si sente anche sankyu, che è semplicemente thank you pronunciato alla giapponese. È molto informale e un po’ scherzoso, quindi va bene solo tra amici.

Come rispondere

Quando è qualcuno a ringraziare voi, la risposta da libro di testo è do itashimashite, cioè prego. Il problema è che nella vita reale si sente pochissimo: suona rigido, quasi da scuola, e molti giapponesi lo trovano distante.
Molto più spesso si risponde negando con modestia, come a dire ma figurati, non ho fatto niente. Le forme che sentirete di più sono queste:

  • Ie ie, cioè no no, detto magari agitando leggermente la mano davanti al viso, è la risposta più naturale in assoluto.
  • Tondemo nai desu vuol dire ma ci mancherebbe, ed è utile quando il ringraziamento è un po’ esagerato rispetto a quello che avete fatto.
  • Kochira koso significa sono io che ringrazio voi, e si usa quando il favore è reciproco, per esempio con un host o con qualcuno che vi ha accolto.
  • Ki ni shinaide, non preoccuparti, va detto solo tra amici e persone con cui siete in confidenza.

Kochira koso è una di quelle frasi che consiglio spesso a chi parte, perché si usa in tantissime situazioni. Va bene anche con le scuse e con i saluti: quando qualcuno vi dice yoroshiku onegaishimasu all’inizio di un rapporto, kochira koso yoroshiku è la risposta giusta.

Inchino e tono

Il grazie in Giappone si dice anche con il corpo, e quasi sempre è accompagnato da un inchino. Per un turista non servono inchini profondi: basta un cenno della testa con le spalle leggermente in avanti, quello che fanno tutti al konbini o quando scendono da un taxi.
Più profondo e lungo è l’inchino, più forte è il ringraziamento. Il personale dei negozi e degli hotel fa inchini molto marcati, ma nessuno si aspetta che facciate lo stesso.

Anche il tono conta parecchio. Un arigato gozaimasu detto con voce chiara e un sorriso vale molto di più di una formula perfetta borbottata guardando il telefono.
Una cosa che vedo fare spesso a chi viene qui per la prima volta è ringraziare con la mano alzata, come si saluta un amico da lontano: non è sbagliato, ma l’inchino leggero è molto più naturale e mette subito a proprio agio chi avete davanti. Con le persone che vi servono, nei negozi e nei ristoranti, potete anche limitarvi a un cenno senza dire niente: è normale, e nessuno lo vede come maleducazione.

Un addetto all'ascensore in divisa formale si trova all'interno di un ascensore a Tokyo in Giappone.
Gli addetti agli ascensori passano ore in piedi per azionare i comandi al posto dei clienti. Uscendo dalla cabina un cenno di ringraziamento è doveroso.
Una persona casual e un controllore ferroviario in uniforme sono davanti allo Shinkansen in stazione a Tokyo.
Il personale ferroviario indica i segnali a bordo banchina per garantire la sicurezza. La precisione dei treni è il risultato di questo lavoro continuo.

Il mio consiglio

Se dovessi scegliere solo tre espressioni da imparare prima di partire, vi direi arigato gozaimasu, sumimasen e gochisosama deshita. Con queste tre coprite praticamente tutta la giornata di un viaggio, dal treno alla cena.
Il resto arriva da solo, a forza di sentirlo dire intorno a voi. E vi giuro che la prima volta che un cuoco vi risponde con un grande arigato gozaimashita mentre uscite dal suo locale, vi viene voglia di tornarci il giorno dopo solo per risentirlo.

Ti consiglio di venire in Giappone con GiappoTour! Il viaggio di gruppo in Giappone con più successo in Italia, organizzato da me! Ci sono pochi posti disponibili, prenota ora!
Marco Togni

Autore

Marco Togni

Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa.
Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi.
Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).