Perché in Giappone c’è un forte debito pubblico?
Il Giappone ha il debito pubblico più alto tra i grandi paesi del mondo. Parliamo di oltre il 200% rispetto al Pil, una cifra che continua a crescere e che porterebbe a pensare a interventi di austerity volti a limitare le spese, come è successo in altre economie in crisi.
La realtà però è molto diversa: il governo continua ad investire fondi nelle opere pubbliche e nei finanziamenti esteri e il paese ha un tasso di disoccupazione attorno al 2,5%, con una carenza di forza lavoro. Ma come è possibile, vi chiederete, che un paese continui ad investire così tanto, non curandosi del debito pubblico? La spiegazione è molto semplice.
Indice
La Banca Centrale e la gestione del debito pubblico
Uno dei motivi che permette al Giappone di investire così tanto senza preoccuparsi del debito è proprio grazie al rapporto con la Banca Centrale: quest’ultima ha infatti la possibilità di stampare moneta all’occorrenza, con l’obbligo di essere garante del debito pubblico. Quindi quando il governo emette i suoi titoli di Stato, i cosiddetti JGB, la Banca centrale può acquistarli in quantità illimitata, finanziando così la spesa pubblica e stimolando l’economia interna, un obiettivo primario che viene perseguito nonostante il possibile rischio di inflazione. In sostanza dovete pensare che è come se il Giappone si indebitasse con se stesso.
C’è poi un secondo elemento molto importante, ovvero che gran parte dei titoli di Stato giapponesi sono detenuti da cittadini e da investitori interni e questo permette al paese di avere tassi di interesse contenuti, evitando possibili speculazioni, e garantisce una certa sicurezza e fiducia, in quanto sono gli stessi giapponesi a finanziare la spesa pubblica. Se andate a vedere chi ha davvero in mano questi titoli, la sorpresa è che il primo creditore dello Stato è la Banca del Giappone, che da sola ne detiene circa la metà. Il resto se lo dividono banche, assicurazioni e fondi pensione, che li usano come investimento sicuro per le polizze e le pensioni dei giapponesi, mentre agli investitori stranieri resta una fetta piccola. È anche per questo che una crisi di fiducia come quella greca, qui, è molto più difficile da innescare.
In altri paesi invece, dove non è possibile stampare moneta e il debito è in parte in mano a finanziatori stranieri, tutto questo non sarebbe possibile.
Da dove arriva un debito così grande
Il debito giapponese non nasce da una singola manovra: si è accumulato per più di trent’anni. Quando all’inizio degli anni Novanta è scoppiata la bolla immobiliare e finanziaria, il paese è entrato in una lunga fase di crescita quasi ferma e di prezzi che scendevano, e ogni volta che l’economia rallentava il governo rispondeva allo stesso modo, cioè con nuovi pacchetti di spesa: opere pubbliche, strade, ponti, sostegni all’industria.
A questo si è aggiunta la voce che oggi pesa di più, cioè pensioni e sanità per una popolazione che invecchia: da sole si mangiano circa un terzo del bilancio dello Stato, mentre le entrate fiscali non tengono il passo. Il piano chiamato Abenomics, lanciato nel 2012 da Shinzo Abe, ha spinto ancora su spesa pubblica e moneta facile per far ripartire l’economia, ma è solo l’ultimo capitolo di una storia molto più lunga.
Il calo demografico
Ma ci sono due fattori che potranno in un futuro incidere enormemente sul debito pubblico e costringere il Giappone ad aprirsi a finanziatori stranieri: la crescita economica e quella demografica. Nonostante il Giappone sia ancora tra le prime economie al mondo, ormai superato per Pil nominale da Germania e India, la sua crescita economica si è attestata a livelli molto bassi negli ultimi 20 anni. Ma il problema vero e proprio sarà la crescita demografica: la popolazione del Giappone è infatti in diminuzione, con un numero sempre crescente di anziani: quasi un giapponese su tre ha più di 65 anni e i giovani sono stati superati da un pezzo. Ciò significa che ci sono sempre meno persone in età lavorativa e quindi meno persone disponibili a finanziare il debito pubblico, verso il quale confluiscono parte dei fondi pensionistici e assicurazioni sulla vita, e al tempo stesso una crescita più difficoltosa del Pil.
Perché il debito costa di più
Per anni questo meccanismo ha funzionato anche perché i tassi erano a zero, o addirittura sotto zero: un debito enorme costava pochissimo in interessi. Ora però l’inflazione è tornata, la Banca del Giappone ha chiuso la stagione dei tassi negativi e ha ricominciato ad alzare il costo del denaro, oltre a ridurre poco alla volta la montagna di titoli che si era messa in pancia.
Il risultato lo vedete sui rendimenti: quelli dei titoli a dieci anni sono tornati ai livelli più alti dagli anni Novanta, e ogni punto in più significa miliardi di interessi da mettere a bilancio. La partita si gioca tutta qui: finché il Pil nominale cresce più in fretta del debito, il rapporto con il Pil scende da solo, ed è quello che ha fatto scendere il debito giapponese sotto la soglia del 250% di cui si parlava un tempo. Se invece i tassi corrono più della crescita, il conto torna a diventare pesante.
C’è poi un effetto che tocca da vicino chi viaggia: aver tenuto i tassi bassissimi mentre altrove salivano ha indebolito lo yen, e la moneta giapponese resta debole nei confronti dell’euro. È il rovescio della medaglia di una politica monetaria pensata per sostenere il debito e far ripartire i prezzi.
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Autore
Marco Togni
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).
