Museo Lee UfanA 400 metri
Museo d'arte minimalista progettato da Ando.
©365 Focus Photography - ShutterstockUn museo di arte contemporanea che è anche un albergo, sulla punta sud di Naoshima, l’isola nel mare interno di Seto: cemento a vista appoggiato sulla collina, con le aperture puntate tutte verso l’acqua.
Il Benesse House Museum è il posto da cui è partita la storia dell’arte su quest’isola. Dentro ci sono Basquiat, Cy Twombly, Giacometti, i neon di Bruce Nauman e lavori costruiti apposta per la stanza in cui stanno; fuori, tra la costa e il bosco, ce ne sono altri sparsi che si girano a piedi.
È il posto giusto se l’arte contemporanea vi interessa sul serio, ma ci state bene anche solo per l’edificio e per il mare che si guarda da dentro.
Si entra a metà altezza dell’edificio e da lì o si sale o si scende. Non c’è un percorso obbligato con le frecce a terra, si gira come viene, e le sale sono distanti fra loro.

La collezione non è vasta e questo spiazza chi arriva pensando a un museo con le sale piene di quadri da scorrere in fila. Qui si va al contrario: poche opere, ognuna con addosso metri e metri di spazio vuoto, e metà del lavoro lo fa la stanza.
Una sola opera non si può fotografare, la Banzai Corner di Yanagi con le figurine di Ultraman schierate con le braccia alzate; per tutto il resto si scatta liberamente, purché le foto restino per uso vostro.
Il caffè al piano alto ha i tavoli girati verso l’acqua ed è l’unico punto dove la gente si ammassa davvero: se trovate coda, fate prima le sale e tornate su dopo.
Ci torno ogni volta che capito a Naoshima sempre per la stessa cosa, sedermi su quella sedia davanti ai neon di Nauman e restarci finché la sala non si svuota e resto solo io con le frasi che si accendono. Nessun altro museo mi fa venire voglia di stare fermo venti minuti davanti a un’opera sola.
Quello che promette lo mantiene per intero. Se siete tipi da museo veloce con l’audioguida nelle orecchie, però, qui vi annoiate.
La mattina presto è un altro posto: nelle sale non c’è nessuno, si sente il rumore delle onde da sotto e potete stare davanti ai neon senza che vi giri dietro qualcuno.
A metà giornata cambia tutto, perché arrivano gli autobus e i gruppi che fanno l’isola in giornata: non è calca, ma nelle sale piccole ci si aspetta il turno per guardare, e al caffè vi mettete in fila.
La sera le sale si svuotano di nuovo. Chi dorme nell’albergo può rientrare quando non c’è più nessuno, e girare il museo da solo al buio con le opere illuminate una per una è la cosa migliore che si può fare su quest’isola.
Fine settimana e ponti sono i giorni pesanti, nei giorni feriali si respira. Primavera e autunno sono le stagioni giuste, soprattutto per la parte all’aperto: d’estate il sole picchia sul cemento bianco e sui vialetti lungo la costa non c’è un filo d’ombra, d’inverno lungo la riva tira un vento che gela.
Con la pioggia dentro non cambia niente e il grigio sul mare sta pure bene con le aperture; a rimetterci sono le opere fuori, che con l’acqua diventano una corsa da un tetto all’altro.
Il cemento è di quelli lisci, senza una sbavatura, con i fori dei casseri messi in fila come un disegno. Le finestre non sono finestre normali: sono tagli larghi che incorniciano un pezzo di mare e basta, e da certi punti sembra che l’acqua sia appoggiata dentro la sala.
Le rampe collegano i piani, e girando in salita si vedono le stesse opere da altezze diverse. L’edificio è di Tadao Ando, il primo che ha fatto sull’isola, con le camere e le sale sotto lo stesso cemento; l’ha piantato nella collina, mezzo nascosto, perché dal mare si vedesse il paesaggio prima dell’edificio.
Di camminare se ne cammina, parecchio più di quanto si immagina guardando le foto, e i dislivelli sono continui, tra rampe, gradini e vialetti in salita fuori dall’edificio.
Il posto non è pensato per girarlo in scioltezza con una carrozzina o un passeggino: ci sono due sedie a rotelle in prestito e il personale vi dà una mano, ma il terreno resta quello. Scarpe comode, non sandali da spiaggia.

Il silenzio dentro è reale e vi fa abbassare la voce da soli: si sentono i passi e il ronzio dell’aria condizionata. I custodi sono discreti ma ci sono, e con i bambini piccoli che hanno voglia di correre e toccare diventa una visita tesa.
Le didascalie sono ridotte all’osso, nomi e titoli e via: se vi piace leggere i pannelli lunghi con la spiegazione, qui non li trovate e dovete stare davanti alle opere e basta.
Fuori dall’edificio il giro continua lungo la costa e dentro il bosco, ed è la parte che in tanti sottovalutano. La zucca gialla a pois di Yayoi Kusama sta in fondo a un pontile che entra nell’acqua, ed è l’unico punto di tutta l’isola dove si fa la fila per una foto: se aspettate due minuti il vostro turno arriva, e chi ci arriva presto la trova libera.
Sul muro verso il mare sono montate le fotografie di orizzonti marini di Hiroshi Sugimoto, Time Exposed, che stanno lì fuori a prendersi sole, sale e pioggia da anni e si sono scolorite in modo diverso una dall’altra.
Poco sopra c’è la Seaside Gallery, una specie di piazza a gradoni scavata verso l’acqua, con le sfere e le forme dorate di Walter De Maria sistemate dentro: ci si siede sui gradini e si guarda il canale con le navi che passano.
Poi ci sono gli animali colorati di Niki de Saint Phalle sul prato, il cilindro di vetro tagliato a metà di Dan Graham in cui vi vedete riflessi insieme a chi sta dall’altra parte, i rottami di barca di Shinro Ohtake e, giù in mezzo agli alberi vicino alla riva, la vasca di pietre di Cai Guo-Qiang.
Sono sparsi, non in fila, e per vederli tutti si fa su e giù per la collina. Per me è la parte più leggera della giornata: si va da un’opera all’altra sentendo le cicale e senza più muri attorno.


Non ci si viene per il numero di opere, ma per il fatto che ognuna sta esattamente dove è stata pensata e non la potete vedere uguale da nessun’altra parte. Vale la deviazione fino a Naoshima anche solo per questo, e ancora di più se riuscite a esserci quando le sale sono vuote.
Chi cerca la grande collezione da spuntare quadro per quadro si troverà fuori posto, così come chi ha la giornata contata e deve infilare mezza isola. A tutti gli altri dico di prendersela larga: qui il tempo che ci mettete ve lo restituisce tutto.
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Benesse House Museum
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Autore
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).